mercoledì 27 aprile 2011

Non voglio più.

All'interno di una generale ribellione, un bel giorno decisi di rimanere a casa. Nello specifico si trattava di una ribellione alla routine quotidiana, generata da una certa stanchezza avvertita già prima delle vacanze (molto prima), e favorita poi dalle vacanze stesse, appena trascorse, che mi avevano fatto riassaporare l'ebbrezza (o l'illusione) di organizzarmi lo studio in assoluta libertà. Libertà che se non era assoluta, era comunque troppa.
In quei giorni di pensieri nuovi e inattesi, mi irritava anche non avere l'abbonamento, mi irritava dover comprare i biglietti singoli, ma anche non averli già comprati in un comodo carnet da 12 corse; mi irritava che l'impiegato dell'ufficio abbonamenti non fosse alla sua scrivania, e mi irritava aver creduto al suo collega che, quando ero ancora sulle scale, mi disse che sarebbe arrivato solo più tardi.
Non mi andava di saltare lezioni, ma nemmeno di seguire: quelle insufficienti 30 ore, ora erano troppe, mi toglievano tempo allo studio privato, molto più utile in alcune materie in cui dovevo personalizzarmi il programma per riuscire a dare l'esame.
Da quando ho deciso di abbandonare l'università sono più rilassata, mi sento più leggera, benché triste in fondo: cosa farò di me? Ho letto un libro di sintassi normativa del latino, come se fosse l'ennesima storia sulle leggi speciali in Sardegna, sulle bonifiche a scopo irriguo, o la legge a favore (e a tutela, ma secondariamente) della proprietà privata, che favorì solo i ricchi e i possidenti più intraprendenti, ossia i baroni feudali (ancora!), che ha fatto incazzare i piccoli contadini, e ha acceso la discordia tra questi e i pastori. Invece era sintassi normativa del latino. Ed io facevo confronti, cercavo fenomeni, e leggevo gli esempi, come di una cosa di cui sapevo qualcosa. Sto imparando il latino, la sensazione era questa, lentamente lo stavo imparando. Perciò non potevo seguire le lezioni, che erano per me troppo veloci, troppo avanzate. E mi ripetevo che dovevo andare a parlare con la professoressa, ma non riuscivo a convincermi; avrei dovuto dirle che avevo smesso di seguire perché non riuscivo a seguire, a stare al passo: non c'è nulla di male a dire la verità. Spero si tratti solo di pigrizia. Ora ho una motivazione in più per andarci, perché per continuare a tradurre da sola mi servono le dispense con gli altri brani, anche se me ne mancano da tradurre due in quella che ho già. Dovrei inoltre farle vedere le traduzioni che ho già fatto, chiederle spiegazioni su ciò che non ho capito. Ma il problema è che, pur dando disponibilità per chiarimenti durante l'orario di ricevimento, anche lei ha ripetuto sin troppo spesso che queste cose le dobbiamo sapere già (dal liceo..).
Ed è proprio questo che mi irrita di più: se le dobbiamo conoscere già perché non viene considerato un pre-requisito seriamente? Perché non vengono organizzati corsi di recupero di 60 ore, anziché di 30 (di cui 10 di assenze, nel mio caso..)? Dobbiamo organizzare da soli anche i corsi di recupero? Siamo grandi, siamo all'università.

A Siena era diverso, avevo sempre l'impressione di imparare cose nuovissime, mai sentite prima, eppure non mi sono mai sentita ignorante. Ogni professore dava, sin dalla prima lezione, un'infarinatura su ciò che considerava "le basi" della sua materia, e indicazioni sugli strumenti per approfondirle autonomamente. A Siena ho dato tutti gli esami subito, senza aspettare. A Siena avevo entusiasmo e curiosità, non mi sentivo mai indietro rispetto agli altri, nessun professore mi demoralizzava, non ho mai sentito l'esigenza di parlare con i professori per capire, a lezione facevo domande, davo risposte. Ora sto zitta, mi affosso nella sedia, nella massa, cerco di rendermi invisibile; seguo attentamente eppure mi perdo facilmente nel discorso; siamo invitati a fare domande, eppure non tutte le domande sono lecite, perché molte cose "dovremmo saperle già". Qui, pur avendo alle spalle già due anni di esperienza universitaria, di cui uno eccellente, mi chiedo come mi sia potuto venire in mente di iscrivermi all'università. Non ho l'entusiasmo di imparare: ho la fretta di arrivare. Dare esami, sbrigarmi per finire. È squallido. Ma l'alternativa è pagare più tasse, e già così andrò fuori corso, e questa sarà un'altra macchia sul mio curriculum. Non è la prima volta che preparo esami universitari, e quelli fatti hanno avuto risultati ottimi, eppure ora: ho paura di dare esami. Eppure ora mi sento inadeguata. E il tempo a mia disposizione mi sembra insufficiente. Al punto che ho pensato.. di non volermi laureare.

In questi giorni, questo pensiero nuovo mi ha fatta sentire più leggera e rilassata; ieri ho preso un romanzo in biblioteca, quindi ne sto leggendo due contemporaneamente, come se pensassi "'fanculo lo studio". Ma prima di prendere quel libro ho letto di sintassi normativa del latino per ore, pur con le dovute pause. E il latino mi piaceva di nuovo, mentre riconoscevo i fenomeni, li ritrovavo sui miei brani da tradurre, li appuntavo con nonchalance, senza impegno descrittivo-esaustivo, sul mio quaderno. Leggevo con curiosità, per curiosità, e mai una volta ho pensato "è troppo, no, non riuscirò mai ad imparare tutte queste cose per l'esame". È vero che è troppo. Questo pensiero attanagliante finora non mi aveva ancora lasciata: si addormentava ma non mi lasciava. Ieri invece non c'era, e quando ne ho notato l'assenza, mentre saltavo un elenco difficile di possibilità e di eccezioni di un fenomeno (con nonchalance), mi son detta che non importa imparare tutto entro l'esame, perché tanto io l'esame non lo darò (e sospiravo, libera da un peso), e nemmeno mi laureerò, perché lascerò l'università a settembre (e sorridevo); e a meno che non riesca a preparare l'esame tra un sospiro e un sorriso per il mio nuovo futuro (ma dubito di farcela) io non darò l'esame (ma cosa farò?). ancora altalene, dondoli, pendoli, oscillazioni, scosse di vario grado. In questo, nulla è cambiato. È cambiata però la sostanza, o forse la direzione del dondolio. E il peso dei miei pensieri, che si sono alleggeriti e, assurdamente, per questo dondolano meno, si fermano più a lungo su un punto. In realtà è presto per dirlo, sono passati solo tre giorni! Quattro al massimo. Senza volerlo, ho ottenuto quello che desideravo, perché col gesto di gettare la spugna, ora studio con più entusiasmo (è successo solo ieri.. non ero io quella che non cede ai facili entusiasmi? E non sono io quella che oggi trascorre la mattina a scrivere di altro?). col gesto di gettare la spugna, ora non ho più l'ansia da prestazione.. non ci saranno più prestazioni: ho due romanzi da leggere. Non darò più esami, forse cucirò, forse a meno che non.. Leggo il libro di sintassi latina e ho preparato gli appunti di letteratura tedesca da riordinare entro oggi e controllo se il pacco di libri è partito: un libro su Manzoni, in programma per i non frequentanti, due romanzi per letteratura tedesca (in realtà un romanzo e un'opera di teatro i cui autori mi hanno influenzato già dall'"infarinatura" avuta a lezione, perché non riuscivano ad inserirsi nella società e alla fine, fra realtà e poesia, hanno scelto la poesia!), e un libretto sulla periodizzazione della letteratura tedesca che io ho deciso che dovrò leggere. Perché tutto ciò? Perché mi piace, e voglio che continui a piacermi; perché voglio abbandonare l'università, non lo studio; perché l'università mi chiede obblighi, mi da crediti, mi toglie l'amore per lo studio, l'amore per l'apprendimento.
Un po' mi viene un'emozione allo stomaco, un po' le lacrime agli occhi, quando ripenso a Ferrara. Ferrara: la mia prima volta all'università, per chiedere informazioni; la voglia di darmi una cultura, un'istruzione accademica, libri da leggere. E poi Siena: la curiosità e lo stupore (fino alla prima crisi, quella economica, e alle sue conseguenze psicologiche; a cui è seguita una seconda crisi, d'ispirazione, di concentrazione, motivazionale; e come sempre conclusa con una bella e sana e vecchia, ma evergreen, crisi esistenziale: chi sono io?).

Voglio tornare a quando leggevo con piacere di tutto, a quando ricopiavo i quaderni di merceologia, diritto e storia del risorgimento; a quando leggevo un romanzo in un giorno. E a quando (molto più tardi) scrivevo e scrivevo. A quando (un po' prima) cucivo e facevo torte. Voglio raccogliere della mia vita le cose piacevoli, dove sta scritto che devo soffrire, sentirmi costretta e insoddisfatta? E chi l'avrebbe scritto? Chi ha osato!? Voglio tornare a quando lo studio era il mio passatempo più gradito e nessuno me lo faceva fare. Ma con un vantaggio: i miei anni di università, la mia esperienza, il metodo acquisito, le informazioni grazie alle quali posso cercare (perché ora so dove) gli approfondimenti giusti. La laurea non ci fa più intelligenti, ci da solo un punteggio, ce dobbiamo saper sfruttare, e che a ben vedere esula non poco dalla mia visione del mondo, e dalla mia concezione di vita.
Una baita in montagna, un laghetto, neve d'inverno, margheritine in estate, un salottino con tanti libri, una veranda soleggiata e qualche amico con cui discorrere dei più vari argomenti, tra il serio e il faceto. Immagini da circolo intellettuali d'altri tempi (Manzoni e Leopardi, nel mio immaginario, hanno vissuto così, fra libri e intellettuali, e sono stati rispettati per questo; non come me che vengo obbligata a laurearmi, solo perché così finisco, finisce questa tortura, ci leviamo questo peso, e torno a lavorare, ovunque purché sia un lavoro, e magari aiuto in casa economicamente: i restanti tipi di aiuto infatti mi son stati bocciati).)
Non voglio più avere paura davanti ad un libro, non voglio più sbuffare davanti a carta e penna, optare per il computer, per "fare in fretta" e sbuffare davanti allo schermo; non voglio più mettere da parte un libro pensando "questo è troppo non ce la faccio", per prenderne un altro da lasciare altrettanto a metà, non molto dopo e con un pensiero del tutto simile all'altro. Non voglio più.
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