sabato 13 agosto 2011

Il lavoro rende liberi di indebitarsi.

Lavorare mi piace, sono contenta di farlo, sono contenta di farmi il viaggio lungo la statale illuminata dal primo sole del mattino, ancora fresco, e anche di farlo al rientro, destinazione pranzo, perché allora non ho tempi da rispettare e posso fermarmi a fotografare il paesaggio.
Quando sono a casa penso che non vorrei fare questo lavoro per tutta la vita, nessun lo vorrebbe, l'anno scorso quando me lo proposero rifiutai, sopratutto per l'ambiente troppo lussuoso che mi avrebbe disgustata, ma quest'anno mi sento pronta a tutto, complice la noia, la povertà, la crisi esistenziale (ciclica) di cui sono in balia.
Quando sono in viaggio prendo tutto come una vacanza, una vacanza in auto lungo le autostrade larghissime, fra tornanti e improvvisi scorci di mare, anche se non è proprio così, a partire dal paesaggio per finire col fatto che sto andando al lavoro, non in vacanza. Il paesaggio, quello vero, è fatto di qualche curvone su una statale che spesso diventa comunale, perciò interrotta dagli ultimi semafori rimasti, e dalle tante rotonde; di qualche rettilineo che sbuca su un piccolo scorcio di mare, abbinato ad uno squallido porto industriale e spessissimo ad odori sgradevoli; di tanta campagna, per un bel tratto di monti ricoperti di verde, di macchia mediterranea lungo la strada, soprattutto oleandri in fiore, e davvero pocchissimo mare e pochissimo profumo di mare, tranne in un tratto, più lontano dall'area industriale, ma sua piccola propaggine meno tetra, incredibilmente frequentata da pescatori con la canna, e ventosissima, con acqua sporca e una spiaggia ristretta ad una striscia parallela alla statale, che la costeggia per un paio di chilometri un paio di metri più su.

Quando sono al lavoro il mio lavoro mi piace, non richiede grandi capacità, solo attenzione buona volontà e resistenza fisica; la forza è secondaria, la pressione del sangue è meglio averla giusta, se è bassa si rischia il collasso, mentre la fame la sete e la vescica piena sono ormai parte di me, non me ne curo, perché sono avvolta dal mio lavoro e dai miei pensieri che si riassumono in una domanda: lo farei per più tempo? Per una stagione intera ad esempio? Per guadagnare qualcosina, anzi "qualche soldino" come commentano tutti quando dico che sto facendo la stagione; per guadagnare e principalmente per mettere da parte, formichina astuta, per esigenze future come potrebbe essere prendere e partire, arrivederci e grazie, saluti a tutti.
Potrei?
Ci sto pensando.
Nel frattempo assaporo l'ebrezza di lavorare, di sentirmi di nuovo libera di lavorare, lontana dalle esigenze di studio e concentrazione che mi impedivano anche di mangiare, fino a pochi mesi fa; libera di dormire un paio d'ore senza sensi di colpa, quando rientro dal lavoro, perché sono stanca, sciolta dal caldo sul sedile della macchina. Anche avere la macchina fa la sua parte nella sensazione finale di libertà, naturalmente, tranne quando devo sborsare per il pieno, a quel punto mi scoccio, rimpiango l'abbonamento ai mezzi pubblici, poi mi ricordo che coprono mezza tratta su dieci e lascio stare i pensieri nostalgici da ex studentessa squattrinata: adesso ho un lavoro, posso permettermi di farmi prestare i soldi per il pieno perché so che il 15 settembre potrò restituirli.
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