lunedì 25 aprile 2011

Liberazione.

Ho fatto una vera vacanza in questi giorni. Non vera vera, perché sono rimasta a casa, ma non ho toccato libri, ho letto un romanzo in un giorno (ieri) come ai vecchi tempi, poi ho visto un film (anche sabato, e a dir il vero brutti entrambi) gratis, ho mangiato tanta cioccolata, e infine mi sono estraniata dal mondo universitario, perché non ho fatto altro che pensare al Bar-Ristorante-Pizzeria, a quando ci lavoravo e a cosa farei se ci lavorassi ora (cambiamenti, idee nuove, iniziative ecc): ho bisogno di qualcosa che mi faccia sentire viva e attiva. Più attiva che viva. La palestra non mi fa questo effetto. Ho bisogno di prendere iniziative a favore o contro i clienti, di agire, di comunicare, di muovermi, di pensare a cose diverse. A casa ci provai, con la "famiglia aziendale", ma l'impresa fallì miseramente. Forse sono pure iscritta sull'albo degli indagati per disturbo della quiete familiare. La palestra invece mi muove i muscoli, ma la mente? Lo studio me la muove solo in orizzontale, me la fa spaziare in un campo ristretto. Il lavoro non porta solo soldi da spendere per compensare il vuoto di colori di questi giorni di rinnovato inverno, porta anche occasioni di vita. Ora non ho stimoli.
Tutto ciò mi ha tenuta lontana dall'argomento studio, immergendomi di più in un mondo vacanza. Tranne sprazzi dati da una visita inaspettata, dotata di tre figli che studiano con tanto impegno e risultato (così ci lascia credere), e dal messaggio che oggi mi è saltato in mente di scrivere a Maria, perché oggi è il suo compleanno, e nonostante abbia sempre preso alla leggera la mia situazione, o forse l'ho sempre vista dal punto di vista di chi passo dopo passo arriva a questo risultato (ossia non essere ancora laureata), mentre lei il risultato l'ha raggiunto a tempo debito, anni fa; nonostante questa apparente leggerezza oggi, mentre le scrivevo che io sono di nuovo in Sardegna, ma non ancora laureata, mi son resa conto della portata della cosa: lei, mia compagna di studi dal primo anno a Siena, si è già laureata, io no. Così ho aggiunto: "forse dovrei vergognarmi, ma va così".

Ore 23.56: continuo a pensare. Meno al Bar-Ristorante-Pizzeria, più all'Africa. Frase scritta apposta così. Il pensiero del Bar-Ristorante-Pizzeria mi allettava forse perché l'ultima volta che ci ho lavorato era estate: il sole, il caldo, l'autonomia del denaro in tasca, ma anche della macchina. Quante belle cose. Mi allettava forse perché immaginavo un bel caffè letterario, con divanetti comodi (quelli ora ci sono) e giovani rampanti e sorridenti, appagati dalla vita, seduti sui cuscini col portatile sulle ginocchia o con il naso in un libro. Poi mi è tornato in mente che questo è un paese di pastori e agricoltori. Forse il mio fantasticare è stato influenzato dal fatto che tutte le persone del paese che ho incontrato in questi due anni sono state due o tre ragazze alla Facoltà di Psicologia o di Scienze della formazione a cui sono iscritte, e che si trova nel polo umanistico di Sa duchessa, dove studio anche io, anzi la biblioteca in cui ho passato gli ultimi mesi, neanche stessi preparando la tesi, è quella interfacoltà, ossia non tutta di Lettere, come credo sia quella del primo piano in cui non ho mai messo piede, ma condivisa con Psicologia e Scienze della formazione, lo confermano gli scaffali di testi di questi due settori.
Ma poi ho pensato di nuovo al Bar-Ristorante-Pizzeria come luogo di lavoro in cui marcire, come luogo di lavoro in cui avevo maturato l'idea di andarmene di casa, per la prima volta!, quand'ero così giovane, e senza fili bianchi fra le chiome rosse. Ho pensato: piuttosto torno a Bologna, almeno lì ho amici. Ho pensato: è solo per guadagnare qualcosa, fare un po' di shopping antidepressivo, mettere da parte il più, e poi a settembre.. Ho pensato: piuttosto ritorno dai King a Bologna, se devo rivedere certa gente dimenticata. Ho pensato: non è la gente, è che io mi immergo nel lavoro, trascurerò lo studio, finalmente grata di poter staccare, finalmente libera di poter pensare ad altro, o di non pensare, e tutto ancor prima di aver dato esami a Cagliari. Ho pensato: è che io mi immergo nel lavoro, mi distrarrà, ossia mi farà un gran bene, passi non dare esami, ma saranno tutte persone del paese collegate alla mia famiglia. Mi son chiesta: la clientela è stata mai un legame con la mia famiglia? No, nemmeno quando mio padre frequentava i bar, né quando li frequentava mia sorella, o ci andavano i suoi amici: ho sempre e comunque vissuto nel mio mondo isolato (da loro).
Ho pensato a così tante cose, immaginato così tanti scenari: quanto mi manca lavorare. Quanto mi pesa, ora, studiare. Leggere, imparare, seguire lezioni, prendere appunti: tutto mi piace. Ma mi fa anche sentire inutile, lenta, quasi stupida. Inadatta al settore. E l'ambiente smorto e demotivato della Facoltà di Cagliari non mi aiuta.
Provo ad immaginarmi laureata - quel messaggio di oggi mi ha veramente scossa – e mi rendo conto che in fondo è una cosa a cui non ho mai pensato davvero. Durante la sessione di aprile ho sopportato ogni lunedì e martedì mattina, mentre salivo al terzo piano per la lezione di storia, le feste per i neolaureati, fuori dall'aula magna del secondo piano: damigelle della sposa in tulle rosso, testimoni dello sposo in camicia rossa e cravatta, laureande vestite da avvocato, in tailleur e decolté tacco dodici, zie e zii centenari scesi dalla montagna con l'abito buono e con mazzi di rose e vassoi di dolci, ragazzini con trombette e coriandoli: un giubilo pacchiano, ridicolo, eccessivo. Tutto per un diploma di laurea triennale. Ho pensato: se c'è una cosa che mi spinge a rallentare i miei studi è il terrore di un simile entusiasmo alla mia laurea. Ci andrò da sola.
Oggi mi rendo conto che era una battuta, perché anche quando RosaLux mi ha detto che verrà alla mia laurea, quando sarà, anche quando la nomina mia sorella, 'sta benedetta laurea, io, consapevole del punto in cui mi trovo, dei miei limiti o anche solo della mia velocità di crociera, alla mia laurea in quanto tale, ossia evento concreto e non argomento di battute di spirito, non ci ho mai pensato davvero. Non l'ho mai pensata reale. È troppo lontana e vaga per essere reale.
Oggi mi rendo conto che se io un giorno mi laureassi, sarebbe non solo un evento, ma un qualcosa in più nella mia vita, nel mio curriculum di vita, eppure sarebbe solo questo, temo.
Diventerò insegnante? E dove? Qui? Mi vien da ridere. Ho pensato più concretamente alla specialistica che vorrò fare che all'esame di laurea triennale che mi darà accesso a qualsiasi altro livello di studio.
Farò la specialistica? Ricordo che l'anno scorso, durante la preparazione dell'esame di storia medievale e poi di letteratura latina (è da allora che navigo in quelle acque) mi spronò il pensiero della specialistica, mi diede una spinta avere di nuovo internet ventiquattro ore su ventiquattro e poter spulciare in altre università, in altri corsi di studio. Mi diede il buonumore. Entusiasmo.
Cosa farò? E come potrei pensarci ora, così sottoterra come mi sento? Fossi almeno sottacqua, sarebbe un'immagine azzurro-verde, più rilassante. Mi sentissi almeno affogare, potrei sperare in un salvagente, ma sottoterra chi mi vedrà?
Mi capita di piangere, quando vedo qualche film in cui le famiglie si abbracciano, e dire che un tempo potevano commuovermi al massimo scene di morte o di amore incondizionato. Più spesso invece impassibile mi sorbivo immagini di tutti i tipi, preoccupata solo di essere una persona fredda e insensibile, cosa che in fondo non avrei voluto essere, ma che accettavo in quanto mi consideravo incapace di essere altro. Quanto ero giovane e inesperta di me stessa!
Perciò ora non accetto il ritorno della mia insoddisfazione. Perciò ora mi spaventa..
Cosa? Cosa mi spaventa? Pensare di essere un'incapace? Pensare di non avere più voglia di studiare? Di voler rinunciare? È questo che penso, che voglio? Devo interpretare tutto così? E lo stare a letto a leggere, oggi quanto mi è sembrato inutile, un poltrire biasimabile. Ci sarà mai un momento nella vita in cui non mi sentirò in colpa se non faccio qualcosa?
Si c'è stato.
Se lavorassi.. Se lavorassi tutto cambierebbe. Cosa cambierebbe? Mi sentirei in colpa per aver trascurato gli studi. Li riprenderei ancora una volta in mano, forse dopo due anni di lavoro e di vita diversa da questa, e forse con maggior lentezza rispetto a ora. Troppa libertà fa male: non ho un obiettivo, nessuno, con questo studio, se non quello di poter studiare. Cosa che comporta farmi mantenere, sentirmi in colpa, dare pochi risultati perché studio per piacere e non per dovere. È uno di quei circoli senza uscita? Altri due anni di finto studio, poi di nuovo impazzirò. Mi tornano in mente le parole rivolte a me: "mica puoi fare la vagabonda per sempre".
Quanto mi sembrano sagge ora. Ma cosa significano?
Penso all'Africa di quel romanzo. Penso all'Africa di quel film.
A cosa serve studiare, cos'ho ottenuto? Di essere invischiata nella burocrazia, di dover questo e quello, di pagare tasse, di piangere soldi che vorrei per i libri, di fare avanti e indietro per le lezioni o per cercare un po' di pace in biblioteca. Sono tornata qui semplicemente per non pagare l'affitto a Siena, per non dover spendere così tanto, per non avere il pensiero dei soldi, e lasciar libera la mente per lo studio.
Mi vien da ridere: ho tutto fuorché la mente libera, qui. Il mio diario mi è testimone.
Mi vien da piangere. Non concludo nulla. Potrei, da domani, rimettermi sui libri da impazzire, come in questi ultimi due mesi, resistere, senza lavoro, senza svaghi, senza vera vita (come la intendo io, quindi non shopping, spiaggia e locali notturni), potrei riuscire a dare degli esami, poi..
Cos'ho ottenuto, se non di veder fallire la mia idea di famiglia, ogni giorno, soffocata dall'ottusità dell'orgoglio? Cos'ho fatto, se non gettare scompiglio in questa casa, costringerli a sopportarmi, a fingere, a odiarmi, ad accusarmi, a farmi stare di merda? Il lato famiglia è franato.
Cos'ho ottenuto, se non di logorarmi nella mia incapacità di studiare con entusiasmo rinnovato, vivo? Cos'ho fatto, se non dondolarmi fra un sentimento e l'altro nei confronti dei miei studi, minacciata da un pensiero appena accennato, mai espresso, mai pensato con chiarezza, tantomeno scritto: io forse non voglio più studiare, perché non ho un obiettivo che mi sproni ad avere in tasca una laurea, non ho un progetto, un sogno per il quale serva una laurea, e studiare solo per laurearmi non mi basta, anche se da oggi vedo la laurea come un traguardo di un certo spessore e valore, nella mia vita, valore accumulato in proporzione diretta rispetto al tempo che passa, perché questo la trasforma in un bene prezioso e irraggiungibile. Ma se mi laureassi, cosa cambierebbe nella mia vita?
È questo che mi fa pensare a rinunciare: cambierebbe solo che mi toglierei di dosso un peso che mi opprime, assieme a tutti quelli che me lo chiedono.
Ed io non sono una che porta avanti una cosa che sarà sterile in futuro, no? Come quelle che si laureano e poi si sposano e fanno le mamme. Come quelli che si laureano e poi continuano a lavorare nell'albergo o nel ristornate perché ormai sono diventati capo cameriere.
Studio per la mia cultura personale, ma più la prendo comoda, più mi costa soldi che non possiedo. Più la prendo come un passatempo, più mi sento un parassita. Ma vivrei per lavorare e basta? Non è proprio da questo che sono sempre andata via, al di sotto delle diverse motivazioni ufficiali? Lavorerei sì, ma con qualcosa in più; però dovrei lavorare in un settore che mi piace. Non al Bar-Ristorante-Pizzeria, quindi. In un negozio, di libri o di altro, un posto carino da sentire mio anche se non lo è, quindi con persone carine. Farò questo? Se si tratta di questo, è chiaro, non andrò certo al Bar-Ristorante-Pizzeria, piuttosto me ne torno a Bologna.
C'è crisi, c'è crisi. Penso all'Africa di quel libro, di quel film, a quella bella fattoria in un articolo di giornale: una vita "senza scopo". Non: avere successo, né l'aumento, non: laurearsi, né innamorarsi, non: metter su famiglia e fare figli, né comprare casa o macchina. Una vita il cui scopo è stare bene, serena.
Io qui non lo sono. Sono di nuovo infelice. Odio l'odore di pipì, odio trovare la vasca da bagno sporca. Odio che tutti aspettano sempre che siano gli altri a risolvergli i problemi. Odio chi si sente meglio quando accusa gli altri del problema. Odio chi si sente meglio solo quando nota un difetto negli altri, quando critica una decisione presa da altri, mentre nel suo piccolo non agisce mai. Odio non sorridere mai.
Non ho sbocco alla mia condizione. Almeno due anni fa, appena arrivata, avevo la macchina, evadevo ogni giorno da quell'ignorarmi, da quelle urla. Ho detto un giorno "sono triste", avevo così tanto bisogno di una vacanza; "no, non dire così, è brutto" mi son sentita rispondere, quasi con commozione; subito dopo sono iniziati i quattro giorni più brutti dell'ultimo periodo, fatti di quell'ignorarmi e di quel rispondermi sgarbato, che mi fanno stare male.
E se me ne andassi da mio zio in Germania? In fondo me l'ha proposto. Se abbandonassi gli studi? In fondo ho rifiutato per questo. Mi chiedo cosa direbbero RosaLux, Roc. Di tutti gli altri non m'importa, il loro parere non è obiettivo. RosaLux e Roc penserebbero subito ad una crisi grave, ma forse non inaspettata, i sintomi ci sono tutti e da tempo. Loro mi consiglierebbero di resistere e vedere, ed io le ascolterei.

Con questo pensiero me ne vado a letto, le lacrime agli occhi, ma senza la forza di piangere: altra cosa inutile. Con questo pensiero me ne vado a letto, e penso che entro la fine della settimana, del mese, scoprirò se quest'anno le vacanze pasquali sono state rilassanti, come mi era sembrato sino a ieri, o dannose per i miei nervi, perché passate in relativa inerzia, e non lontano da qui. O se invece sono quanto di più utile io abbia fatto per me sino ad oggi, grazie a questi pensieri che al momento sono scoraggianti, ma allo stesso tempo trovo illuminanti, perché mi hanno mostrato un aspetto della questione che non avevo mai valutato. E non mi riferisco al laurearmi, bensì proprio al contrario, al non laurearmi.
In questi prossimi giorni riprenderò le lezioni, mi sforzerò di studiare e non solo di prendere appunti e fare esercizi da brava bambina. Poi, ne sono sicura, lentamente, alla luce di questo nuovo filone di pensiero, capirò cosa devo fare per me.
Per ora mi tengo le lacrime agli occhi, e spero in un sonno tranquillo.
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