lunedì 19 settembre 2011

Giorno 20.

A volte succedono delle cose in concomitanza: il 15 è morta A., ricordo della mia infanzia, degli anni Ottanta soprattutto; tra il 16 e il 17 ho le... Aspettate! Questa è una lista!!

1)  il 15 è morta A., ricordo della mia infanzia, degli anni Ottanta soprattutto;
2) tra il 16 e il 17 ho letto Marina, dove una persona muore dopo una malattia che ha riprese e ricadute nelle quali l'ammalata si mostra molto forte (ps. più o meno lo scheletro della storia è quello de L'ombra del vento);
3) tra il 18 e il 19 settembre ho letto La ragazza delle arance, dove un ragazzo "riceve" una lettera del padre morto undici anni prima; quando suo padre è morto aveva 4 anni, ora ne ha 15, e da allora ha vissuto senza di lui, con nessun ricordo a parte quelli fittizi delle foto e dei video. La sua vita era continuata.

Tre cose sulla morte.
1) Della prima morte ancora non mi rendo conto: per tanti anni sono stata via, anche i figli di A. sono stati via per tanti anni, e il rapporto di vicinato si è interrotto con le nostre partenze; solo quando si è ammalata ho sentito di nuovo parlare di lei. E della sua forza. Io della forza non so nulla, perché per me è ancora quella donna che, quando andavamo a giocare coi suoi figli, se suo marito scherzava e insisteva con battute di spirito del tipo "amore mio tesoro, ti amo come la salsa del pomodoro", ci diceva "bambine mi raccomando non sposatevi mai". Lei forse scherzava, ma per quella frase che disse a me bambina, è sempre stata per me un modello di donna moderna e non sottomessa, anche se allora non usavo né conoscevo la parola "sottomessa". L'ho ritrova malata ma forte, poi morta, ed io a casa sua mi sono tenuta a distanza da quella statua bianca nel bianco e sotto il bianco, senza nessuna voglia di appurare da vicino che era morta, e pure senza occhiali: l'ho vista sfuocata, chissà, forse non era lei.
2) Stessa sorte di Marina, di cui si parla nell'omonimo romanzo trovato a casa per puro caso, prestito pre-vacanza dimenticato (lo restituirò, giuro), sulla lista dei desideri da quando uscì, ma mai comprato. Ora finalmente l'ho letto, proprio dopo la morte di A., senza immaginare le somiglianze. Unica differenza: Marina era giovane, non si è sposata né ci pensava, anzi credeva che anche una semplice amicizia non sarebbe stata altro che sofferenza. Per lui.
3) Infine un padre che, saputo di dover morire presto (per una malattia), scrive una lettera al figlio di 4 anni, che spesso gioca lì davanti a lui mentre lui gli scrive, ma si rivolge al suo figlio futuro, adolescente, anni dopo, quando troverà la lettera (che nasconde); immagina suo figlio già adolescente, in grado di capire molte cose, ma non ancora tutte, e parte da questioni pratiche sul cambiamento del mondo in dieci anni o forse più (basti pensare che il vecchio computer del padre, con il file originale della lettera, è un vecchio fisso con ms-dos come sistema operativo), per arrivare a cosa? Cosa racconta un padre a un figlio?
Gli racconta di sé, proprio come farebbe un padre col figlio, solo che lui non ha avuto questa occasione. Non solo non l'ha visto crescere, ma non gli ha nemmeno raccontato i suoi aneddoti. O meglio: non solo sa che non lo vedrà crescere, ma sa anche che non potrà raccontargli i suoi aneddoti, indirizzarlo e incoraggiarlo e sostenerlo e raccontargli tanti episodi della sua vita prima che lui nascesse. Però può ovviare almeno al secondo inconveniente: con una lettera di una quarantina di pagine.
E così un ragazzo che non ha mai conosciuto suo padre, che vede la sua morte come un elemento fisso della casa alla stregua di un quadro o di un soprammobile, finalmente ne fa la conoscenza, lo sente "parlare" personalmente con le sue parole, esprimere i propri pensieri e le proprie idee; da padre a figlio gli parla, o da adulto ad adulto, di argomenti apparentemente poco importanti o poco determinanti per un adolescente, ma in cui lui si riconosce.
E così il ragazzo si riscopre figlio di quell'uomo nelle foto, nei video, ritrova un padre e un rapporto con lui, somiglianze. E si sente più grande e maturo, all'improvviso. Forse solo perché risalendo a parte della sua origine, ha ritrovato parte della sua identità.
A volte succedono delle cose in concomitanza: la mia famiglia è sempre stata composta da 4, massimo 5 persone. Dopo tanti aneddoti sulla famiglia, ho scoperto che questo nome includerebbe molte più persone, morte lontane disperse, ma tutte sconosciute; comprende molti più anni dei più famosi ultimi 30 o 40 anni; comprende molti più luoghi oltre a questo paese o a quella città. Solo che io non lo sapevo.
Ora non mi sento più grande o matura, semmai più piccola. Prima ero in primo piano sul palco, assieme ad altri 3, massimo 4. Ora sono sullo sfondo di una scena di massa, in cui rappresento l'ultimo anello della maglia, l'ultima discendente di un clan familiare, l'ultima erede di caratteristiche che non possiedo in via esclusiva.
Ma nessuno me l'aveva mai detto.

Tre morti su cui riflettere:
1- chiunque può morire, anche chi "non se lo meritava";
2- si può morire in qualsiasi momento, anche al culmine della tappa migliore della propria vita;
3- la morte non impedisce mai di vivere ancora nel futuro: nel ricordo di chi ci ha conosciuto, o nell'assenza, per chi non ci ha conosciuto, soprattutto se ci vengono dati sei mesi di tempo per scrivere una lettera.

E, se posso dirlo, un giorno qualcuno leggerà le mie pagine (molte più di una quarantina) e capirà: capirà me e le mie idee, forse i miei pensieri, ed io sarò, per quella persona, finalmente qualcuno. Postuma.


Marina di Carlos Ruiz Zafon











La ragazza delle arance di Jostein Gaarder

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