sabato 29 gennaio 2011

Giovinezza fisica, mentale o spazio-temporale.

Mi sono iscritta in palestra. Va bene, non l'ho già fatto, perché lo farò la settimana prossima dopo la lezione di prova e dopo aver fatto il certificato medico. Ma stavolta sono decisa a farlo.
Mi sono decisa e ho divulgato come motivazione la vecchiaia che incombe, anche se non è esattamente lo sprono più forte, in me. Mi fa male il culo. Lo dico chiaramente e crudamente, perché è così: mi fa male il culo a stare sempre seduta. Ogni altra motivazione è vera e valida, ma nessuna è così forte quanto un culo appiattito e dolorante.
Quando la MiaAmica ha balbettato di averne trent.. uno, ho incominciato a sentirmeli anch'io, benché li abbia compiuti qualche mese fa. Ci ho scherzato su, così come abbiamo scherzato sulla frase detta da suo fratello "dove andate vestite da diciannovenni". Ma è vero, non abbiamo più diciannove anni, e io non li voglio nemmeno rivivere, perché il mio diciannovesimo anno è stato traumatico, brutto, e non pensavo alla mia salute né alla malattia perché semmai pensavo direttamente alla morte, eppure se li rivivessi non cambierei una virgola dei miei diciannove anni, non potrei perché io allora ero così, non avrei potuto viverli diversamente nemmeno se avessi avuto una scelta; non li cambierei perché da quel punto in poi è partita la mia vera vita, quella vissuta, anche se ancora sofferta ma da allora per mia scelta sempre e comunque nel bene e nel male; non li cambierei perché non si può mai tornare indietro, non potrei tornare indietro nemmeno se lo volessi davvero, ma non lo voglio, e non si può e lo so, lo so da allora, mentre fino ad allora un po' avevo creduto alle bacchette magiche.

Lo dico principalmente perché oggi non ho molta voglia di studiare, come ogni sabato, ma lo dico anche perché me ne rendo conto in questi giorni di scherzi sui trentun anni e sui diciannove anni. In questi giorni ho anche pensato che potrei fare una lista delle mie frasi più sagge: non si può mai tornare indietro, detto col "mai" sottolineato, e tre è il numero perfetto, sono le due frasi, i due mantra, che ora mi vengono in mente, ma ci sono anche altre fissazioni, dovrei proprio farne una lista, così, per prendermi un po' in giro.
Sono felice di iscrivermi in palestra, di fare qualcosa, anche di farla con la MiaAmica L'ultima volta che ci ho provato avevo diciannove anni, e con la MiaAmica come compagna d'avventure in quella palestra noiosissima avevo resistito un mese, perché ogni giorno ci dicevamo "ma se ci andassimo domani? Oggi possiamo anche non andarci, questi esercizi li facciamo dopodomani"; non eravamo di traino l'una per l'altra come intendiamo essere stavolta: io stavolta sono convinta che mi serva un'attività fisica.

Ma non pensate sempre al sesso, cazzo! Ma credete davvero che il sesso sia uno sport, un'attività utile al fisico? Anche volendo assumere più posizioni contemporaneamente, fare sesso non fa passare i dolori alla cervicale o alle spalle o al culo, anzi ne fa venire altri. Il sesso fa sudare, stanca, produce sostanze e ne elimina altre, forse fa anche dimagrire, e senz'altro fa venire fame, ma non vale come esercizio mirato e ripetuto per tutto il corpo. Io invece ho bisogno di questo tipo di esercizio, perciò non cerco un uomo, bensì un'attività con musica e divertente, che sia anche utile a tutto il corpo, non solo a cosce glutei addominali. Inoltre un titoletto che ho letto di sfuggita su una rivista mi ha svelato l'arcano di tutte le trombate insoddisfacenti di questa terra: il sesso fa invecchiare. Ecco perché non paga, è un'illusione ottica! Non ho letto l'articolo, chissà quante stronzate mi avrebbe rivelato. Secondo me si dovrebbe fare sesso finché piace, senza star lì a calcolare premesse e conseguenze, vantaggi e ostacoli; questi dovrebbero essere legati solo alle gravidanze, alle malattie e al piacere personale.

Il problema non mi si pone. Non in questi termini.
Mi si pone il dolore al culo, da alleviare prima di ritrovarmi a mangiare in piedi come oggi tutti i miei pasti per paura della seduta scomoda, per fobia dell'appiattimento cronico del mio bellissimo culo.
Avevo diciannove anni la prima volta che me lo dissero, vedete che tutto torna? Sono studentessa, chiedo la paghetta ai genitori, ho l'acne, non ho la macchina perciò devo fare l'abbonamento ai mezzi, mi iscrivo in palestra per tenermi in forma, trovo i trentenni noiosi e ho un bel culo, che però stavolta è a rischio estinzione per appiattimento. Stavolta, dopo anni di rifiuto dell'attività fisica (non del sesso, quello non è un vero e proprio rifiuto), riprendo l'idea della palestra, non perché stia invecchiando o mi senta vecchia, non perché a causa dell'età possa ammalarmi, ma perché per la prima volta in vita mia faccio una vera e propria vita sedentaria, non ho nemmeno le due ore di ginnastica a settimana come quando andavo a scuola, non corro a perdifiato per gioco e non faccio poi così tanti giri in bicicletta, anzi anche quando cammino non è vera attività fisica, è solo movimento, non aiuta contro i problemi da sedentarietà. Il culo e le ginocchia, le spalle e la cervicale, la schiena in vari punti, e poi il mal di testa: essere studentessa a tempo pieno ha i suoi effetti collaterali, che inaspettatamente non sono le domande delle zie curiose; quando lavoravo dodici ore al giorno sempre in piedi invece non avevo nemmeno le vene varicose.
Certo, ero giovane.

Il problema fisico ora, come vedete, attira tutta la mia attenzione, eppure nessuno direbbe che sono vecchia, anche se alcune vecchie clienti, a Bologna, mi hanno detto che quando lavoravo lì ero "ancora una bambina" e ora la differenza a quanto pare si vede. Né loro, né i capelli bianchi mi hanno però sufficientemente spinta ai ripari come i dolori, quelli non li voglio, non perché sono cose "da vecchia", ma perché non sono "da me": io sono sempre stata sana, circondata da malati ma sana, ed ora non mi ci ritrovo in questo ruolo deboluccio.
Cambiare fisionomia e passare a tratti del viso meno infantili, va bene, è normale; avere capelli bianchi va bene, è il normale corso della vita (del capello); cambiare gusti, affinarli o renderli più "seri", tipo che adesso lavo i piatti in guanti gialli, è normale; ma gli acciacchi no! Mi rifiuto, e la mia voglia di giocare al genio incompreso, la mia voglia di essere persona di cultura, intellettuale estranea alla pochezza dei certificati medici e delle prescrizioni di medicinali, cede di fronte alla mia voglia di essere sana anche nel corpo, non solo nella mente. Corpo sano e mente sana vanno assieme, lo sappiamo dai tempi degli antichi, perché fregarsene come di una cosa antica? È pur sempre valida, no? Oggi soprattutto, a trentun anni suonati, oggi, col culo piatto e il mal di schiena di gambe di testa e il fiatone sulle scale. Mi serve allenamento.

In questi giorni di decisioni così importanti (dovrò spendere 30 euro per il certificato medico, 20 di iscrizione in palestra e altri 35 ogni mese per l'attività, mica briciole per una studentessa che elemosina la paghetta), in questi giorni di riflessione filosofica sulla mia vita, scopro che la differenza d'età non è però una differenza fisica.
A diciannove anni tutto tende ad essere simbolo di qualcosa, e ancora oggi non mi va di fare certe cose che mi ricordano eventi spiacevoli accaduti allora o prima di allora, non so se per ignorante scaramanzia o per trauma infantile irrisolto; invece gli eventi spiacevoli successivi non mi hanno portato ad un rifiuto in blocco di tutto ciò che me li ricorda, perché ho imparato che se depenniamo dalla lista di possibilità tutto ciò che una volta sola ci ha bruciato, la lista si esaurisce molto prima dei trentun anni. Io invece voglio fare un sacco di cose, e ripetere anche quelle già fatte, per farle meglio e per godermele di più, o di nuovo.
A diciannove anni tutto è ancora da vivere e l'impressione di non avere tempo è, assurdamente, molto più forte, ed è rafforzata forse dall'impressione che ci sarà sempre qualcuno, come nell'infanzia, pronto ad ostacolarci, fermarci, criticarci, deriderci, demoralizzarci, boicottarci eccetera, perciò a diciannove anni si cerca di fare tutto subito, il più in fretta possibile, come se fosse quella l'ultima occasione che ci verrà data, e di nascosto, come se essere scoperti equivalesse ad essere fermati, dissuasi, convinti a lasciar perdere. Dipende molto anche dal tipo d'infanzia. Io quella fretta l'ho avuta sino al 2007, quando ho fatto l'ultima cosa che volevo fare poi mi son data una calmata: sono andata a Berlino.
A diciannove anni si è in una fase di transizione, si son viste ancora poche cose senza il filtro del punto di vista dei genitori, e non si è ancora in grado di valutare obiettivamente, di delineare chiaramente la propria filosofia di vita, di capire e di imparare a capire, e allo stesso tempo lo si vorrebbe già fare, si vorrebbe essere già in grado di farlo e di conseguenza, spesso, si finge di essere già così, perché non si sopportano più le critiche e i commenti. A diciannove anni si pensa di dover scegliere per forza tra bianco e nero, perché a diciannove anni esistono solo il bianco e il nero.
A diciannove anni si è ormai capaci di intendere e di volere, legalmente; si è capaci di decidere e di essere responsabili personalmente delle proprie decisioni, teoricamente. E pensare che ci sono persone che ancora a trentun anni non lo sono nemmeno per ipotesi. Dipende dal tipo di educazione.
A diciannove anni e a trentun anni il nocciolo della personalità e del carattere è lo stesso; la personalità e il carattere le vedo come due cose separate, perché per me la prima è il modo di essere e il secondo è il modo di comportarsi, e credo che la distinzione derivi dall'etichetta che la gente mette a chi si comporta in modo strano o spiacevole o inaccettabile, dice "ha un carattere di merda", quando il giudice è un coetaneo o un giovane, oppure "ha un carattere difficile", quando il giudice è un genitore o un adulto in generale. In entrambi i casi l'etichetta sa di giudizio, perciò chi etichetta un altro in questo modo per me è un "giudice". A morte i giudici.

Nessuno nomina mai la personalità, nei suoi giudizi, nonostante sia molto importante in una persona, perché sta alla base del carattere, e cambia molto meno del carattere che, essendo lo strato più superficiale dei due, è più soggetto a condizionamenti e influssi, a intemperie che ne modellano i tratti, ai segni del tempo; la "vecchiaia" incide prima e soprattutto sul carattere, e forse solo un forte trauma può incidere sulla personalità. No, direi piuttosto che la fa emergere all'improvviso, come se la personalità fosse un'arma segreta che viene svelata solo in caso di necessità, mentre normalmente agisce in incognito, è sempre lì, a motivare tutte le nostre esternazioni. Raramente qualcuno dice "è una bella persona": la personalità è troppo difficile da giudicare, nemmeno se ci appelliamo alle questioni di gusto possiamo fare un commento facile sulla personalità, al massimo riusciamo a descriverla, ma con molti "mi sembra" d'insicurezza.

Cambia l'applicazione della personalità alla realtà, quando si passa dai diciannove ai trentun anni? Si, direi di sì. Abbiamo a trentun anni molti più elementi a disposizione per valutare la vita e le persone e gli eventi esterni che però ci toccano, quindi la personalità agisce tramite questa conoscenza maggiore delle cose, la personalità agisce per mezzo delle capacità: è come reagire ad un pericolo da neonati, quando si può solo piangere per attirare l'attenzione dei genitori, da bambini, quando si sa anche camminare e correre per scappare via, da adolescenti, quando si sa parlare e urlare le proprie ragioni, da adulti, quando si sa ormai valutare se ragionare e convincere il pericolo a non toccarci oppure se conviene stare zitti. In tutti questi gesti, nelle stesse reazioni, la personalità determina sfumature diverse di comportamento nelle diverse persone, mentre l'età determina la scelta della reazione. Purtroppo niente impedisce che ancora a trentun anni si reagisca alla vita col pianto, come per attirare l'attenzione dei genitori o di chi ne fa le veci.

La vita però non è così semplice e lineare, non è fatta di reazioni bidimensionali, causa-effetto, ho fame quindi mangio, ma nemmeno tri o quadridimensionali causa-concausa-effetto-rinculo; nella vita, come nelle torte al cioccolato, ci sono numerosi ingredienti, ed ha importanza l'ordine in cui vengono aggiunti (solidi con solidi, liquidi con liquidi, liquidi sui solidi; ingredienti base più ingredienti particolari; in ordine alfabetico; tutti assieme man mano che li si trova in casa); ha importanza anche il tipo di forno, la temperatura e il tempo di cottura, sia per il dolce che per il salato; nemmeno le ricette crude vengono preparate a caso. Vivere e reagire alla vita è un'arte che va imparata, ognuno si specializza in qualcosa, ma il risultato finale dipende spesso dal giudizio di chi assaggia per primo.

A diciannove anni non sapevo cucinare, ora me la cavo in alcune cose che mi piacciono, mentre altre non le provo nemmeno perché non mi interessano. A volte faccio le torte e le nascondo per mangiarle solo io. È da egoisti, lo so, voler fare le cose per se stessi, ma ditemi se è sbagliato voler fare le cose solo per il proprio bene e non per l'approvazione altrui! È deprimente vivere in funzione dei giudizi di persone che, tolta l'etichetta di giudice che si sono scelti, sono esseri umani tanto quanto me, e niente in loro giustifica il loro essere giudici della mia vita. Anche essere più esperti di qualcosa non rende giudici, ma semmai consiglieri, reporter, o testimoni della possibilità di farcela.

Oggi ho trentun anni, e a diciannove pensavo le stesse cose che penso oggi, solo che oggi ho imparato le parole per dirle, ho trovato il coraggio per dirle, so capire quando devo e quando posso dirle. A diciannove anni balbettavo e piangevo, avevo in più solo le gambe per scappare di fronte ai pericoli e la mente per pensare a quanto tutto fosse sbagliato o ingiusto nei miei confronti, e anche quando ho avuto la lucidità per capire che tutto era sbagliato o ingiusto solo finché io lasciavo che così fosse, non avevo strumenti per usare quella lucidità come un proiettile d'argento. In questi anni ho costruito i miei strumenti, ed ho perfezionato anche i proiettili, i miei pensieri.

A diciannove anni non ero come gli altri diciannovenni, e a trentun anni non sono come gli altri trentunenni, questo non è cambiato. Sono cambiata io, è cambiato il mio carattere di superficie, ma non la mia personalità. Sono cambiati i miei pensieri, ma non il mio modo di pensare, non il modo in cui vorrei che fosse il mondo, in cui vorrei che fosse la mia vita, io. Io continuo ad essere ribelle alle convenzioni, ed ora applico la mia ribellione alle convenzioni per trentunenni: non voglio progettare un certo tipo di vita, anzi sto or ora ricominciando la mia vita ed è, di conseguenza, troppo "presto" per certe cose; non ricomincio la mia vita dopo un trauma o un colpo di spugna, ma la proseguo in modo diverso da poco prima, ad esempio sto rivivendo a livello di trentunenne attività intellettive e convivenza, disponibilità economica e di mezzi già sperimentati a livello inferiore, adolescenziale. Cerco di fare meglio cose già fatte. Ho voti migliori, ad esempio. Ho scelto la facoltà di Lettere autonomamente.

In molte cose sono ancora vergine, anche in alcune che ho già fatto, perché le ho fatte male, o di fretta, o controvoglia perciò non me le sono godute. È il godimento che fa la differenza, perché non basta aver fatto una cosa per dirsi esperti, e non basta che siano passati dieci anni per poter dire di averli vissuti. Ci sono cose, anche banalità, che non ho mai fatto per mancanza di occasione o di coraggio, ora ad esempio sarei pronta a sperimentarle. Ci sono cose che non ho mai fatto perché rientravano nelle convenzioni di quell'età perciò le ho saltate per andare oltre, per sentirmi oltre, avanti e superiore, diversa se non migliore, insomma: libera di scegliere. Alcune di queste cose, oggi, nella soddisfazione di chi si è già levata le curiosità del diverso, nella calma di chi non deve più dimostrare di essere anticonvenzionale, alcune di quelle cose le farei, perché mi è rimasta la curiosità.

A diciannove anni mi sentivo vecchia, a trentun anni non riesco a scegliere un'etichetta, perché non sono giovane: ricordo bene il percorso tortuoso che mi ha allontanato dalla prima giovinezza, che mi ha portato fin qui e tuttora va avanti; eppure non sono nemmeno vecchia, perché ho tutta la vita davanti, ho ancora tanta curiosità e voglia di imparare, anche su me stessa, infatti chissà quanto ancora cambierò, quanto ancora conoscerò, quanto ancora stupirò me stessa con progressi e con rivisitazioni, con novità e con invenzioni. A diciannove anni volevo morire, pensavo che se fossi giunta ai 32 ancora viva per cause naturali, mi sarei tolta la vita io, simbolicamente a 32 anni.

Oggi ci sono, ci sto arrivando, e di morire non ne ho voglia, la vita mi piace, anche con le sue sofferenze, perché soffrire mi fa sentire viva (altra frase saggia da mettere nella lista). Oggi ci sono, ci sto arrivando e poiché ricordo ancora i miei diciannove anni so apprezzare meglio tutto ciò che ho fatto sinora, errori compresi, perché anche loro mi hanno portata fin qui dove sono ora, come sono ora. Non voglio più paletti, etichette, simboli, voglio vivere senza il pensiero di scegliere l'aggettivo giusto per ogni persona che incontro, o il significato giusto per ogni evento che accade, senza cercare il colpevole, voglio solo godere di quello che ho, e sprecare energie solo per avere quello che voglio e per valutare cosa posso avere.

Oggi non ho più diciannove anni, ne ho trentuno e posso dire che la differenza non è fisica (rughe, capelli bianchi, acciacchi), né mentale (paure, elaborazione del pensiero, idee chiare, preoccupazioni), ma è spazio-temporale: a diciannove anni io ero appena uscita dal mondo delle fiabe in cui tutto sembrava possibile, bastava volerlo, eppure ero ancora lontana dalla realtà della vita; a trentun anni penso che la vita sia una lunga strada di avvicinamento alla realtà, non come disillusione, ma come presa di possesso di uno strumento che sarà poi argilla nelle mie mani (Achtung! una volta seccata non si può tornare indietro). La differenza è che ora ho tanti anni passati in più da cui attingere per vivere il mio presente, ho camminato con successo, senza rimpianti fino ad oggi, sono soddisfatta, mentre a diciannove anni non credevo di farcela, e progettavo di gettare la spugna (così presto!?), ma la mia personalità tenace e curiosa esisteva già allora: mi diedi infatti un limite spazio-temporale da colmare, da visitare, da conoscere, prima di confermare e mettere in atto la mia decisione.

Se avessi ancora diciannove anni, simbolicamente aspetterei di compiere i 32 anni, prima di dichiarare ufficialmente chiusa quella partita, persa per la parte fragile e fissata coi simboli di me, che ora non esiste più; ma sono cresciuta, ora ho trentun anni, e credo che coi simboli non si vada avanti, non si viva, perciò me ne frego di quanti anni ho e di quanti non ho, e chiudo ufficialmente quella partita, che avevo già chiuso tra me e me tre anni fa (tre? ma non è.. il numero perfetto?), a Berlino, quando nella casa in Wranglerstrasse seppi della morte suicida per impiccagione (frase sentita in un film americano che però odora di burocratese italiano, sarà colpa del doppiaggio) di un ragazzo che conoscevo, e riflettei che mi sentivo ancora vicina a quel gesto ma non più tanto partecipe, notai che accettavo e difendevo ancora il suicidio come possibilità, ma non ne capivo già più bene le dinamiche mentali, le motivazioni. Oggi è ancora più lontano da me di allora: non ci penso più, non lo sento più un pensiero mio.

Pertanto, pur volendo dar ragione a quanti dicono che i diciannovenni sono più piccoli dei trentenni, pur accettando come comprovata la mancanza di esperienza o di maturità che i diciannovenni hanno rispetto ai trentunenni, e senza infierire sui trentenni immaturi che sembrano diciannovenni o si spacciano per tali, posso dire che a diciannove anni io ero molto meno di adesso, conoscevo e sapevo molto meno di adesso, e facevo più errori di adesso (ma adesso non ne faccio tanti solo perché molti li ho già fatti a diciannove anni e non li voglio ripetere), ma è importante sottolineare che se non fosse stato per quella diciannovenne curiosa della vita, io ora non sarei qui a tediarvi con i miei ragionamenti da trentunenne coi primi acciacchi; perciò confermo ciò a cui mi ha portato la recente riflessione sul culo piatto, sui capelli bianchi, sul mal di schiena e di testa: ciò che mi piace dei giovani, ciò che agli "adulti" manca e li fa sembrare rincoglioniti e ottusi, ciò che per ora possiedo ancora e che non voglio perdere mai, non è la giovinezza, ma è la solida curiosità per la vita.
Se poi anche il culo mi rimane sodo, ben venga.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...