giovedì 7 luglio 2011

Alcolisti anonimi.

Ieri sono stata alla riunione degli alcolisti anonimi. La chiamo così perché siamo in una stanzetta, seduti non proprio in cerchio e talvolta parliamo di noi. Io di solito mento. La settimana scorsa ho finto di essere casalinga di professione: ognuno doveva parlare del proprio lavoro, io non sapevo cosa dire, tutti hanno professioni più interessanti della mia. Quando scriviamo lettere, di solito fingo di essere uno studente delle medie i cui genitori non lo mandano in ferie perché sono troppo impegnati per andarci tutti assieme e troppo poveri per mandarlo da solo. Quando inventiamo delle frasi singole invece dico la verità. Ad esempio ho detto che mentre cucino assaggio sempre qualcosa. Ma senza precisare che non cucino mai.
In genere l'importante è usare le costruzioni sintattiche giuste, ad esempio quando si usa "mentre" il verbo della secondaria che introduce va alla fine della frase. È importante usare le formule di saluto e di commiato adatte al grado di formalità o informalità di una lettera. È importante che impariamo i vocaboli, anche se durante le lezioni li usiamo per argomenti di cui nella vita vera non trattiamo molto. Siccome non è una seduta d'analisi, ma un corso di tedesco, possiamo mentire, se ci aiuta ad imparare la lingua. Ad esercitarla nei più vari temi.
Però funziona anche un po' come gli alcolisti anonimi, perché siamo accomunati tutti dallo stesso obiettivo: uscire dal nero tunnel dell'ignoranza linguistica. Molti di noi conoscono e addirittura insegnano altre lingue straniere, ma volete mettere il tedesco? Io in realtà sembro l'unica che lo studia per piacere, perché non sono insegnante di lingua, non studio filosofia, non lavoro nel turismo, non conosco già l'inglese il francese lo spagnolo. Io mi dedico solo al tedesco e nella vita non ne ho davvero bisogno. L'ultima persona a cui ho detto che la mia attuale attività è seguire un corso di tedesco, ha commentato che presto sarò madrelingua. Non è così semplice, se non si esercita la lingua un po' la si dimentica. Ho provato a spiegare che sono stata inserita in un livello più basso di quello che avevo l'ultima volta che ho fatto tedesco, ma la persona in questione aveva già smesso di ascoltarmi.
Al corso invece ci ascoltiamo tutti, e ci segniamo le cose che sono nuove, e facciamo domande, e a volte chiacchieriamo fra noi di noi. Io non sono nemmeno quella che chiacchiera meno! e, nonostante abbia avuto il mese scorso una piccola crisi per la perdita di tempo che lo spostamento verso la scuola mi provoca, in realtà sono altri quelli che, dopo le prime lezioni, hanno smesso di frequentare. Abbiamo livelli diversi e c'è qualcuno vittimista che ci ripete spesso di essere indietro, ora lo sappiamo tutti, ma io non so fino a che punto ami proporsi come l'ultimo e dove cominci invece la sua consapevolezza di avere lacune. Altri invece sono più bravi e capiscono in fretta, e anche se che in generale procediamo lentamente, ora stiamo aumentando la velocità, e l'unico vero ostacolo sembra essere per tutti l'ascolto di cortometraggi (un film lungo ancora no).
In tutto ciò, quindi, è chiaro che a questo livello non faremo mai certe cose che invece io faccio da tempo, ma sono sempre più contenta di essere in questa classe perché in fondo una base da corso io non l'ho mai veramente avuta, sono pressoché autodidatta, e avere qualcuno che mi fa fare un po' di tutto e altre persone con cui confrontarmi è utilissimo. Avessi solo i miei metodi, continuerei a leggere thriller e gialli per imparare il tedesco! Poi vado al supermercato e se non è appena stato commesso un omicidio al reparto ortofrutta, non so come interagire con la cassiera...
Quando esco di casa sono le 15 e 45: il sole cocente mi spappola il cervello, compresa l'area preposta all'apprendimento di una lingua straniera. Salgo sulla corriera e l'aria condizionata mi gela le viscere, comprese quelle che mi dovrebbero far sentire l'entusiasmo per il tedesco. Arrivo all'autostazione e il vento caldo del deserto nordafricano o simili che mi investe quando esco per strada mi spazza via tutta la buona volontà di salire fino alla scuola. Mi incammino, e la salita fra i vicoli riparati dal vento, ossia da una forma d'aria respirabile da organismo umano, mi priva delle energie necessarie per arrivare a destinazione: l'ultimo tratto di strada prima della curva a destra esce parzialmente dall'ombra, privandomi di quel minimo riparo che avevo avuto durante tutta la salita verso il colle, e facendo scendere sul mio cervello e lentamente anche sui miei occhi una sorta di cappa di cera bollente, che mi costringe finalmente a fermarmi sotto un albero, il primo dopo la curva, e cercare nella borsa la bottiglietta dell'acqua. L'acqua è caldissima e non mi aiuta a riprendermi, mi bagna solo labbra e gola. L'ultimo tratto di salita è tutto in ombra, è una strada larga e ben arieggiata perché su in alto c'è una piazza che lascia passare il vento e tutt'attorno alla pizza lo spazio fra gli edifici è ampio, inoltre da un lato ricomincia la discesa e tutto ciò crea giochi di correnti dannose per la gola, ma sul momento ricostituenti, perciò riesco ad arrivare sino alla piazza sana e salva. Poi gli alberi si interrompono, gli ultimi trecento metri dopo la piazza e i semafori sono un marciapiede e un asfalto aridi di sole, mi cuocio ancora un po' il cervello prima di scendere in quell'anfratto abbandonato a se stesso che è il giardino della scuola. Una volta a scuola entro subito nell'edificio perché non sono più in grado di apprezzare la vita all'aria aperta, l'amata e profumata natura, il verde ombroso delle poche piante sane presenti nel giardino, e l'unica cosa che vedo davanti a quella porta, che assurdamente mi invita a restare fuori, è il fumo delle sigarette di chi aspetta per gli altri corsi, fumo che non sopporto e che mi farebbe allontanare con una mano alla gola e una sul naso per proteggere le mie mucose, ma che dopo il caldo e la salita mi sembra allettante: finalmente qualcosa da respirare. Poi per fortuna mi ricordo che dentro la scuola l'aria condizionata è accesa.
Il rientro in discesa, alle otto, è molto più veloce e fresco, anche quando, come ieri, faccio l'affare di mettermi i sandali coi tacchi. Ma il momento più bello di questi lunghi pomeriggi è quando, finite le due ore di corso quasi in trance, quasi distratta (ma non lo sono), quasi scocciata, esco dall'aula, e mi affretto verso la piazza per iniziare la mia lunga discesa verso l'autostazione, accelerando il passo perché la corriera non mi aspetta ed è l'ultima corsa della giornata. Prima che inizi la discesa, lungo il tratto di strada fra la scuola e il semaforo, mi sento in bocca ancora il sapore delle parole tedesche, dei verbi, delle preposizioni, delle frasi dette; nella mente mi frullano ancora immagini di vita tedesca, mai rimosse solo riposte, immagini dei cortometraggi, i suoni degli ascolti che facciamo, a volte anche canzoni, i nuovi vocaboli, i progetti per il futuro.
E sorrido. E sento l'emozione di imparare una nuova lingua, ma non una a caso: il tedesco.
Perché vedete, io frequento il corso non perché il tedesco mi serve, non perché mi manca solo questa lingua, non perché a casa mi annoio a morte, ma perché il tedesco mi piace e lo voglio imparare. Per me!
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