venerdì 8 luglio 2011

Per uscire dal guscio, l'orso cerca il (sotto)tipo giusto.

Ieri mi è successa una cosa incredibile: uscita dall'autostazione mi sono incamminata verso il semaforo, mentre mi preparavo psicologicamente ad affrontare la salita. E come? Auto convincendomi che la mia borsa pesava almeno cinquecento grammi in meno rispetto al giorno prima. E chi vedo al semaforo ferma davanti a me? Giorgia.
Ora, Giorgia non la conosce nessuno, ma fa il corso di tedesco con me, quindi io la conosco. L'ho anche riconosciuta subito, ma lei prima di me, perché casualmente si è girata mentre io, prima dell'ultimo passo, lanciavo uno sguardo al semaforo pedonale: rosso. Mi ha sorriso, e anche io ho sorriso; mi sono affiancata a lei, in prima fila, passando davanti a tutti, e ci siamo chieste a vicenda: vai al corso, sali a piedi? E così al verde ci siamo incamminate assieme, e per tutta la mezz'ora abbiamo chiacchierato del più e del meno, non del corso e non in tedesco, tanto da arrivare su semi convinte di non aver sudato affatto. Sotto l'albero, il primo dopo la curva a destra, ho bevuto il mio sorso d'acqua calda, e constatato di potercela fare, per quell'ultimo tratto, senza schiattare. Giorgia era d'accordo con me, e questo è stato quindi l'ultimo argomento di conversazione prima di entrare nell'edificio della scuola. Poi abbiamo parlato di romanzi in tedesco, di film in lingua originale, di doppiaggio e traduzioni deplorevoli.
Poi sono arrivati gli altri.
La cosa incredibile è che tutto ciò può essere considerato come una forma di socializzazione, e siccome una delle due socializzande ero io, ciò non può non avere dell'incredibile. Normalmente evito sguardi, se intravedo qualcuno che conosco cammino trascinando gli occhi sulla strada, saluto alla lontana, mi fingo diretta altrove, rispondo a monosillabi, mentre penso: ma perché capitano tutte a me? Non stavo bene persa nei miei pensieri? Chi me l'ha fatto fare di riconoscere questa conoscenza?
In realtà non è la socializzazione in sé che rifuggo, o almeno io mi dico sempre così, bensì le persone di un certo tipo. Sarà vero? E quale sarebbe questo tipo? Me lo son chiesto anche ieri, fra una chiacchiera e l'altra, ma senza troppa convinzione per non compromettere la prima mia vera conversazione. Degli ultimi tre anni.

Orso, orso, tutti pronti a giudicare senza conoscere, voi!
Il fatto è che ultimamente incontro solo pochi tipi di persone.
Tipo uno) persone che conosco da quando avevo dodici anni a cui non riesce proprio di vedermi cresciuta; età media di queste conoscenze: 45 anni, ossia [(30+60):2]. Semplice.
Tipo due) persone che ho appena conosciuto, a loro volta suddivise in sottotipi.
Sottotipo uno) persone che, in gruppo, parlano del loro lavoro o del loro studio, elencando (solo) i soprusi che subiscono, e le loro reazioni pronte ed efficaci per non farsi mettere i piedi in testa perché non sono polli a-me-non-mi-freghi-così (con rigorosissimo uso del tu generico, perché in faccia al tu reale no, ci vogliono troppe palle).
Sottotipo due) persone che camminano senza alzare lo sguardo oppure senza fissarlo su nessuno in particolare oppure fissandolo su tutti, con sfacciataggine da ti-guardo-ma-non-vuol-dire-che-ti-voglio-parlare. Persone come me, insomma. Insomma 2: impossibile farne la conoscenza.
Sottotipo tre) persone che attaccano bottone con chiunque, anche coi piccioni e con i barboni stranieri, in fondo parlano da soli anche con chiunque, tanto vale ampliare il ventaglio delle conoscenze anche con chi non capisce. Domanda: i piccioni hanno le orecchie o rappresentano la quintessenza dell'ascoltatore disinteressato che annuisce solo per non star lì a discutere?
Sottotipo quattro) persone che mi sorridono solo nei giorni in cui non è presente il resto del gruppo, che trovano proprio quella caratteristica che ci accomuna e la sfruttano per legarmi a doppio filo ad una conversazione temporanea e superficiale, e che tengono il cellulare in mano per tutto il tempo: e riescono a parlare con me, sottoforma di domande sulla mia vita, e contemporaneamente messaggiano con il resto del gruppo, per sapere quando arriverà; e appena il gruppo annuncia di essere al cancello, all'incrocio, qua sotto, in arrivo, tempestivamente mi salutano. Sono crono-acrobati che riescono ad incastrare i loro impegni perfettamente, per conciliare gli appuntamenti con le ore buche che fanno tappare a me. Di solito il giorno dopo non mi riconoscono né salutano. Contrariamente alle persone del sottotipo tre.
Sottotipo cinque) persone bisognose d'affetto, e va da sé che l'argomento di conversazione sarà limitato ai loro problemi e alla possibilità di risolverli con la prima sfigata che capita. Con una chiacchierata.
Sottotipo sei) persone, più uniche che rare, che riescono a chiacchierare del più e del meno, anche quando non abbiamo nulla in comune, o che riescono a chiacchierare di argomenti neutri anche quando qualcosa in comune c'è, dando l'impressione molto molto reale, di avere interesse a parlare e a scambiarsi idee e non, necessariamente, a far passare quei dieci minuti o a diventare amiche per la pelle cavoli-sei-come-me-io-e-te-andremo-d'accordo. Insomma persone abituate a vedere altre persone, a conoscere altre persone, senza convenzioni, costrizioni, maschere o egoismi. Ma anche capaci di stare da sole.
Io per socializzare mi oriento sull'ultimo sottotipo.
Perché in fondo mi voglio bene..
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...