lunedì 15 agosto 2011

Lista di sopravvivenza.

Si lavora sino a scoppiare. Sotto il sole, al caldo, si spazzano verande dagli aghi di pino e dalla sabbia. Sotto il sole, al caldo, si trasportano lenzuola matrimoniali a gruppi di tre + federe + tappeti + asciugamani + secchi e scope e stracci e borse e.. si scoppia, sotto il sole, al caldo.
Questo è lavorare, mica caramelle gommose alla frutta.
Io sudo, sudo copiosamente sotto il camice in finto cotone fresco sulla pelle, mi sento le gambe ricoperte da un sottile strato che potrebbe essere stoffa, invece è sudore, perché sotto il camice possiamo indossare solo calzoncini corti, che non sbuchino dall’orlo, né si affaccino dallo spacco sotto l’ultimo bottone. Io zoppico quasi, come dopo ore di trekking mi sento pulsare il ginocchio, lo piego, lo muovo, gli faccio la respirazione bocca a bocca affinché non mi crepi sotto la coscia, sotto il peso di me, sopra due piedi pulsanti, non di vita, ma di stanchezza. Dopo dieci giorni sono già stremata, dite voi? No: dopo quattro.
E pensavo che potrei fare l’intera stagione?


Quattro giorni di intenso lavoro, di cui uno futuro, ossia domani ma io sento già la stanchezza. Al rientro alle 19 e 20 una vera doccia fredda non me la leva nessuno. Vera. Non: acqua tiepidina tendente al calduccio, che coccola e fa sentire amati, no. Acqua fredda peggio che al campeggio abusivo, perché solo così smetto di sentirmi stanca, che poi non era mica stanchezza per davvero, era solo un terribilissimo caldo.
Membra sciolte, membra come fonte di calore, come spugne di calore, come quintessenza del calore.
Poi salgo in macchina, e sorrido. Dico “ciao a domani” a Tizia, con una risatina perché ci siamo appena scambiate le impressioni della giornata e sulle colleghe, poi salgo in macchina e sorrido. Accendo la radio, sintonizzata su Capital, parte subito una canzone che mi piace, ogni giorno una, la prima della lunga serie che mi accompagnerà a casa, interrotta solo dal notiziario delle 19, e sorrido. E penso che mi piace proprio questo lavoro. Sorrido soddisfatta.


Non so se vi rendete conto: a parte la stanchezza, trattasi della seguente mansione: cameriera ai piani, dove oltre due studentesse che si pagano gli studi, certe che alla fine degli stessi faranno la vita delle laureate appagate, il livello medio di istruzione è scuola media inferiore, mentre il livello medio di conoscenza dell’italiano è A1: comprendere e usare espressioni di uso quotidiano e frasi basilari tese a soddisfare bisogni di tipo concreto, presentare se stessi e gli altri, fare domande e rispondere su particolari personali come dove si abita, le persone che si conoscono e le cose che si possiedono, interagire in modo semplice, purché l’altra persona parli lentamente e chiaramente e sia disposta a collaborare, conoscere ma non usare parolacce, perché per questo sono considerati più efficaci i dialetti, soprattutto se il destinatario è uno degli ospiti del cinque stelle (ne sa qualcosa lo Scaricatore che urla i suoi improperi sul vialetto alberato, convinta di usare l’alfabeto morse dei marziani, invece è una lingua straniera come un’altra, quanto ci vuole a decifrare il significato dal suo umore e dal suo tono di voce?).
Il livello medio di progetti per il futuro, di posizione nel viaggio della vita, di appagamento è “per fortuna ho questo lavoro, altrimenti cos’altro posso fare? Se avrei almeno il diploma, ma non ho mai continuato..” La nominata fortuna non impedisce loro di lamentarsi in continuazione ed io, che solitamente rispondo “se non ti piace cambia lavoro”, a loro cosa potrei dire? La filosofia imperante è “siamo povera gente..”, quindi per molte di loro i diritti sono sulla carta ma qui “non si usa” che vengano rispettati.

Io invece?
La mia filosofia è: finché mi piace e mi sta bene, finché mi pagano puntualmente, io resto.
Il livello di istruzione è: i prerequisiti per l’iscrizione all’università li ho, i requisiti per la laurea pure, a parte un centinaio di Crediti Formativi Universitari, ma che volete che siano.
Il livello di conoscenza dell’italiano è C1, ma solo perché il C2 è specialistico e dovrei scegliere una specializzazione per averlo. Inoltre è la mia fissazione, se non è sufficiente questo per spingermi a migliorarmi in italiano, non lo sarà di certo una pistola puntata alla testa o la minaccia di licenziamento.
Il livello di progetti per il futuro è: farne, e soddisfarne, il più spesso possibile; grazie ad esperienza pregressa, non ultima il superamento dell’ultima sfida, oggetto del precedente progetto. Per il futuro immediato, mi son data una tregua di un anno, ma nel concreto farò pausa dalle mie ideone solo fino ad ottobre, capisciammè.
La posizione del viaggio della vita: primo terzo, nel pieno delle forze, della giovinezza, insomma l’età giusta per qualsiasi cosa mi venga in mente, nel pieno delle idee, a pieno regime inventiva, anche con tutta la vita davanti e tanta voglia di.
Appagamento, dite? C’è anche quello, ma non con questo lavoro, almeno non fino al 15, quando mi pagheranno, anche se sì, lo ammetto, un certo appagamento del bisogno di faticare, di lavorare, anche di sudare per sentirmi utile c’è. C’è appagamento.
La filosofia imperante è: posso fare qualsiasi cosa, non ho divieti, posso fare qualsiasi cosa, ne sono in grado, posso pure scegliere. Posso fare qualsiasi cosa, quindi perché non questa?

Poi salgo in macchina, e sorrido. Il lavoro è una merda per molte, ma io sorrido perché sto lavorando, perché esco di casa ogni giorno, perché mi alzo all’alba, guido, lavoro, guido, arrivo a casa per cena, e mi sento utile e viva. Perché ascolto la radio in macchina. Perché perfeziono le mie (nuove) abitudini di giorno in giorno: cibo, scarpe comode, sole in faccia, acqua fresca, foto per strada, tutto viene adattato man mano. Sorrido perché vedo la montagna, e il mare, e li fotografo e guido per chilometri, e mi preoccupo per il traffico e controllo i minuti, e arrivo in anticipo, e vado al lavoro, e lavoro, e mi sento attiva, viva, utile, bene.
Bene.
Dopo mesi, capite? Dopo mesi passati a pensare a me come ad un animale da grotta, uno spirito chiuso nel suo antro scuro, perfettamente in sintonia e mimetizzato con la roccia, invisibile agli umani, concentrato su se stesso, sul suo piccolo mondo, quasi esaurito per la mancanza di stimoli esterni, quindi non interni all’ultimo romanzo letto o alle quattro mura o al massimo al deserto che mi ostino a chiamare giardino, spirito eremita, solitario, e felice di esserlo, bisognoso di esserlo: dopo mesi da spirito ora vedo esseri umani a cui io, a ben vedere, assomiglio in maniera impressionante, sono viva come loro, cammino parlo guido lavoro sudo. Sorrido.
Sono malata, lo so.

Lavorare mi è sempre piaciuto, poi c’è stata la crisi, una stanchezza diffusa, mentale corporea e chissà cos’altro (cos’altro?) di dovermi occupare di tutto io, di dover lavorare, guadagnare, mangiare, campare, traslocare, pensare, lottare con la burocrazia, gestire i rapporti interpersonali e.. nemmeno più la voglia e il tempo di leggere romanzi! Mi ero stancata di una non-vita tesa al guadagno per il puro e semplice pagamento di bollette, un po’ di spesa il primo del mese, poi di nuovo al verde, e il tutto per? Per lavorare. Lavoravo per poter lavorare. Poi ho smesso: mi sono concentrata su me stessa, sui miei bisogni anche psichici, sui miei desideri anche concreti, sulla mia idea di vita, di lavoro, di sogno realizzabile, e l’ho fatto. Mi sono abituata a questo nuovo tipo di vita, ed ora non la vorrei più lasciare, ma dopo tanta inattività, e vari (brevi) spezzoni lavorativi, mi sono resa conto di una cosa: non lavorare per lavorare, bensì lavorare per muovermi, per socializzare, per uscire di casa, per interagire col mondo questo sì, mi serve come l’aria che respiro.

Pertanto: farei la stagione per guadagnare qualcosina (qualche “soldino”) che mi permetta di viaggiare, di leggere, di fotografare, di fare torte e qualsiasi altra cosa renda la mia vita più sorridente, perché non ruota tutto attorno ai soldi, agli acquisti, allo sfoggio di oggettistica invidiabile e costosa, al cibo mangiato al ristorante, al culo che viaggia sulla macchina nuova, ma non è nemmeno tutto davvero gratuito, non ovunque, non qualunque cosa, eppure si può fare, si può risparmiare e avere ciò che si vuole, si può spendere e non essere ricchi, si può lavorare senza laurea eppure sorridere, si può godersi la vita pur non essendo ereditiere di professione, si può rilassarsi pur non vivendo di rendita, si può sorridere nonostante tutto.


Ed io nella vita ho imparato a lavorare come un mulo, poi ho imparato a riposarmi, poi ho riconciliato due cose apparentemente in contrasto o in alternativa, e ora mi permetto di avere entrambe contemporaneamente: lavoro duro e sorriso beato.
Sono uno spirito, ma non faccio magie: semplicemente preferisco le liste di priorità assolute.
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