mercoledì 18 maggio 2011

Rivoluzioni mentali.

Oggi sono andata dal medico, l'attesa è durata un'ora e ho dovuto combattere contro le chiacchiere assieme al libro che volevo leggere, il quale voleva che lo leggessi. È stato eletto il nuovo sindaco -bravo ragazzo, ma troppo giovane-, è necessario fare un nuovo documento per l'esenzione -per spendere soldi-, ci aumentano tutto -in due 900 euro di pensione, quella non ce l'aumentano. Più o meno le stesse cose trovo dette dalla massa nei Promessi sposi.

L'unica cosa che sto facendo in questi giorni, a parte ordinare libri e abbellire la veranda, è appunto leggere I promessi sposi. Questo fine settimana sarò guida a Monumenti aperti, e dovrei leggere meglio (ma non volevo riscriverlo meglio?) quello che dovrò raccontare. Martedì prossimo inizierò il corso di tedesco B1, perciò ho stampato il modulo che devo compilare e consegnare e ho fotocopiato la mia carta d'identità (l'ho rinnovata tre anni fa, e mi sembra ieri). Per tutta l'estate seguirò le lezioni di tedesco per tre volte a settimana, ci riuscirò? A non stancarmi prima? In tutti gli anni di università non ho mai finito il semestre estivo, cioè il secondo, ho sempre lasciato prima. Colpa dei professori che anticipano e di quelli che, soli soletti, ritardano la fine del semestre: non posso andare lì per una lezione, no? No, beh, certo, è una scusa del cavolo. Il primo semestre invece l'ho sempre seguito bene, fino alla fine, anche ora che non ho l'obbligo di frequenza. Chissà perché. Sarà il sole? Perché mi si esaurisce la voglia di seguire le lezioni del secondo semestre poco dopo pasqua? Ogni anno ho avuto senz'altro motivazioni diverse, la fantasia non mi manca. Il primo ad esempio ricordo di qualcosa a proposito della demoralizzazione per non aver trovato lavoro a Siena. Il secondo c'è stato qualcosa a proposito del mio blocco dello studente, e avevo anche deciso (a gennaio) che avrei lasciato la casa a maggio (a fine maggio, non il 15 come poi feci). L'anno scorso il prof di storia non mi stimolava a tornare a lezione con costanza, assèntati oggi, assèntati domani. Quando incomincio con le assenze, non riesco più a fermarmi e anche in questo le scuse sono varie: "non ho il coraggio di entrare in aula in ritardo" (spesso le assenze sono evoluzioni dei ritardi), "ormai ho perso quelle lezioni mi sentirò spaesata". Che cavolate: quest'anno ho iniziato il secondo semestre in ritardo perché ero in Germania, eppure non ho avuto di queste idee. In ogni caso stavolta la motivazione è ancora una volta diversa: demotivazione dovuta a scarse capacità di insegnamento.

Il prof di sardo mi faceva dormire, vuoi perché non lo capivo, vuoi perché si ripeteva, vuoi perché in concreto a noi faceva leggere e scrivere pochissimo rispetto alle quasi due ore di lezione parlate da lui soltanto e per di più in sardo: se ci avesse fatti partecipare un po' più attivamente non avrei rischiato di addormentarmi, e non mi sarei scocciata all'idea di perdere addirittura la palestra, per seguire lui, senza risultati utili all'esame (all'idoneità, in realtà).
La prof di latino mi terrorizzava con la sua aria da mamma buona ma disperata per il nostro disubbidire recidivo, e dopo varie esercitazioni di traduzione in solitudine, in cui peraltro sentivo di fare enormi progressi, mi son resa conto che per raggiungere un buon livello di latino avrei dovuto esercitarmi per almeno sei mesi senza fare altro (come feci in tedesco); altro che dare l'esame appena finite le lezioni, a caldo, per non dimenticare tutto! Il pensiero di sprecare quaderni e carta per tradurre frasi su frasi, senza la certezza di fare bene, mi ha tolto l'entusiasmo iniziale. Insomma sembrava solo una questione economico-ambientale: quanta carta si consuma a tradurre una frase per pagina? Senza contare le pagine di grammatica, di declinazioni, coniugazioni, analisi sintattica che mi dovevo scrivere!
L'atteggiamento generale dell'università mi sembrava esattamente quello di pretendere dagli studenti di sapere già tutto, per ripassare per l'esame, anziché davvero approfondire. Eppure le dichiarazioni dei professori erano l'opposto, perché ci ripetevano che avremmo dovuto sapere già la materia per poter solo approfondire. Allora perché poi all'esame le domande vertevano sul già da conoscere e non sull'approfondimento? E perché le lezioni erano su ciò che dovrebbe o avrebbe dovuto insegnarci la scuola superiore e non sull'argomento del corso universitario? Tutto ciò è fastidioso, è chiaro a tutti, no?
La prof di letteratura tedesca non faceva che leggere il libro, o meglio i suoi appunti presi dal libro. Inconcepibile. Però è tanto buona e cara, che ci ha mandato una mail per scusarsi di una sua assenza (ma viste le mie, non ne ero al corrente) e per avvertirci che il giorno dell'ultima lezione (dopodomani) ci offrirà un caffè. Che carina. Io non ci andrò, non perché mi scocci andare a lezione solo per prendermi un caffè offerto e socializzare un po' a posteriori, ma perché mi scoccia andare a Cagliari solo per un caffè, viaggio aggravato poi dall'idea di dover socializzare con quelli che son stati i miei compagni di corso. Una prof, questa, che ci ha fatto il discorso solito sui metodi tedeschi diversi da quelli italiani, sugli studenti che provano i metodi tedeschi e poi non vogliono più quelli italiani, e vorrebbero che anche qui si facesse lezione universitaria alla tedesca, ma loro per primi non si adattano a leggere tutti i romanzi prima dell'inizio delle lezioni, per poi fare lezione discutendone e non prendendo appunti sulle cose dette dai prof. Una prof, questa, che per prima non fa lezione alla tedesca, non ci chiede di leggere i romanzi prima dell'inizio delle lezioni, ma ce ne parla lei, dall'alto, e anzi ci anticipa il libro, leggendo i suoi appunti che sono un copia e incolla stampato del libro stesso.
Il prof di storia mi ha fatto appassionare alla storia contemporanea della Sardegna (quella dell'Italia e dell'Europa mi appassionava già). Almeno lui.
La prof di letteratura italiana non ha fatto altro che... farmi adorare I promessi sposi, mettermi a disposizione alcuni saggi interessantissimi sul romanzo, darmi il titolo di un libro su Manzoni molto utile per capire lui e il suo tempo, mostrarmi un metodo, farmi tornare l'entusiasmo per la lettura, ma applicato anche a romanzi "difficili" e a saggi. Mi ha rivoluzionato il pensiero, il futuro. Grazie alle sue lezioni ho deciso che l'università non mi serve, che la laurea non la voglio. Mi ha ricordato che io voglio imparare.

Le vacanze di pasqua invece mi hanno fatto venire voglia di ferie e relax, di montagna e laghi, di pace e buonumore, di lavoro e ozio. Ho pensato a quelle specie di comunità in cui tutti si lavora per contribuire a procurare il pane. In cui il lavoro è manuale. La vita semplice.
Da piccola volevo vivere così. Ne ho avuto un assaggio a Berlino. E con Berlino avevo anche abolito i paeselli pensando che quella vita staccata dal mondo, da tutto e da tutti, dalle convenzioni, dalla società, fosse in fondo più facile nelle metropoli, dove ognuno è un potenziale nessuno. Ma ora qui il sole, la primavera (ormai estate, purtroppo), qualche romanzo e qualche film di recente scoperta mi hanno ricatapultato nel mondo che vorrei, che volevo.
E nell'avversione per tutto ciò che è convenzionale, dovuto, d'obbligo. L'università è un ufficio di burocrati. Anche andare al mare è una convenzione. La società è una folla di disperati incapaci di intendere e di volere. Io ho tanta voglia di un piccolo mondo semplice. Dovrò partire o ne troverò uno qui? Il mistero s'infittisce.

Per ora ho smesso di pensare all'università, per me non esiste più. Mi ha accompagnato per diversi giorni una strana inquietudine per la scelta che, più che anticonformista, sarà come un pugno o un fulmine per molti, perché un po' lo è stato anche per me. Ma è una scelta che dovevo fare, che ho rimandato a lungo, perché fa parte di quelle soluzioni che non vengono mai in mente proprio perché non piacciono. Che non piacciono perché sembrano rinunce. In realtà rinuncio solo ad una cosa che non potevo volere davvero. Ora lo so. Dovrei pensare con fastidio alla partenza da Berlino, lasciata proprio per continuare l'università qui: se non l'avessi avuta ci sarei rimasta davvero? Non posso rimpiangere quella scelta, perché non so davvero cosa avrei fatto in quel caso. Quindi non servono questi se.

L'inquietudine ora è svanita, ed io galleggio nelle placide acque di un segreto scomodo non ancora svelato, acque placide perché stavolta mi è comodo mantenere il segreto, stavolta mi riguarda. Scomodo sarà rivelarlo. Non l'ho detto a nessuno, e la cosa più piacevole (e inusuale) è che non ne parlerò ancora per molto, non lo farò fin quando non sarà ufficiale (questo non è del tutto inusuale in me) anche se è già deciso; a settembre anziché iscrivermi, mi ritirerò ufficialmente e irrevocabilmente dagli studi: perderò tutti i crediti (non le mie conoscenze) e non sarò più studente. Fine delle riduzioni per studenti? Per quelle poche che ho avuto, chi se ne frega. Finirà tutto ciò che, sotto sotto, sono stata in questi ultimi sei anni. Quanti! Un'altra me.
(Idea eccitante di per se).

In effetti dopo tanti discorsi sul non sentirsi mai arrivati, perché arrivati significa fermi, finiti, io che penso di aver trovato la mia strada, non il mio luogo, è vero, ma in ogni caso qualcosa di definito come una strada precisa da percorrere, risultavo, guarda guarda, contraddittoria, giusto? Invece io ero ad una tappa, no? Ed ora?
Questa è la domanda chiave. La cui risposta è un semplice: per ora non lo so. Posso però fare un elenco di titoli che delineano vagamente cosa vorrei. Non subito, va bene. Per ora farò il corso di tedesco, che mi terrà occupata fino a metà settembre (chissà se frequenterò con costanza, anche per loro le assenze hanno più peso delle presenze). Per ora leggerò molto, anche saggi. Per ora I promessi sposi mi tengono impegnata come se avessi i giorni contati, invece questo semestre (per non farmi spaventare) non avevo nemmeno controllato le date d'esame dei miei corsi, quindi i giorni non sono contati, non da me.

Un bel paesino di montagna. Alta montagna.
Se non fossi affezionata all'Europa me ne andrei in Minnesota. O in Canada.
Per ora cucirò e stirerò, sarò quasi una mamma modello. Per ora sistemerò questa catapecchia di casa. Dopo metà settembre invece mi merito delle belle ferie. La Germania, ad esempio, dove sono stata invitata da mio zio. E qualche posto più a nord? Mah, si vedrà.
Quei begl'alberi alti, a punta, sempreverdi.
Un bel posticino dove posso imparare qualcosa di nuovo, ad esempio a spaccare legna o a coltivare qualche pianta. O a riconoscere dalle nuvole che tempo farà.
E perché non il Canada? In fondo ho cambiato tante cose, mi sono pure iscritta in palestra. Tante convinzioni sono svanite, perché non il disinteresse per il continente americano?
La voglia più forte è lasciare tutto alle spalle, chiudere tutto a chiave. Senza più legami.
Tranne, forse, con mia sorella.
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