martedì 27 settembre 2011

In vacanza con lo zio.

Forse da domani percepirò il ritorno dalle vacanze, ma oggi ancora no, anche se il mio "compagno di viaggi" è partito oggi e le mie vacanze sono finite l'11.
Le sensazioni sono state molteplici in quest'ultimo mese.
Mi sono sentita adulta, durante le nostre chiacchiere attorno al tavolo della cucina. Ci siamo scambiati aneddoti e racconti.
Mi sono sentita bambina, quando i racconti riguardavano l'infanzia di una famiglia che non ho conosciuto.
Mi son sentita coccolata, e non solo quando in salotto, stravaccata a leggere, ho visto arrivare una tazza di caffè, una fetta di torta, poi ho notato il vassoio, infine le mani che lo reggevano.
Una presenza a cui non ero abituata.
I buffetti sulle guance, ok a quelli rinuncio volentieri, quel guardarmi negli occhi da vicino o cercare un contatto ad ogni frase. Io sono abituata a stare dietro ad un bancone, e non mi piace essere affettuosa. Preferisco la professionalità di uno scambio di aneddoti. Se di professionalità si può parlare fra parenti.
E ho sofferto un po' per gli orari fissi, e gli impegni sociali, per i pasti mai mancati e i troppi piatti da lavare.
Ma tutto il resto mi mancherà in qualche modo.

Ha pagato tutte le cene senza batter ciglio: è una persona semplice che non esce di casa senza la borsa frigo e i panini col salame e le bottiglie di acqua dal rubinetto, ma se l'ora di cena lo coglie in giro, o se semplicemente non vuole mangiare l'ennesimo panino della giornata, non ha problemi a spendere 39 euro per un menù fisso. Moltiplicato per due.
Io appena ho aperto il menù alla pagina delle proposte del giorno sono andata a vedere i numeri sulla colonna destra, quelli preceduti dal simbolo dell'euro e, senza sapere cosa veniva offerto a quel prezzo, alla cieca ho scelto quello dove il numero era 17, anche se avrei preferito non più di 10. Lui invece ha letto i singoli piatti di ogni menù e ha scelto con lo stomaco e con le papille gustative quello da 39 euro. Anche per me. Era decisamente più buono, ma io non ragiono in questi termini nemmeno quando ho ormai capito che a pagare sarà un altro.
È stato un padre, ed io una figlia adolescente, quando mi ha accompagnata a Koblenz dove avrei incontrato un'amica, infilandomi in mano un mazzo di banconote. Quando sono arrivata alla cassa della manifestazione a cui volevamo accedere ho capito perché quelle banconote mi erano sembrate così tante: perché non sapevo che l'ingresso costava 20 euro, un piatto composto 9 senza dolce, l'acqua 3 euro e 50; decisamente non alla portata di tutti, soprattutto senza borsa frigo con panini appresso. Ma grazie a lui anche io ho assaporato l'ebbrezza di poter prendere anche il dolce, dopo l'infarto provocatomi dal solo ingresso.
È stato un padre ed io una figlia grande, con casa e famiglia e tante domande: mi ha spiegato come funziona un trapano, o una macchina, o una elettrodomestico, cosa fare periodicamente per tenerli in ordine e funzionanti. Ed io quasi volevo prendere appunti. Mi ha pagato la sostituzione di un pezzo dell'auto e mi ha regalato la bicicletta. Ora ditemi se non è vero che mi mancherà.

Ha pure guidato lui per tutti i duemila chilometri!! Non mi era mai successo di guidare solo per due metri: è stato quando lui è sceso dalla macchina lasciandola dietro un'altra che poi voleva uscire ma, era evidente, non riusciva a far manovra: anziché far sudare l'automobilista nella sua goffaggine, mi sono offerta di spostare la macchina non tanto per preservarla dai graffi di un imbranato, quanto per guidare anche io un po', perché mi mancava. Infatti ho spostato la macchina più in là del necessario, in modo da guidarla un po' più a lungo: due metri in più.
Si è occupato di me, ed io mi sono riposata mentalmente, più che fisicamente.
E ho parlato con lui della mia vita, dei miei problemi quotidiani con la famiglia, e ho trovato in lui un sostegno morale per tutto: per la lavastoviglie, per la rinuncia agli studi, per la famiglia che mi soffoca e il lavoro che non c'è, per il non volermi creare una vita del tipo casa-marito-figli, perché mi considero ancora troppo giovane. Era d'accordo con me, capite? Che sensazione liberatoria, soddisfacente, rilassante!

Almeno finché non mi ha detto: "Tanto più giovane però non sei , hai già un po' di capelli bianchi".
Eh sì, perché non vi ho detto che mio zio è pure simpatico.
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