mercoledì 12 ottobre 2011

L'affascinante asimmetria di uno spazio vuoto non colmato dal consumismo dilagante.


Io ho paura.
No, non è paura.
Sono lusingata.
Appena mi viene un'idea, subito ne parlano tutti i giornali.
Anche se in realtà l'idea ce l'ho da tempo. Dall'ennesimo trasloco, per la precisione, che non è l'ultimo, attenzione! Infatti dopo sei traslochi in tre anni ho detto basta. Quelli successivi sono tutti "ennesimi".
Basta servizio di piatti, se poi mangio sempre sola, basta servizio di bicchieri, se poi bevo dalla bottiglia, basta pantofole di riserva, se non invito mai nessuno a dormire da me, basta pentole, se uso sempre quelle "della casa", basta roba su roba che, in ogni casa in cui mi trasferisco, devo tenere nelle scatole perché a mala pena c'è spazio per me. Dissi così, dissi.
Regalai gli abiti ai poveri, molte scarpe comprese, e quasi tutto ciò che avevo per la cucina e la casa ad un amico che andava a vivere da solo, beato lui, e che mi chiese anche cosa ci doveva fare con quella cosina gialla. È una formaggiera, per il formaggio grattugiato, gli dissi, vedi? Da questo buco dovrebbe uscire il manico del cucchiaino, se lo vuoi lasciare dentro. Ah ok, rispose poco convinto, io il formaggio grattugiato lo compro nelle buste e lo lascio lì, hanno la chiusura ermetica.
La sua risposta fu solo la conferma che dovevo dare un taglio alla roba della mia vita.
Ma dai libri no, non mi volevo separare. Pertanto li impachettai tutti in belle scatole resistenti e li spedii ai miei genitori, che senz'altro alla loro età non avevano intenzione di lasciare la casa di proprietà per mettersi a viaggiare. Insomma: avevo sempre desiderato una casa mia, lontana dai miei genitori ma piena delle mie cose, e non riuscivo ad averla. Potevo permettermi non più di una stanza in un appartamento condiviso, e non sempre avevo un armadio per i vestiti, figurarsi la libreria e la dispensa. Conservai di "superfluo" solo la macchina da cucire, perché ci arrotondavo lo stipendio, e gli album di foto, almeno finché non notai che non le riguardavo mai, invece ai miei genitori piaceva vedere le foto dei posti in cui ero stata e sentire la loro storia. Da grande potrei fare la guida turistica a distanza. Vado scatto e torno con una storia.
Veramente lo faccio già...
Ma torniamo ai miei traslochi. Ridussi "la casa" al minimo, aggiunsi però al minimo un computer e una stampante multifunzione ,che non avevo e che mi servivano, i quali mi permisero di accantonare l'acquisto di un tostapane e di un aspirapolvere, le uniche due cose che avrei voluto quando volevo una casa piena, ma che mai avevo comprato. Ah sì, su quella lista c'era pure il trapano, ma non lo volevo veramente. Non ancora.
Cosa mi rimase? Il cattura polvere; la caffettiera, il bricco per il latte e la tazza; lenzuola e coperte; abiti e scarpe, nonché tutte le borse che mi facevo io appena avevo un pezzo di stoffa che mi piaceva; ancora tanti libri, ma meno di prima, in ogni caso non si notava perché quelli aumentavano a vista d'occhio. Ma avevano il mio permesso: da sempre il mio desiderio, accanto a quello di abitare da sola in una casa mia su un eremo dimenticato dal mondo, è stato quello di creare la mia biblioteca personale. E ci sto riuscendo bene (Oramai presto anche i miei libri. A due persone, addirittura!). Dicevo? Ah, sì, dicevo appunto che avevo i libri perché di loro non mi volevo liberare. Ma dopo aver regalato tutto e venduto il letto matrimoniale, e trasformato tutte le lenzuola matrimoniali in lenzuola singole con quattro federe ciascuna, cominciai a riflettere seriamente sull'accumulo di roba. Io davvero non volevo più affrontare traslochi così inutili di roba dentro scatole che, nella casa nuova come nella vecchia, rimaneva nelle scatole perché non avevo posto e perché, terribile ad ammettersi, in ogni caso non usavo mai.
Tornata dai miei genitori in ferie, incominciai un'attività che gettò nel panico chi rimase coinvolto. I miei genitori, appunto. Partii però dalla mia camera-magazzino (si tenne questo soprannome per anni) dove i vari pacchi di libri che avevo spedito erano stati accantonati chiusi, perché la roba mia la gestisco io. Tolsi quelle poche cose per la cucina che avevo salvato dal regalo al mio amico ma che non avevo più usato nelle (tre) nuove case successive, e le "regalai" ai miei genitori: molte le usano ancora oggi, dopo una breve parentesi nella cucina di mia sorella, prima che anche lei traslocasse e le riportasse a loro.
Eliminai dalla camera-magazzino le poche cose che avevo lasciato quand'ero andata via di casa: i quaderni delle elementari, delle medie e delle superiori, mai più aperti dalla fine della scuola, salvai solo un quaderno di temi delle elementari dal quale si evince che io, in fondo in fondo, non sono cambiata. Commovente. Eliminai la miriade di sopramobili, trasformandoli in utilissimi regali di natale e compleanno per un sacco di gente che da allora non mi cerca più. Eliminai tutte le borse fatte da me perché, si sa, che un prodotto artigianale vale più di mille Vuitton, se arriva proprio il giorno del compleanno. Eliminai la pseudo collezione di cartoline incorniciate (ridicola), conservando solo gli esemplari che mi erano stati effettivamente spediti.
Passai poi ai mobili di mia madre, alla quale feci notare l'inutilità di dieci (esatto) servizi di bicchieri se poi, ogni giorno festivi compresi, si usavano solo quelli della nutella. Indicai col dito, come vittime successive, i cinque servizi di piatti bianchi (esatto) mai usati, ma le regalai il permesso di tenere i due servizi, blu e rosso, che io e mia sorella erediteremo alla sua morte, anche se già oggi siamo le uniche ad usarli per le feste. Contai asciugamani e lenzuola, mestoli e scolapasta (cinque e cinque, ma perché?), e tante altre cose di cui basterebbe un esemplare solo, se non avessimo paura di rimanere improvvisamente senza mestolo, sostituibile solo quando, e se, si romperà.
La vecchia idea di avere un bel servizio mi stava stretta. Stavo crescendo, e crescevo sana. Di mente.
Dopo cambiai per la terza volta città, li mi attesero altri traslochi, ma dovevo stare leggera, visto che il mio futuro si creava giorno per giorno. Una liberazione. Un'illuminazione. Il soprannome mi rimase, la donna con la valigia, ma stavolta non per via dei numerosi traslochi, bensì proprio per il mio fedele compagno di viaggi: il valigione. Impiegai un mese a prepararlo (durante il quale scoprii che consideravo utili e necessarie ben tredici paia di forbici, per tredici tipi di materiale naturalmente, dalla stoffa alla carta, dai capelli alle unghie, e così via), ma alla fine scelsi le cose giuste. Abiti comodi, solo due paia di scarpe (che distrussi, che ve lo dico a fa'), niente forbici, ma set di manicure comprensivo di smalto trasparente e asciugacapelli più spazzola, una scelta apparentemente superficiale, questa, ma vi assicuro che quando la vita assomiglia ad una merda, limarsi le unghie e mettere lo smalto trasparente aiuta a ricordare di essere umani e, perché no, pure donne.
Sistematami nella nuova città ripresi un moderato accumulo di beni: libri e qualche tazza come souvenir da ogni casa in cui sono stata. Rubata, certo.
Dopo cos'è successo? La vecchia idea del bel servizio oramai mi sembrava definitivamente ridicola: cambio città ogni tre anni, ho idee brillanti per dare una svolta alla mia vita ogni sei mesi, già il semplice fatto di sentire il bisogno di dare una svolta la dice lunga, quindi perché i miei gusti in fatto di corredo dovrebbero rimanere tali fino a quando, fra cinquant'anni, qualche sfigato mi chiederà in moglie? Mi chiedevo. Mi rispondevo: avere le tazze scompagnate, ognuna da una città o da una casa diversa, è così affascinante, romantico e allegro!

Oggi l'ennesimo... no, niente trasloco, oggi l'ennesimo tocco di freschezza alla mia camera: tolte le ante al mobile ho creato un open space di libri, ho eliminato vecchi appunti universitari inutili e raccolto con ordine quelli che mi serviranno ancora. Le foto e i libri rimangono, come mostra una recente lista stilata in un periodo... di periodico bisogno di svolta con annessa pagina delle priorità ineliminabili. La macchina da cucire, il computer, l'aspirapolvere mi accompagnano verso il futuro attivo e pulito che sogno per me. Ho selezionato i vestiti, perché ricevo volentieri la seconda mano altrui, ma non tutto mi piace e non tutto mi entra (il jeans con inserti leopardati anche no, l'altro jeans di due taglie più piccole mi strizza troppo), e non tutto è nel mio stile (troppe camice mi danno un'aria da maestrina, soprattutto se terrò come unica scarpa invernale la ballerina bassa). Insomma: viaggio verso la leggerezza.
E vi dirò, a vivere così si respira aria pura e fresca, inoltre si ha più spazio.
E si spendono meno soldi, se si vive senza la regola del: "butto uno compro tre: il primo per sostituire, il secondo per consolarmi, il terzo per far vedere che non sono povera".


2 commenti:

  1. anche io non riesco mai a separarmi dai libri :P

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  2. ci sono cose da cui non ci si può separare mentre molte si perdono tra un trasloco e l'altro ;-)

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