domenica 14 agosto 2011

Innocenza apparente.

Il­­­­­­ mio futuro.
In questi giorni non ho tempo per pensarci, eppure ci penso in continuazione.
Ad esempio: ora sono seduta al tavolo, con le gambe sulla sedia, doloranti poco meno dei piedi; oggi ho visto una donna con le gambe normali fino al ginocchio, ma gonfie in maniera inverosimile dal ginocchio in giù, sembravano due tronchi, non aveva caviglie, e i piedi erano come due mattoni di quelli rossi; ho visto la lieve gobba delle spalle, irrimediabilmente curve in avanti, e l’andatura da contadino di altre colleghe.
Mi sono detta che a me non succederà mai, perché io ho la fissa della schiena dritta dal 1993, perciò io non cammino mai con le spalle curve, e anche quando porto un peso oramai, automaticamente, controllo la postura prima di scegliere come portarlo. Che ci volete fare, sono cresciuta fra i corsetti di Piccole donne.
Mi dico che non mi succederà mai perché, mulo in camice da cameriera o no, sono pur sempre una donna, e non credo che ci facciamo una bella figura, al cinque stelle, se camminiamo curve in avanti come vecchietti rincitrulliti di quelli che, con le mani dietro la schiena, sfanculano il mondo intero, rancorosi in proporzione direttissima alla loro età espressa in minuti.
Mi son detta che le gambe gonfie e le vene varicose non le avrò mai, ho sempre svolto lavori in cui dovevo stare in piedi anzi in cui non potevo sedermi, e ancora non le ho, e i dolori semmai mi son venuti dopo, con la vita sedentaria da studente. Finché ieri non mi hanno mandato al Villa, al quattro stelle coi letti bassi, e mi son tornati i dolori alle spalle, al collo, alla schiena, alle gambe. Ogni volta che, tra ieri ed oggi, ho fatto sotto il sole del mezzogiorno o delle quindici quella salita a velocità sostenuta con in mano secchi e scope, mi è tornato in mente il messaggio con cui sono stata invitata al campeggio libero in montagna per ferragosto: è un classico che l’invito arrivi l’unico fine settimana festivo di lavoro di tutto il mio 2011, quindi non mi soffermo su questo. Il punto è che volevo lavorare, il campeggio e la montagna sarebbero casa mia ogni giorno, se potessi, talmente mi piacciono, meno entusiasmo avrei mostrato la compagnia che mi si offriva, ma con la mia macchina fotografica so come eclissarmi e salvarmi la vacanza. No no, io volevo proprio lavorare, però penso alla stanchezza dei trekking, che mi stremano perché, ho scoperto, soffro di pressione bassa, e mi son detta l’opposto di quello che mi dico in casi paralleli: “se posso farlo per lavorare (stare sotto il sole per ore, fare le salite a passo sostenuto, portare pesi per tutto il tragitto, mangiare solo ai pasti), posso farlo anche per i trekking”. D’ora in poi, ad ogni trekking saprò avere maggiore resistenza, al ricordo di questo lavoro! Inoltre avrò un po’ di stipendio per regalarmene uno (almeno un contributo carburante mi costerà) e forse, dopo lo Scaricatore, avrò maggior resistenza anche verso i compagni di viaggio pesanti.
Mi dico che è il caldo, e son sicura che sia così. È il caldo che mi sfianca terribilmente, se non fosse così caldo, le otto ore potrei farle ogni giorno, anche se a quel punto non sarebbero più otto: oggi ho capito che le mie colleghe sono stanche di fare da anni questo lavoro, perciò sono lente, perciò si trascinano il lavoro ben oltre le sei. Ieri invece, con la Fumatrice, giovane dai dentini grigi ma aitantissima, andavo spedita e la giornata mi è volata; hanno comunque troppe camere da fare solo in due, è logico che non riescano a finire per le sei. Bruno invece è proprio incapace e pure noioso, salvatelo, vi prego.
Ieri ero super veloce, il tempo mi è volato, sono migliorata nei gesti più prestanti (ad esempio con una mano tener su il materasso, con l’altra infilarci sotto, in un solo gesto, i lembi di mezzo metro di due lenzuola più il piumino - beh, con diciotto gradi) e il lavoro non mi dispiace; con l’agenzia sono ben pagata e i miei diritti di lavoratrice rispettati, come dipendente fissa non saprei, non credo (per quanto riguarda i diritti), lo spero (almeno per lo stipendio).

Mi sono concessa un anno. In un anno potrebbe rientrarci una stagione al resort.
E un po’ di soldi da mettere da parte, tolta la benzina, tolta la palestra, tolta la luce pulsata (odio quei peli, piuttosto rinuncio alla palestra!), tolto qualche sfizio come un bel pacco di libri. L’altro giorno in giro per negozi, nelle due librerie ex “di fiducia”, pur con tutta la buona volontà della Pippi che mi voleva regalare un libro, non ho saputo scegliere, complici le commesse troppo occupate a spettegolare fra loro o al telefono – non ci hanno nemmeno salutate!; perciò ho detto alla Pippi “quando faccio l’ordine online ti avviso, così uno dei libri me lo paghi tu e ti faccio pure risparmiare”. Il resto dello stipendio di una stagione sarà messo da parte. Sì, potrei farlo. Sarà una stagione da mulo, va bene, ma sarà per mettere da parte dei soldi e poi.. poi pensavo: se non è Bologna è Berlino, se non è Berlino è la Germania, se non è la Germania.. mi piacerebbe Stoccolma, ma anche Oslo, dove Nele mi ha detto che c’è abbastanza lavoro e il norvegese non è difficile per chi conosce il tedesco. E una nuova lingua mi ci vuole proprio, nonché il freddo, quello lo pretendo.
Resisterò ancora un anno in questo caldo torrido, poi cambierò aria, dove? si vedrà, perché per ora non so nemmeno dove sarò a ottobre: a maggio mi sentivo studentessa, a giugno mi sentivo casalinga (complice la vacanza a casa del pusher), a luglio mi sentivo scrittrice, ad agosto sono lavoratrice, a settembre sarò nomade on the road in Germania, e a ottobre non ne ho la più pallida idea. Ho una rinuncia in programma, al costo di soli 14,62 in forma di marca da bollo. La farò?

Ci penso da mesi, e me ne sono fatta una sorta di ragione, la decisione è mia d’altronde, ma da quando l’ho detto a voce alta (ad una sola persona per ora) rivedo la cosa da un’altra prospettiva, più definitiva, e questo mi ha fatto un po’ vacillare: sicura sicura? Beh, come sempre la controprova è facile. Funziona così: la decisione è di rinunciare, e se non volessi rinunciare cosa succederebbe? Succederebbe che dovrei continuare così, e questo è improponibile, perciò la decisione di rinunciare è ancora quella giusta.
Ma c’è un ma (che palle, come al solito), ovvero il fatto che continuare come ora, dove sono ora, in ciò che sto facendo ora non mi soddisfa, però anche rinunciare del tutto.. Me ne sono accorta al lavoro, il giorno dopo l’outing, spazzavo il pavimento e mi sentivo triste, come alla fine di una bella vacanza, o di un bel lavoro con un team affiatato, come nel giorno di una partenza per sempre,  mentre si preparano i bagagli e si pensa già al momento in cui si salirà su quel treno, un biglietto di sola andata in mano, il coraggio e un bel sorriso in parte forzato nell’altra mano (e va bene, il sorriso sta in faccia e il coraggio nel cuore, ma ci siamo capiti).
Non posso rinunciare per sempre: sarebbe come non mangiare mai più torte al cioccolato dopo che, in un’unica pasticceria, ne abbiamo assaggiata una che non era esattamente ciò che volevamo, no? Certo, sì, è così.
Rinunciare per sempre no, questo no. Un anno, quello che mi sono concessa per stare qui senza sclerare, potrebbe essere considerato anche sabbatico, come una bella pausa distensiva, anche se qualcuno di voi dirà che me lo prendo troppo spesso quest’anno di pausa, ma non è così, pensateci bene, e ditemi se non è così o se è così o se.. No, non è così, credetemi.
Quindi è deciso:
-          Un anno ancora qui.
-          Possibilità di lavorare al resort da marzo ad ottobre 2012 (sempre che me lo propongano, o che accettino la mia richiesta).
-          In alternativa dare disponibilità all’agenzia, per eventuali lavori interinali.
-          Rinuncia definitiva in questa pasticceria in particolare.
-          Nessuna rinuncia alla cioccolata, sia beninteso.
-          Riflessione sul da farsi, sempre rigorosamente sulla strada, man mano che procedo.
Quindi è deciso.

E i bambini?
I bambini per ora mi stanno sabotando le ferie di settembre, se sapessero che ho in programma un intero futuro si armerebbero fino ai denti.
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