domenica 21 agosto 2011

Si svegli chi può.

Il mio primo lavoro mi impegnava dalle 6 alle 14. Il problema più grande, quando l'accettai, sapevo che sarebbe stata la sveglia presto.
Quando andavo a scuola in qualche modo riuscivo a fare colazione e a prendere la corriera vestita, puntualmente, grazie anche alle urla allarmate dei miei genitori - non ricordo di aver mai fatto colazione, ma visto che soffrivo di mal d'auto, sono sicura di essermi sempre alzata in tempo per farla.

Ho sempre fatto fatica ad alzarmi e, da quando ho ricordi, ho avuto la passione per il sonno, per il crogiolarmi a letto, per il riprendere il sogno (bellissimo) crudelmente interrotto dalle voci allarmate dei miei genitori.
Non mi è mai piaciuto dormire dopo pranzo invece, ma venivo costretta, e solo alle superiori sono riuscita ad arrogarmi il diritto incontrastato di fare i compiti dopo pranzo, anziché dormire (che poi io mica dormivo). La notte inoltre studiavo meglio, ma quando i miei genitori si alzavano per andare in bagno, e mi trovavano sveglia coi libri sulle gambe mi sgridavano, allarmati, perché pensavano che la mattina avrei faticato ad alzarmi solo per colpa di quelle ore piccole. Naturalmente in tutta la mia carriera scolastica, non mi sono mai alzata alle 6 del mattino per ripassare o per recuperare compiti!

Quand'ero piccola, in estate e per le feste comandate andavamo dalla nonna, lontana circa tre ore di macchina da noi, e partivamo alle 5 del mattino in modo da viaggiare col fresco e da esser lì per colazione; i miei genitori attrezzavano il sedile posteriore in modo da creare un letto dove noi dormiglione avremmo potuto continuare a dormire fino all'arrivo: sistemavano le borse frigo o altri bagagli dietro i sedili anteriori, facendo un piano unico con quelli posteriori, e coprendo sedile e borse con una coperta (il materasso) e poi noi con un'altra coperta. Questa sistemazione sapeva di campeggio, di avventura, ed io dormivo senz'altro meglio in quella sorta di rifugio, e facevo sogni bellissimi con pirati affascinanti mentre io, eroina indiscussa, non avevo bisogno di loro e li facevo a merda subito.

Una volta nevicò, straordinariamente. I miei genitori ci svegliarono di notte, perché sapevano che al mattino quel nevischio sarebbe scomparso nei canali di scolo e in qualche placca di ghiaccio friabile, ma per convincerci ad alzarci, anziché urlare al miracolo della neve a bassa quota, anziché nominare la neve che noi conoscevamo solo dai libri e dai cartoni animati, ci dissero "è solo per vedere una cosa, poi vi potete ricoricare subito", e noi un po' sonnambule cedemmo, e col poco entusiasmo immune al rincoglionimento da sveglia presto, osservammo quattro fiocchi bianchi cadere dalla notte nera.

Ho rotto le prime venti sveglie della mia vita, con gesti inconsulti che, nel sonno interrotto, facevo per spegnerla. Col cellulare invece non mi è mai successo, chissà perché.
Mi è sempre piaciuto essere puntuale, a costo di azzardare sorpassi e superare i limiti. Ma a quei tempi il codice della strada non prevedeva patenti a punti né esistevano gli autovelox.
Poi mio padre ci raccontò un aneddoto della sua giovinezza, di quelli che i miei genitori sfornavano per convincerci ad ubbidire: non voleva che corressimo troppo in macchina, perché è pericoloso, ed usò la strategia del non dare un divieto diretto del tipo "non correte che è pericoloso" che noi, incoscienti, avremmo ignorato - e fin qui tutto ok; ci disse invece che il suo datore di lavoro (quand'era giovane) li aveva deliziati con la seguente perla di saggezza: "non correte in macchina, meglio in ritardo al lavoro che puntuali all'ospedale". Noi interpretammo la perla come un "meglio in ritardo al lavoro" e basta.
I miei genitori con le frasi ad effetto non ci sanno fare ancora oggi, tranquilli.

Il mio secondo lavoro mi teneva impegnata dalle 9 alle 18, io avevo un ritardo cronico di 5 minuti, in sostituzione all'anticipo di 10 richiesto.
Naturalmente gli appuntamenti straordinari mi trovavano sveglia prima della sveglia per paura di non svegliarmi al suono della sveglia; gli eventi non obbligatori mi trovavano assente perché non mi ero svegliata; mentre gli eventi quotidiani mi trovavano in ritardo dopo la prima settimana, costantemente, nonché vestita alla cieca, cisposa, spettinata e poco incline alla battuta di spirito che voleva sottolineare il ritardo senza affossarmi troppo. Per essere al lavoro alle 9 e 5 mi alzavo alle 8 e 45, dopo decine di sveglie ignorate, o zittite, sempre spostate di 5 minuti, talvolta sognate: cosa c'era da scherzare?

Poi mi sono iscritta all'università: la prima lezione del mattino iniziava alle 8 e 30, panico? No no, per nulla, anzi alle 8 e 20 ero davanti all'aula, colazionata, vestita con garbo e pettinata, anche profumata. L'entusiasmo fece la sua parte ed io collegai per sempre i ritardi alle cose che non mi piacciono, e scoprii che alzarmi presto la mattina mi piace, mi mette di buonumore, mi da energia positiva. Poi iniziai a saltare le lezioni all'università, ma mai quelle del pomeriggio.

Ho sempre avuto anche una sveglia biologica fissa, accidentalmente sempre posteriore a qualsiasi sveglia sul comodino puntata per dovere; una sveglia biologica che mi faceva sospettare di poter cedere solo di fronte all'abitudine, e che è cambiata nel corso dei periodi della mia vita, a seconda degli altri impegni della mia giornata in quei periodi: l'ho avuta alle 9, alle 8 e 30, alle 10, alle 9 e 30 (in ordine sparso, ma anche un po' cronologico per periodi).
La sveglia biologica fissa ha in comune con quella sul comodino (il cellulare) il fatto di venire da me ignorata. L'alzata biologica fissa invece è stata alle 11 per ripetuti periodi, per principio più che per reale bisogno di civetta; oppure più per un bisogno fisiologico, che per il mio ritmo prevalentemente notturno.

Agosto 2011: dopo la prima settimana di terrore puro, più che di trauma, mi sono abituata alla sveglia presto. Non so se perché questo lavoro mi piace, visto che per piacermi del tutto dovrei andarci in bicicletta, ma di sicuro uno dei motivi è la regolarità dell'orario, infatti mi hanno sempre spossato i turni giornalieri, preferisco quelli settimanali, che almeno permettono di fare l'abitudine alla sveglia presto.
Un altro importante motivo di puntualità è che la sveglia presto, io la punto molto presto, più del necessario, dopo il primo giorno di prova della strada, del traffico, del parcheggio. Ne ho una alle 6 e 45, che spengo felice di avere ancora dieci minuti per dormire, ossia fino alla sveglia delle 6 e 55, definitiva e quindi traumatica, e terribile perché in quei dieci minuti mi riaddormento così bene, e sogno così tante scene di lavoro, che temo sempre di sognare di guidare fin lì, arrivare, passare la sbarra dove Franco fa l'appello, ringraziare e augurargli buona giornata mentre scendo lungo il viale che porta al cinque stelle e spettegolo con Tizia, felice di essere al lavoro perché il lavoro mi piace.

Salto giù dal letto alle 6 e 56, e solo così mi convinto di non aver aperto gli occhi al suono della sveglia solo in sogno.
Mi lavo la faccia, piscio, tiro fuori i miei panini al latte dal congelatore, ne metto uno nel microonde e l'altro nella bustina per la merenda, si scongelerà in viaggio, mentre il microonde lavora io mi vesto: un calzoncino corto, una maglia qualsiasi tanto la tolgo per mettere il camice, il costume (pezzo sopra) da tenere sotto il camice. Mi faccio la coda alta che poi arrotolo attorno all'elastico per avere la nuca libera. Mi siedo a tavola con panino, coltello e nutella e..
..e sono già le 7 e 13, tardi tardi.
Il primo giorno sono partita alle 7 e 20, forse senza nemmeno vestirmi, e da allora penso di essere in ritardo, se esco di casa alle 7 e 35 come oggi.
Ma io sono in ritardo sul mio anticipo, ormai da anni.

Mangio in fretta, perché potrei ricollegare il sedermi a casa al riposo, e mezzo addormentata potrei riaddormentarmi con la faccia sulla nutella, potrei sognare di essere in piedi così presto per capriccio e non per lavoro, e fare tardi. Per recuperare: metà delle cose la faccio a casa, metà la faccio nel parcheggio per i dipendenti, puntualissima alle 8 e 15, massimo e 17.
Il punto è che non so di preciso che traffico ci sarà, ma so che la legge della fisica del traffico stabilisce che se si parte presto si arriva con 40 minuti di anticipo (alle 8 e 20), se si parte 20 minuti dopo, si arriva con mezz'ora di ritardo (alle 9 e 30).
Quindi cerco di uscire tra le 7 e 25 (prima non riesco proprio) e le 7 e 35 (come oggi, giornata di scazzo mattutino).

Mi alzo alle 6 e 55 anche se la sveglia biologica è ormai alle 6 e 20 anche nel giorno di riposo, sveglia che debitamente ignoro per aspettare lo squillo del cellulare, che spengo contenta di avere ancora dieci minuti, finché mi alzo di scatto terrorizzata all'idea di aver sognato di esser sveglia, per poi sedermi a tavola fiera del mio anticipo, infine uscire con calma e chissà come in ritardo alle 7 e 35, ed arrivare magicamente al lavoro con soli trenta minuti di anticipo, anziché quaranta.
Sveglia biologica o no, ancora oggi quella che conta è sul cellulare; paranoica o calma, ancora oggi posso uscire di casa in ritardo (ma sul mio anticipo); abitudinaria o confusionaria, ho imparato a imbrogliarmi anticipando le sveglie finché non mi entrano nel circuito biologico, posticipandosi a lui; furba o meno ho capito finalmente che il mio cellulare è personalizzato fino al minimo dettaglio, perché oltre alla suoneria da profondo rosso che mi offre, si identifica con me anche nella dicitura della funzione sul menù, che non è una banale "sveglia" come in altri cellulari, ma si chiama "allarme".
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