venerdì 18 febbraio 2011

Me stessa.

Oggi ci sto pensando meno, ma ci sto pensando, perché voglio capire.
Mi sono sentita stupida, e mi sono sentita una merda.
Mi sono stupita, ma in fondo sapevo.
Sono arrabbiata con me stessa, ancora adesso, un po', sì.
Sono arrabbiata con altri, ma in fondo solo con me stessa, eppure mi giustifico, capisco, e sono contenta che sia successo, perché così finalmente ho potuto dimostrare, non in linea teorica ma nel concreto, grazie alla mia espressione triste pensierosa sconvolta dalla vergogna, che non è corretto liquidarmi con un "eh ma dai che tu sei brava".
Sono brava perché mi impegno, non si tratta di un segno particolare scritto sulla mia carta d'identità. Venti? Perché? Cos'è successo?
Perché non ho studiato come avrei dovuto, perché studiare significa impegnarsi, a volte anche annullarsi come persona, ed io non l'ho fatto. Sono arrabbiata con me stessa per questo, ma anche contenta, perché in fondo anche io avevo il dubbio, che ora è fugato per sempre: io non riesco, io sono lenta, io devo concentrarmi, io devo impegnarmi, io devo annullarmi come persona. Sono triste ma contenta, perché ho dimostrato che il metodo di studio da lavoratore non funziona.
Studiare non è come lavorare. Chi lavora anche dodici ore al giorno, poi torna a casa e ha finito. Anche quelli che fanno sei ore e guadagnano mille euro poi tornano a casa e non fanno più nulla, dormono o si buttano sul divano a guardare la tv e si lamentano perché non hanno voglia di cucinare, sono stanchissimi, ma non possono nemmeno permettersi di andare in pizzeria, perché mille euro al mese sono pochi (per sei ore di lavoro?).
Chi studia invece sta a lezione dieci ore al giorno e senza pausa pranzo, perché il quadro generale degli orari prevede che ci siano lezioni anche all'ora di pranzo, una di seguito all'altra; non riceve un centesimo se non quelli necessari per le tasse universitarie, per i libri e per l'abbonamento ai mezzi o la benzina. E non ha vita sociale, se vuole essere il migliore, se vuole imparare e non solo avere i crediti sul libretto.
E se si lamenta o se si demoralizza, se si esaurisce o è nervoso, nessuno capisce, perciò si viene liquidati con "eh ma dai che tu sei brava".
Mi vergogno eppure vorrei urlarlo ai quattro venti che ho preso un voto bassissimo, poco più del minimo, vorrei dirlo a tutti con la mia espressione moscia e poi spiegare che l'ho preso perché non mi sono impegnata abbastanza, perché non basta essere genericamente brava per riuscire, bisogna anche studiare con impegno, capire la materia, padroneggiarla. Ed io non l'ho fatto: stavolta ho usato il metodo dell'o la va o la spacca, il metodo di liberarsi dell'esame il più presto possibile, ma ho fallito, perché la condizione era accettare un voto bruttissimo, bassissimo, ed io non posso farlo, perché so di essere in grado di prendere il massimo.
Per una volta ho abbandonato il mio metodo che prevede che per dare l'esame su un argomento devo conoscerne dieci, stavolta ho studiato il minimo indispensabile e nemmeno tanto bene, stavolta ho fatto scena quasi muta: ho fallito.
Eppure ho vinto: ho dimostrato che il mio metodo è il migliore, che non sbagliavo ad annullarmi, a chiudermi nella mia grotta, perché solo così imparo, solo così ottengo il massimo, solo così ho successo, solo così sono me stessa.
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