martedì 11 maggio 2010

Amicizie: il riepilogo.

Cambiare posizione mi ha fatto bene, d'altronde non avevo dubbi su questo, si tratta infatti di una strategia collaudata da tempo. Oggi rifletto sull'amicizia, o sui contatti che potrebbero svilupparsi come tali. Anche quando non lo fanno. Ci penso spesso dopo le vicende con Gabriella prima e con Daniele poi, solo ultime in ordine di tempo; ma soprattutto dopo l'ultima ondata di nostalgia per Berlino.

Berlino. Ho chiuso presto i contatti con la veneziana, Francesca, colpa di un appuntamento organizzato male, ed io non posso certo accettare che all'ora di cena mi si chiami per uscire per cena, in fretta e furia, senza preavviso sufficiente, cosa invece necessarissima quando non si hanno soldi e si vuole risparmiare ad esempio spostandosi a piedi, o anche solo cenando a casa prima. Invece "fra dieci minuti" dovevo essere dall'altra parte della città. In generale con Francesca ricordo che il problema erano i soldi: io non ne avevo. Anche lei tirava in qualche modo la cinghia e cercava di risparmiare, ma solo per non approfittare troppo della disponibilità dei suoi genitori, che le pagavano tutto, anche l'arredamento nuovo per la camera non ammobiliata che aveva trovato in affitto. Per me invece la disponibilità di denaro era una sorta di una tantum, non certo un versamento mensile, perciò quello che avevo doveva bastarmi per tutto il tempo che sarei stata a Berlino, fosse un mese e mezzo o sei mesi, per aumentare le entrate non sarebbe bastata una telefonata, era necessario trovarmi un lavoro. Di Francesca mi dava fastidio che non le entrava in testa che io non potevo permettermi nemmeno un biglietto della metro da due euro e dieci, dovevo per forza andare a piedi, e questo richiedeva tempo superiore a dieci minuti di preavviso. Di Francesca mi dava fastidio che non le entrava in testa che io non potevo permettermi di aderire ad iniziative per cui si pagava poco, pochissimo, per "risparmiare" dovevo per forza stare a casa, dovevo per forza pagare niente.
Poi c'è stata Tomoko, persa per sempre nello stesso giorno in cui ho perso Francesca ufficialmente, infatti nonostante quell'appuntamento saltato, avevo provato a rivederla ancora una volta: avevo organizzato un'uscita al museo con lei e con Tomoko, ma lei quel giorno si è infine data malata e anche Tomoko, dopo il museo, non si è più fatta sentire: ha ancora le foto che mi aveva fatto al museo, mentre io ho ancora tre suoi film in dvd, che credo volesse solo prestarmi, eppure non si è più fatta sentire, nemmeno per chiedermeli indietro. Io invece non mi son più fatta sentire con Tomoko perché in fondo al museo con lei mi sono annoiata e poi, certo, volevo tenermi i film. Anche quel giorno ho inghiottito nervosismo all'idea di pagare il biglietto della metro, avevo proposto di andare a piedi per risparmiare, poi scopro che Tomoko ha una bicicletta, usata per fare i dieci minuti di strada da casa sua alla mia, e ho capito che mai avrei potuto pretendere da lei una camminata di un'ora fino al museo.
In entrambi i casi suddetti si tratta di persone conosciute a novembre, e ricontattate da me a gennaio, quando sono tornata a Berlino dopo la vacanza dicembrina nella Westerwald: significa che sono stata io a far sapere loro che ero rientrata a Berlino, ma evidentemente la loro vita nel frattempo si era evoluta verso una nuova specie che non aveva bisogno di me, e poi chissà, forse stavo loro pure antipatica. Senz'altro il motivo della fine dell'interesse da parte mia per loro due è stato finanziario: non potevo circondarmi di persone che quando avevano pochi soldi si potevano comunque concedere cose come mangiare fuori casa o usare i mezzi pubblici, che per me però erano un vero lusso: il caffè a casa mia, quello era gratis (quel barattolo me l'aveva regalato il mio coinquilino), il museo il giovedì, quello è gratis (a Berlino). Non potevo permettermi queste due conoscenze, né che diventassero amicizie.
A Berlino ho mollato pure il mio tandem cileno, Pablo, che parlava un perfetto tedesco, ma era pedante come un maestrino, mi annoiava con giochi di memoria per imparare parole in italiano, mentre se si fosse disturbato a crearci delle frasi l'avrebbe imparato meglio; l'ultima volta che ci siamo visti mi ha incasinato l'appuntamento facendomi prendere tram e bus e metro e chissà cos'altro per spostarci in una zona meno brutta della Ostbahnhof, che però si è rivelata ancora più squallida, ma soprattutto mi ha accusata di un ritardo non mio, dato che l'orario che mi aveva confermato via sms era un altro. È stato quando a casa, più tardi, ho ripensato al nostro pomeriggio, che ho fatto la lista delle cose che non andavano:
1) mi ha dato appuntamento alle 16 e 30, e quando mi sono presentata lì puntuale, ha detto che ero un po' in ritardo, perché l'appuntamento era alle 16; mi è pure venuto il dubbio di aver davvero letto male il suo sms, ma naturalmente quando ho ricontrollato non era così: io sono stata puntuale, alle 16 e 30 come chiedeva il suo sms;
2) mi ha fatto attraversare la città, e vabbè non letteralmente, ma l'impressione era quella, visto che potevamo stare alla Ostbahnhof anziché perdere tempo a spostarci; dopo avevo un appuntamento infatti, ma evidentemente lui intendeva monopolizzare il mio pomeriggio ben oltre le due ore del tandem;
3) per la prima volta nella mia vita ho messaggiato sotto il tavolo mentre parlavo con qualcuno, io che di solito il telefono lo spengo, se ho un appuntamento di qualsiasi tipo; certo, ad un certo punto l'ho avvertito che dopo avevo un altro appuntamento, e che scrivevo un messaggio per rimandarlo, gliel'ho detto però non per correttezza, ma per iniziare ad insinuargli nella mente l'idea della fretta che avevo di andarmene, fretta dovuta alla noia, più che all'appuntamento con Alessandra, ma era già sufficiente il primo gesto di cercare il telefono per farmi capire quanto mi annoiavo;
4) mi ha guardata con un sorriso comprensivo, quando ho dato l'ennesimo sguardo disperato all'orologio: a lui era entrato in testa che non avevo soldi, perciò mi faceva viaggiare col suo biglietto, che nel fine settimana includeva un "accompagnatore", e mentre con la metro mi "accompagnava" verso la Ostbahnhof dove avevo appuntamento con Alessandra, mi ha guardata con un sorriso comprensivo e mi ha detto "tu non sei molto puntuale, vero" e non era una domanda, bensì una goccia che fa traboccare il vaso.
Mi ha salutata via mail prima di partire per le vacanze in Tailandia, chiedendomi un indirizzo a cui spedirmi una cartolina: non gli ho mai risposto.
Con Alessandra ho silenziosamente rotto per natale, quando dopo mesi che non si faceva sentire, ossia non rispondeva ai miei messaggi di saluto, si è presentata al negozio, nel mio giorno di riposo. Ha detto a Lena che sarebbe passata il giorno dopo, ma naturalmente io non ci ho creduto: non era la prima volta che mi lasciava i suoi saluti promettendo di ripassare, ma non l'aveva mai fatto, mentre io aspettavo poi per giorni che si facesse sentire magari via mail per dirmi come butta e così via, ma niente. Invece quella volta eccola lì, col suo fidanzato e una coppia di amici, che mi salutava con un abbraccio e mi diceva che era venuta al negozio per fare gli acquisti di natale, come una volta vedendo una borsa mi aveva accennato di voler fare; insomma non aveva scordato che io come dipendente avevo lo sconto né che le avevo detto "se vuoi.."; naturalmente la sua amica e le sue proprie voglie di regali di natale erano incluse nel pacchetto acquisti con sconto dipendenti. Nella mia mente certe gentilezze sono scontate, ma per gli amici e per gli amici degli amici, non certo per amici che da mesi non si fanno sentire e quando tornano (con insistenza), mi chiedono come terza frase dei convenevoli se ho ancora lo sconto dipendenti. Nella mia mente certe gentilezze sono false, mi servono solo per decretare sotto la loro falsità la cruda fine di un'amicizia che si è rivelata falsa, mi servono solo per pagare il saldo di quella conoscenza che mai si sarebbe trasformata in amicizia, ora mi era chiaro. Stavolta potevo permettermi quella conoscenza, far sì che diventasse amicizia, ma l'amicizia è una cosa speciale per la quale non mi va di pagare, né di fare sconti.
Anche Silke è uscita dalla mia vita: dopo il mio trasloco ci son state solo un paio di mail fra noi, quando avevo internet un giorno sì e ventinove no. D'altronde da quando era iniziata la nostra convivenza io avevo iniziato ad odiarla, perché era troppo vogliosa di vita insieme e di chiacchiere rigorosamente in italiano, e in realtà è altresì iniziato allora, coincidenza o no, il periodo in cui mi sentivo meno entusiasta di tutto. A volte penso di volerle scrivere, per rispolverare il tedesco, ma sapere che lei mi risponderà in italiano, e soprattutto che in fondo non ho nulla da dirle, mi ferma: non c'è mai stato vero e proprio dialogo fra noi, solo qualche informazione sulla vita passata, qualche disquisizione sulla lingua, qualche racconto della giornata trascorsa. Non mi sono comportata male con lei, mi sono comportata come faccio sempre con tutte le mie coinquiline, con distanza. E l'ho odiata non tanto per la sua voglia di chiacchiere, quanto per la sua voglia di chiacchiere in italiano, perché l'unica (la prima, e ultima) volta che ho parlato in tedesco, mi ha interrotta per continuare in italiano, perché ridacchiava se facevo errori, e passava all'italiano, perché quando poi si è stancata di me e del mio comportamento me l'ha fatto capire riprendendo, dopo mesi, a parlarmi in tedesco. Io le ho risposto in italiano.
In fondo non c'era dialogo nemmeno con Maria e con Katarina le quali, come molti altri, hanno smesso di scrivermi quando ho smesso io, che come molti mi scrivevano solo come cortese risposta ai miei scritti, che come molti altri, nel lungo corso di un anno quale hanno avuto a disposizione dal nostro ultimo incontro, non hanno più avuto occasione di scrivermi una mail. Né per feste comandate, né all'improvviso perché colte dal ricordo di me.
Con Maja e Magda cos'è successo? Non eravamo forse molto unite? Maja in realtà faceva quasi la mamma che vigila sulle amicizie della sua piccola Magda, una mamma che invita l'amichetta della figlia a casa, per giocare assieme, che mi approva come amica per la figlioletta; non c'è mai stato un vero e proprio rapporto fra lei e me, non prima né dopo che arrivasse Magda, o forse dovrei dire che il rapporto c'era, ma quasi professionale, perché non voglio dire freddo, non è così. Con Magda invece c'erano tante chiacchiere, ma anche più tempo a disposizione, quindi maggiori contatti, perché lavoravamo sempre assieme, le ho insegnato tutto io di quel negozio, abbiamo raccontato, chiacchierato, riso, e se la nostra amicizia comprende anche Maja è piuttosto perché loro due abitavano assieme, e fra loro c'era amicizia. Magda aveva un certo atteggiamento al lavoro, ed io la lasciavo dire, infatti lei si lamentava di certe regole rigide e severe o più che altro assurde del negozio, della sospettata ipocrisia e dello scarso interesse per noi dei nostri datori di lavoro e colleghi più esimi, lamentele forse alimentate da Maja che amava i discorsi economico-politici, che conosce molto meglio il tedesco, e sicuramente capiva meglio di noi, o comunque interpretava diversamente i sottintesi e i dietro le quinte, con più malizia: per loro noi non siamo dipendenti, siamo solo numeri, diceva Maja. Forse anche lei ha insegnato a Magda qualcosa di quel negozio, e non era come lavorarci al meglio, perché nella loro mente si trattava semmai di sopravviverci sfruttati e maltrattati.
Io al contrario vivevo il mio sogno berlinese, volevo restare nel mio piccolo, e non avevo nulla di cui lamentarmi, quindi non potevo condividere l'astio di Magda per un lavoro sottopagato, certo, ma bellissimo, e soprattutto non ho mai potuto dimenticare che quando quel lavoro mi è caduto ai piedi, io stavo per morire di fame. Ma Magda mi ha sempre vista dalla sua parte, colleghe e, nella malasorte di quel lavoro, amiche; amiche e, in un paese straniero e in mezzo a quegli ottusi di tedeschi, complici. Non era così. Come promesso, poco dopo il mio rientro in Sardegna ha tentato di organizzarsi una vacanza qui, ma io gliel'ho smontata dicendole che stavo lavorando al Nord, che non c'ero per tutto settembre: settembre è stato un mese di merda, non potevo vedere me stessa, figuriamoci lei, non potevo ospitarla in questa casa, e non ero dell'umore di farle da cicerone come avrei voluto con un'ospite. È finita lì, credo, quando mi sono resa conto che non eravamo poi così amiche, perché se lo fossimo state, se io l'avessi considerata come tale, non avrei avuto problemi a raccontarle la verità; mi sono resa conto che in fondo per me lei era solo una delle tante conoscenze berlinesi, più vicina perché ci vedevamo quasi tutti i giorni al lavoro, più simpatica e infatti uscivamo assieme anche qualche sera al mese, più entusiasta di altri di conoscermi e frequentarmi, di avermi dalla sua, ma ora che ci penso: le conoscenze entusiaste di me, vogliose di avermi tra i piedi il più spesso possibile, non sono mai state idonee a diventare un'amicizia.
Con Macjek ho chiuso non mantenendo una promessa: non è da me. Lena invece non mi è mai piaciuta.
Gabriella mi ha trascurata sempre più negli ultimi mesi della nostra amicizia, quindi anche con lei ho passato giorni a scrivere mail, che nella loro versione più breve si riducevano a veloci "dove minchia sei finita?", ma lei niente, fino a quando sono stata da lei per alcuni giorni; è stato allora che mi ha raccontato delle sue indecisioni e dei suoi dubbi di coppia, ma a quel punto è successo qualcosa, infatti mi sono resa conto, con una sua confidenza particolare, che c'era qualcosa di me che lei non sapeva, e ho capito che si era fatta di me un'idea sbagliata, e ho notato che mi sentivo distante da lei, come se non fossimo mai state amiche e confidenti per un anno intero. Pretendeva di confidarsi ancora con me, ma era tutto così nuovo, per mesi non mi aveva aggiornata ed ora mi diceva cose che avrei dovuto capire al volo, e invece mi lasciavano perplessa e indifferente: non era più una mia amica che parlava, bensì un'estranea che mi trovava simpatica, che si fidava di me perché io tengo la bocca chiusa.
Mi sono sentita indifferente, non volevo essere lì in quel momento, ero a disagio, e non ero in vena di confidenze, anzi c'erano cose di me che non le avevo più confidato: sono questi i sintomi che mi danno da pensare, che mi fanno pensare che non ci sia amicizia, o che sia finita, perché:
1) quando lei parlava parlava parlava, anche quando mi diceva cose assurde, io la giustificavo pensando che in fondo tra amiche succede così, ci si confidano i pensieri più intimi, quelli che non si ha il coraggio di raccontare a nessun altro; e credevo di non ricambiare solo perché in fondo io non avevo granché da dire: si trattava infatti sempre di discorsi su uomini, amore, sesso e annessi e connessi;
2) quando finalmente ho avuto personaggi di cui raccontare, la prima volta mi ha detto "potevi almeno trombartelo" ed io ho pensato non ha capito un cazzo, la seconda volta mi ha detto "ricorda l'importanza dello sguardo, occhi negli occhi" ed io ho pensato ha parlato l'esperta di Troia che però non ha capito un cazzo, la terza volta mi ha detto "avrà qualcosa da nascondere" ed io mi son resa conto che Gabriella non era esattamente la persona giusta a cui confidare qualcosa e, assurdamente, non perché raccontava ad altre sue amiche i fatti miei come se fossimo una grande rete di amiche, ma perché non mi conosceva per niente, non aveva capito chi sono, e perciò mi dava i consigli e mi consolava con i commenti sbagliati;
3) quando abbiamo trascorso la nostra estate assieme pensavo che alcune cose, se non la maggior parte, ci accomunassero, ed era facile elencarle anche con le dita di una sola mano, eppure sembrava che quelle poche cose racchiudessero la personalità intera di ben due persone; erano le sue chiacchiere di propaganda a convincere soprattutto me, poi forse anche altri, di quanto fosse profonda la nostra amicizia; tanto profonda che anche nel mio primo anno a Berlino, per nulla spaventate dalla distanza - perché l'amicizia profonda vola alto oltre i confini terrestri - ha prodotto perle di conversazione in chat, conversazioni tra amiche che cercano conforto l'una nell'altra; almeno finché lei non si è trovata di meglio da fare per confortarsi nel profondo;
4) quando è iniziato il mio ultimo e lunghissimo inverno a Berlino io ero sola: sempre meno la trovavo in chat, sempre più di rado rispondeva alle mie mail, ovvero nell'ordine di 3:1 per me, lei rigorosamente dall'ufficio perché poi nel tempo libero non era libera o non aveva tempo; fino agli sgoccioli, fino cioè a quando non rispondeva più nemmeno dal lavoro; e se dava segni di vita erano segni di una vita spenta e triste, ed io aspettavo che le passasse, sapendo che non era colpa mia e credendo che avesse solo bisogno di stare un po' a riflettere: in caso contrario mi avrebbe senz'altro esposto i suoi dubbi, sfogandosi come sempre con me, la sua profonda amica; quando è iniziato il mio ultimo e lunghissimo inverno a Berlino, perciò, io ero sola con me stessa.
Una volta riabituata a non parlare di me con nessuno, trovarmi al suo capezzale di donna triste e sconsolata perché indecisa se trombarselo ancora o lasciarlo, mi ha lasciata indifferente alle sue sofferenze, perché col suo comportamento di amica profonda ma egoista mi aveva costretta a fare una cosa terribile: sfogarmi con un perfetto sconosciuto, Daniele. Ecco perché quando ho fatto quello che ho fatto, non mi sono chiesta se questo avrebbe avuto conseguenze sul rapporto di amicizia fra me e Gabriella; ecco perché quando ho riferito quello che lei mi aveva confidato non mi sono chiesta se questo avrebbe significato tradire la mia amica, ma ho semmai pensato che una persona che mi confida con leggerezza certe cose non è un'amica, né mia né di altri; ecco perché quando poi tra me e lei è davvero finita, io non me ne sono crucciata più di tanto, e anzi mi sono sentita sollevata, e ancora oggi lo sono: sollevata dall'incombenza di sopportare sfoghi, confidenze, rivelazioni di pensieri malati perché superbi, intrecciare di intrighi anche gratuiti, coinvolgimento in complicazioni da cui da sempre mi guardavo.
Con Daniele è iniziata come con Gabriella, ossia con tanto entusiasmo per questa nuova grande e profonda amicizia! Sono un'illusa. Il primo paragone per Daniele lo feci con lei per via delle chiacchiere pluri-orarie tra il serio e il faceto, se non addirittura il demenziale: rileggendo quelle conversazioni in chat noto il mio malessere di allora, lo vedo fra le righe delle mie risate per battute stupide fatte da lui, e fra le righe delle mie battute stupide; vedo il mio grande bisogno di qualcosa, di evasione forse, non saprei dire. Forse solo bisogno di parlare, e con uno sconosciuto di cosa potevo parlare, se non di cavolate senza senso? Era una forma di sfogo.
Mi piaceva chiacchierare con lui di cose via via più serie man mano che il nostro tempo passava, e infatti è stato tutto un susseguirsi di piacevoli conversazioni, che io chiamavo "coltivazione di un'amicizia". Non parlo di francesche tomoke alessandre e capricci simili, ora: parlo di amicizie in cui ho creduto sin da subito, infatti in Gabriella credevo, finché è rimasta matura, ragionevole, obiettiva, lucida, quando ha smesso di essere il mio idolo, il mio modello, per diventare un'amica, se non addirittura l'amica. E in Daniele, lo sconosciuto, credevo: credevo di poter accettare quei difetti velati perché facevano di lui un essere umano mortale, credevo di saper accettare il suo tenermi a distanza, perché lo vedevo solo come un amico, e nell'amicizia non è necessario sapere tutto l'uno dell'altra, per l'amicizia ci vuole tempo, tempo per coltivare e veder crescere, inoltre il colpo di fulmine non è contemplato nemmeno in amore, da me. Mi sembrava tutto così speciale, perché anomalo, con Daniele, e ho cercato sin da subito di instaurare il migliore dei rapporti di amicizia, basato sulla sincerità innanzitutto, e stavo per vincere la sfida, mai sfiorata dal dubbio, anzi mai sfiorata neppure dal più vago pensiero che da parte sua, lì alla fine di quel canale di chat, non ci fossero le mie stesse intenzioni.
Le prime crepe le ho create io, pensavo; le prime crepe le ho create io con la mia eccessiva presenza, pensavo, pensavo di essere pesante e ho allentato la presa; Daniele era gentile, mai mi avrebbe trattata con sgarbo per rimettermi al mio posto, ma non mi ha mai rimessa al mio posto nemmeno con garbo, perciò mi ero posta io dei limiti, sono stata io ad allentare la presa su quel sogno di amicizia, non volevo essere soffocante. Quella presunta amicizia era iniziata all'insegna della solitudine, mia, e stava continuando nella stessa direzione: sempre più sola in un mondo che non mi voleva e in cui non volevo stare, credevo di potermi confidare con Daniele, mi attaccavo al suo essere speciale perché anomalo, senza vedere che il suo era un essere anomalo perché lontano. I tentativi di avvicinamento sono sempre falliti, forse chissà, nel fraintendimento più totale, forse chissà, proprio a causa del fraintendimento più totale; i tentativi di riavvicinamento sono falliti, caduti con la scoperta di un amore "segreto" che io ho rischiato di fraintendere nel modo più totale: poteva dirmi crudamente non è per te, e questo non avrebbe sortito effetti sulla "nostra" amicizia, invece non mi ha detto nulla. Niente. E questo il suo effetto l'ha avuto: la colpa di Daniele è stata quella di avermi deliberatamente ignorata per una settimana, durante la quale io chiedevo solo la risposta ad una semplice domanda su quella scoperta. Poi è tornata la sua facoltà di parola, stavolta falsa, stavolta sempre più parca di sé, stavolta sempre più distante, ma mai chiaramente ostile, mai esplicitamente lontana, mai dichiaratamente stanca di me. Io invece lo ero, stanca intendo, sempre di più, e ho visto quell'amicizia in cui credevo, quell'illusione, finalmente lasciarmi libera: per un giorno, poi mi riacciuffava, per tre giorni, poi mi riacciuffava, per una settimana, poi mi riacciuffava, per due settimane, poi mi riacciuffava; finché non è più riuscita a prendermi.
Quando finisce l'illusione di un'amicizia?
Quando si capisce che gli sforzi per alimentarla non vanno oltre tante parole di propaganda. Quando si nota per la prima volta che gli sforzi per conservarla intatta sono a senso unico.
Quando si capisce che gli sforzi per coltivarla sono accanimento terapeutico su una pianta che vuole morire, e che ogni giorno si pente di aver conosciuto me, il giardiniere pazzo.
Quando finisce l'illusione di un'amicizia? Quando si prova indifferenza.
Quando l'indifferenza fa compiere a me quel gesto che mai mi sarei aspettata da me, io, amica con la fissazione dell'amicizia.
Ieri ho scritto a Nele. Altro tentativo di recupero. Ho scritto anche a Claudia, approfittando del suo compleanno. Due tentativi all'opposto: Claudia risale a Bologna, e passando a ritroso per l'asse Siena-Berlino-Cagliari pensavo di poter recuperare qualcosa, ma lei non mi ha risposto, anche se il sistema di notifica mi dice che ha ricevuto il messaggio di auguri; Nele risale a Berlino, il luogo dove più di recente ho lasciato vite che per un certo tempo hanno accompagnato la mia.
Claudia era una mia collega: quasi tutte le persone che conosco e che ho frequentato erano colleghe al lavoro, colleghe ad un corso, colleghe all'università; poi ci sono brevi tentativi estremi, come Silke, Pablo, Daniele conosciuti su internet. Lasciamo stare. Claudia era una mia collega a Bologna, per circa un anno; ci accomunava poco, perché lei lavorava part-time, io a tempo pieno, lei viveva a Bologna da quindici anni, io ero appena arrivata; lei aveva addirittura una casa tutta per sé dove conviveva col suo ragazzo, io al contrario subivo convivenze improbabili e sfratti improvvisi, per non parlare dello schifo di case in cui ho abitato, mentre la sua era sempre pulitissima. Quando ho cambiato posto di lavoro, continuavo a passare dal negozio per salutare tutti, e con lei mi trattenevo un po' di più; una volta sono stata a casa sua; assieme parlavamo anche di cose un po' più serie che possono essere considerate sorta di confidenze. Poi ho lasciato Bologna e ricordo che fra le persone motivo di dispiacere nel lasciare quella città avevo incluso anche lei, forse perché nonostante non ci vedessimo più spesso di prima, da poco ero stata per la prima volta in tre anni a casa sua: la nostra amicizia andava rinsaldandosi. Poi più niente.
Nele era una mia collega, come quasi tutte le persone che conosco e che ho frequentato, nonostante i tre brevi tentativi estremi - Silke, Pablo, Daniele conosciuti su internet a Berlino. Lasciamo stare. Nele era una mia collega proprio a Berlino, per circa un anno; cosa ci accomunava? Lei lavorava part-time, io a tempo pieno, lei viveva a Berlino da una decina d'anni, io ero appena arrivata e non parlavo nemmeno bene il tedesco; lei aveva addirittura una casa tutta per sé dove conviveva col suo ragazzo, io abitavo gratis con suo padre, avevo il mio bagno, una cucina in condivisione, una grande sala che attraversavo per andare in bagno ma che non ho mai sfruttato, sebbene contenesse un bel divano in pelle, uno stereo con casse potenti e una vista stupenda sull'Engelbecken; in quella casa avevo qualcuno con cui parlare tedesco: qualcuno un po' noioso talvolta, un po' eccessivo, ma comunque interessato a correggermi se sbagliavo e a spronarmi al racconto, curioso dell'Italia, di cui sapeva già quanto basta per non apprezzarla granché dal punto di vista internazionale, e della Sardegna, che forse avrebbe incluso fra le bellezze che rendono apprezzabile l'Italia, se solo ne avesse saputo un po' di più; è stato il mio miglior coinquilino a Berlino e in assoluto. Nele aveva le chiavi della casa, a volte me la ritrovavo lì, a volte veniva in camera ad avvertirmi che era lì, a volte veniva invitata a cena, quando io cucinavo e Wieland era "l'ospite", ma è stata sempre discreta; quando la castagna mi ha intossicata mi ha lasciato un sacchetto di caldarroste davanti alla porta di casa; quando Ines ha rubato mi ha dato un consiglio obiettivo sul da farsi e poi ci abbiamo scherzato su; quando ho avuto dubbi sulla lingua mi ha dato le dritte giuste; mi ha invitata al suo compleanno, e poi alla sua cena d'addio prima di partire per Oslo, le ho regalato un libro. Cosa ci accomuna? L'interesse per la lettura, per una vita libera e flessibile, per i viaggi, la cultura, la curiosità; la precisione al lavoro anche se non si tratta del lavoro dei sogni, l'obiettività anche quando si è coinvolti in pieno, il senso dell'umorismo; ci piacciono i dolci, il cucito, essere fantasiose, la semplicità; girare in bicicletta, leggere all'aria aperta, studiare "in pubblico per mostrare quanto siamo brave". Nele mi piaceva molto. Nele oggi mi ha risposto, e fra le altre cose ha detto: dovremmo scriverci più spesso. Mi sono commossa.
A volte ripenso ad Emiliano. Capisco di sentirmi sola qui, non perché cerco qua e là vecchi cari amici da ricontattare, ma perché gli amici a cui penso sono persone in particolare, e non gente per fare numero. E sono sola nel senso che non ho qui persone che mi piacciono, persone particolari con cui poter parlare e sperimentare; quindi non amiche materne, non giovanotte con cui andare a ballare, non madrelingua con cui esercitare il tedesco, non egocentriche a cui fare da spalla, non qualcuno triste-ma-non-so-perché da consolare.
Le persone a cui ripenso sono persone in particolare, come la mia RosaLux o come Nele. Persone con cui mi ritrovavo a parlare con tranquillità, a ridere, ma anche a sorridere in silenzio. Raramente sorrido di quel sorriso spontaneo, quasi distratto: ho in mente una scena in particolare, io sorrido mentre penso prima di parlare, oppure sorrido anziché parlare, come risposta. Lo vedo come un sorriso dolce, io so sorridere in quel modo, l'ho scoperto a Berlino. Io sorridevo così: a RosaLux, a Nele. E a volte ripenso ad Emiliano, unico essere di sesso maschile a cui ho sorriso in quel modo, ma solo perché non sapevo che era innamorato di me, né sospettavo che sarebbe successo, perciò mi sentivo al sicuro con lui, sicura di poter sorridere senza conseguenze, solo per il piacere di sorridere. Ripenso ad Emiliano perché guardando dietro di me a questi ultimi anni precedenti ad oggi, e provando ora questa malinconia per l'assenza della compagnia giusta, fra le persone giuste che ho conosciuto trovo nel mio passato anche lui. Con lui potrei parlare di certi argomenti seri, forse anche troppo seri e astratti – ripenso alla sua dichiarazione d'amore, di una bellezza eterea – con lui potrei parlare di me, del mio mondo, e lui capirebbe. Ma non lo ricontatterei mai, perché quella persona che consideravo un amico prezioso è svanita quando mi ha dichiarato il suo amore. Recupererei quel rapporto, se non l'avessi interrotto proprio per non illudere il suo cuore.
Quindi per ora rimango sola, mi accontento di scrivere a RosaLux, di ricontattare Nele, di farmi sentire con Giulietta, di ripensare ad Emiliano, di non dimenticarmi di persone lontane eppure molto più vicine a me di quanto non lo siano quelle che posso vedere allo schioccar delle mie dita.
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