domenica 20 febbraio 2011

Domenica libera.

Un tempo la domenica era il mio problema, ma si tratta di un tempo intermedio della mia vita, tra l'oggi e l'ieri più remoto. Significa che non è stato sempre così. In origine la domenica io lavoravo, e il mio problema non erano le domeniche di lavoro, bensì le persone che mi circondavano e che insistevano nel mettermi in bocca lamentele e proteste che io non sentivo: "ma perché non gli chiedi un permesso?" "ma perché non gli dici di farti finire prima e rimanerci lui lì la domenica sera?".
Io non volevo la domenica libera, nemmeno solo la sera, io ero contenta di lavorare, mi è sempre piaciuto, lo consideravo quasi un onore. E un dovere, certo. Non mi lamentavo. Lo facevano gli altri per me, quando dovevo rifiutare un invito. Ora voi penserete che questa storia me la sto inventando, che non è vero che rifiutavo gli inviti perché dovevo lavorare, e che la verità è che inviti non ne ricevevo. Smettetela, certo che ne ricevevo, a iosa.

Finché venne il tempo, anche per me, delle domeniche libere, e non sapevo che farmene. Lavorare la domenica era stata tutta la mia vita, mi sembrava, come se non avessi vissuto un'infanzia di chiesa e catechismo e pranzi di brodo di gallina per primo e per secondo carne bollita, sempre di gallina: da piccola la domenica facevo festa anche io, se di festa si può parlare senza malloreddus al sugo e carne arrosto. Eppure quando venne il tempo, anche per me, delle domeniche libere, non seppi che farmene: che fare? Cosa fare? Dove andare? Le gite che si sognavano ad occhi aperti, nella vita reale non le fa nessuno: in estate si va al mare, in inverno ci sono le partite; è questo il sogno della domenica libera? Mi chiedevo. La tanto ambita domenica libera si riduceva per tutti i miei conoscenti alla sveglia tardi e ad una pizza la sera, poi a letto presto perché lunedì si lavora. Fra i due estremi temporali stavano attività che a me non interessavano: mare, calcio. Non potevo crederci. Pertanto, e abituata com'ero a lavorare la domenica più degli altri giorni grazie a quelle persone che la domenica la passano al bar, decisi di trovarmi un'occupazione, sebbene gratuita, perciò iniziai a dedicare la mia domenica alle pulizie.

Il tempo passa per tutti, anche per le domeniche libere di cui non si sa cosa fare, ma per loro passa più lentamente, non finiscono più, infatti anche quando trovai un gruppo di amicizie che amava le gite fuori porta e i pranzi tra amici, io non riuscivo ad abituarmi all'idea di avere la domenica libera, mi sembrava quasi un sacrilegio e una perdita di tempo e capii una cosa importantissima: non è il fatto di essere pagati per farla, che fa di un'attività un lavoro, bensì il tipo di attività in sé; infatti quando andavo al fiume per un picnic, anche se tornavo a casa stanchissima come se avessi provato tutti i cespugli sulla riva col primo sconosciuto disponibile, non avevo l'impressione di aver lavorato, di aver fatto fruttare la mia domenica, anzi pensavo di averla sprecata, addirittura; mentre, nonostante nessuno mi pagasse nemmeno per pulire casa mia, avevo in quel caso l'impressione di aver lavorato, di aver impiegato bene la mia domenica. Non sapevo rilassarmi, detto brevemente.

Questa è una cosa triste, lo capisce anche un disoccupato. Lavorare, impegnarsi, è bello, soprattutto se piace, e penso che ognuno dovrebbe fare un lavoro che gli piace, che può apprezzare, quindi non necessariamente un lavoro che gli fa guadagnare ogni mese la rata della macchina nuova che usa praticamente solo per andare a lavoro, perché poi torna a casa e crolla sul divano disperato per la giornata di merda, colleghi di merda, clienti di merda. Parlo di un lavoro che magari vi costringe alla corriera all'alba perché con quello stipendio non vi potete permettere nemmeno un telefonino di prima generazione a rate di un euro al mese, figuriamoci la macchina, o un lavoro che vi tiene la domenica occupata, per non parlare del sabato dall'happy hour in poi; un lavoro di cui magari non vi vantate ma, quando ne parlate anche per caso, si vede che vi piace, che vi piace farlo. Un lavoro da invidiarvi, perché è invidiabile il fatto che non vi metta di malumore a causa dei suoi orari, dei vostri colleghi, dello stipendio-fantasma che vi offre.
Ma anche quando il lavoro piace come a me piaceva il mio, scoprire all'improvviso di non sapersi rilassare la domenica, di non sapersi godere il giorno libero, qualunque esso sia, di non saper apprezzare il dolce far nulla, nemmeno per un attimo, è triste. Io ero così. E così sono rimasta quando ho iniziato a studiare e ho ripartito il mio impegno all'università e a casa, quello che vale un credito ogni venticinque ore di lavoro, nel seguente modo: fino a otto ore di lezione al giorno, in base agli insegnamenti che volevo seguire; studio a casa dopo cena, studio a casa il fine settimana, studio a casa nei giorni di vacanza dalle lezioni, ossia quelli invidiati dai lavoratori perché ricalcano quelli delle vacanze da scuola, che io naturalmente, pur lavoratrice, fino ad allora non avevo mai desiderato perché avevo sempre preferito lavorare, neanche avessi fatto l'avvocato a duecento euro all'ora.

Finché dopo tante peripezie la nostra eroina bianca, ossia io che la domenica non andavo al mare perché dovevo lavorare e quindi non mi abbronzavo, finché dopo tanto vagare la nostra principessa triste, ossia io che facevo la mantenuta con la scusa che "adesso studio e mi piace moltissimo anche se non mi pagano", finché io un bel giorno, con orrore, scoprii che studiare sarà anche un lavoro, sarà anche un piacere, ma "io arrivo alla domenica che non ne posso più".
Non mi concentravo, orrore!, non rendevo nemmeno un terzo di un giorno qualunque, non producevo che pensieri vaganti per boschi e laghi (il mare, l'avrete capito, non mi piace), non andavo avanti di una pagina nello studio, ma che dico, di un concetto. Fissavo gli uccellini fuori dalla finestra, fingendomi impegnata ad indovinarne la specie, ma ritrovandomi sicurissima solo nel distinguere nettamente gli uccellini da Aurora, il gatto della vicina.
Con stupore e paura mi sono ritrovata ad ammettere che, oh mio dio, io il fine settimana lo voglio libero, mi serve per respirare, riprendermi, staccare, svuotare la mente, rilassarmi. Con stupore e paura ho iniziato una nuova vita: ci sono persone che lasciano tutto e partono, ci sono persone che si dichiarano omosessuali, ci sono persone che si sposano o che si separano, ci sono persone che lasciano un lavoro ambito e ben remunerato per andare a vendere ricci al Poetto senza licenza, ci sono persone che fanno cose che mai vi aspettereste da loro, pur di cambiare vita, pur di sentirsi diversi da se stessi: a me è bastato prendermi la domenica libera.

Perciò oggi ho fatto un bel respiro, ho lasciato il libro sulla scrivania, non l'ho guardato, giuro, ho preso piumino, aspirapolvere, secchio e mocio, più comodi se si ha poco tempo, ho rifatto un bel respiro e mi sono dedicata alle pulizie della veranda, non allo studio, alle pulizie della veranda, guidata e motivata dalla musica dei Pretenders, per rendere la suddetta veranda vivibile e respirabile in vista del pranzo con gli amici che nel frattempo veniva preparato tra la cucina e il giardino, nonostante la pioggia a tratti. Non ho studiato, ho cercato di non pensarci nemmeno, mentre pulivo e respiravo fumo di patchouli in bastoncini per togliere l'odore di muffa dalla veranda inutilizzata in inverno; non ho studiato perché oggi è domenica, eravamo tutti liberi, o quasi, ci siamo incontrati a casa per rilassarci, tra discorsi sul tempo che ci ha precluso punta Sos Nidos, sul lavoro che viene e va, sull'età che arriva e supera i trenta e, cosa più importante, ci siamo incontrati per un bel piatto di malloreddus con sugo e una schidonata di maiale.

Un tempo la domenica era il mio problema, ma non oggi, una domenica grigia di pioggerella in cui penso che, in fondo, crescere e cambiare spaventa, ma non è per niente male.
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