lunedì 22 agosto 2011

Avevo sempre odiato le routine.

La mia routine serale è la più bella:
- sudatissima mi siedo in macchina e ci rimango per un'ora con il sole sempre sulla sinistra della faccia (tutto questo non è bello);
- a casa dico ciao non so a chi, non guardo nemmeno, e mi dirigo in bagno dove piscio;
- in bagno mi fiondo nella doccia per lavarmi con acqua rigorosamente fresca, con spruzzatina finale effetto doccia emozionale, non colorata ma gelida;
- mi vesto succintamente per evitare di sudare di nuovo subito, e vado in cucina dove mi attendono caffettiera e tazza, e mi preparo il caffellatte;
- esco nel cortiletto sul davanti dove, in posizione riparata dagli sguardi indiscreti della strada e anche dal vento forte quando c'è, ho sistemato il mio lettino da spiaggia e il mio tavolino: apparecchio con la mia nuova tovaglietta (un rici-vintage che non vi ho postato, ma potrei fotografare tutto ciò che ho cucito con quella tenda tinta Settanta per farvi morire di invidia, ma anche lasciarvi indifferenti o disgustati) e sfoglio una rivista finché il caffellatte è meno bollente, poi ci intingo i frollini e faccio una merenda che spesso è anche una cena (oggi ho osato dire che sono ingrassata da quando lavoro, bah.. forse l'ho detto solo perché tutte in mensa dicevano di essere dimagrite ed io come al solito volevo distinguermi..);
- dopo il caffellatte riprendo a sfogliare la rivista, così stanca da non poterla leggere (infatti una vale l'altra), e accarezzata dalla brezza della sera, che cala dolcemente sul cortiletto;
- già dalle 18 e 10, quando ho passato la sbarra, ho smesso di pensare al lavoro, e anche se a casa racconto due o tre cose a chi capita, non ci sto davvero pensando: sono proprio rilassata e non cenerei nemmeno se mi pagassero, perché questo significherebbe "agire" e quindi "spendere energie preziose";
- ascolto qualche chiacchiera che intende informarmi sull'andamento della giornata, su dettagli insignificanti della giornata, importanti però per chi li racconta e ha vissuto solo quelli (negli ultimi vent'anni), quindi comprensiva ascolto o, tuttalpiù, fingo perfettamente;
- appena buio entro in casa dove assaporo il desiderio di guardare un film e percepisco la patina di sudore che già di nuovo mi ricopre, affettuosissima; intanto prendo un libro o il computer e faccio tutt'altro che guardare un film;
- penso alle mie liste tanto amate: a quella di ciò che vorrei comprare col mio primo stipendio (e più si avvicina la data, più si ridimensiona la lista, vittima del mio realismo appena rientrato dalle ferie), a quella delle cose da fare prima di partire, anzi sparire per quindici giorni lasciando tutti in balia di sè stessi, e a quella di cose che avrei dovuto fare anche durante i miei venti giorni lavorativi, ma che ancora non ho fatto;
Questa in basso è l'ombra della mia macchina ferma nel traffico del rientro. 
- infine, prima di andare a letto penso, con un po' di malinconia, che giovedì sarà il mio ultimo giorno di lavoro e, sinceramente, il motivo della malinconia non è la successiva disoccupazione, di cui m'importa niente perché la vedo come una vacanza meritata con lo stress di gennaio-luglio 2011, nonché più volte impunemente posticipata, ma è una malinconia perché perderò un'attività, l'ambiente di lavoro, anche le colleghe (tutte), un viaggio di 53 chilometri verso il mare ai piedi della montagna attraverso la tetra zona industriale, perderò il significato più profondo che questa esperienza ha assunto per me, ben lontano dal banale e veniale accredito su conto corrente (finalmente vedrà cibo anche lui).
La verità è che la mia routine (mattutina, quotidiana, lavorativa, serale) mi mancherà.
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