martedì 25 ottobre 2011

Oggi si parlava di prolissità.


La situazione è questa: fa abbastanza fresco, soprattutto nella mia camera-frigorifero, abbastanza da dover stare seduta alla scrivania con la copertina sulle gambe, soprattutto se pretendo di non cadere sulle gambe assiderate, quando mi alzo. Esagero poco poco il concetto ma è così – e questa è una frase che ripeteva il prof di letteratura latina ogni volta che "osava" fare un confronto fra i saggi latini e noi umani contemporanei, per permetterci di capire, o quando addirittura gli scappava una battuta, tiepida per giunta, ma ai suoi occhi, forse, deplorevole se connessa ai saggi latini. E giuro che non è affatto di questo che voglio parlare oggi.

Tempo fa accennai ad un libro. Beh, l'ho prestato proprio quando ne avevo bisogno. Sono sicura che se ora ci fosse lui a farmi da guida non mi sentirei così spersa di fronte alla domanda cosa voglio nella vita. Ricordo vagamente che il libro trattava di salute-lavoro-amore ma non solo, purtroppo, anche perché son tre cose di cui non mi devo preoccupare.
La salute è sufficiente, forse non ne sono il ritratto, perché ho un'eruzione cutanea, le occhiaie e sono troppo magra, ma tanto non si nota subito, inoltre la mia stagione delle castagne dura sei mesi, quindi quando l'altra sera un'ospite improvvisa ha beccato in flagrante i miei capelli nel cesso, le devo essere apparsa ai limiti dell'anomalia "ma perdi così tanti capelli?!" Io ho sminuito il fatto, perché questi discorsi da donne non mi piacciono molto, non sono CasalingaDisperata fino a questo punto. Per il resto della serata si è parlato di colori moda e di tagli comodi, ed io ho annuito e fatto scena muta, pronta a dire "sono d'accordo" appena qualcuno m'avesse chiesto cos'hai-perché-non-parli, facendo ridere tutti e confermando che sono "sempre la stessa", ovvero simpatica fino all'inverosimile.
Dell'amore non so che farmene, perché ci sono cose più importanti nella vita, e finalmente molti hanno capito come la penso e quando qualcuno che non l'ha capito fa un commento, c'è sempre l'avvocato difensore di turno, tale per autonomina, che spiega "no, Elle è tranquilla in quel senso". Io, grata del sostegno che mi evita un comizio femminista nelle ore più improbabili, non sto lì a chiedere in quali altri sensi non lo sono.
Del lavoro non mi preoccupo affatto perché non ne ho uno, ma dovrei preoccuparmi, lo so. Ma anche no. Da un po' di anni me la cavo con la storia che studio. Sì, perché principalmente il problema sta in quello che dicono/chiedono gli altri, e purtroppo gli "altri" sono i miei famigliari più stretti, quelli così stretti che se non lavoro mi devono mantenere e quindi ci tengono molto a sapere come sono messa col lavoro. Ma, come ho detto, la spiegazione "se lavoro non studio perché io ho bisogno di concentrazione" finora li ha tranquillizzati, e purtroppo è vera. È vera perché mi piace molto lavorare, e ci metto tutta me stessa quando lavoro, ci metto me stessa per imparare cose nuove, per migliorarmi, per instaurare coi colleghi rapporti che siano rigorosamente professionali (io ci tengo tanto, ma è così difficile farlo capire ai colleghi, che quest'anno l'ho inserito pure sul curriculum, così non dicono che non li avevo avvertiti), per risolvere i problemi, per adempiere ai miei compiti. Da quando ho mollato il lavoro per iscrivermi all'università mi è capitato poche volte di lavorare, e quando l'ho fatto lo studio è passato in secondo piano: ammiro chi riesce a conciliare le due cose, ma io mi dedico troppo intensamente alle cose importanti, e lo studio e il lavoro per me lo sono entrambe, allo stesso tempo è molto più facile dedicarsi al lavoro, pertanto lo studio (che, almeno nel mio caso, richiede una particolare condizione mentale di assoluta mancanza di altri pensieri) ne risulta sempre svantaggiato, messo da parte.
Ci metto me stessa finché non imparo, non ingrano, finché non mi sembra di conoscere da sempre il lavoro in sé e l'ambiente lavorativo. Finché non divento la migliore. Poi do le dimissioni.
Ci metto me stessa anche nello studio, solo che lì la regola del finché-non-imparo non vale, visto che ogni esame è nuovo e diversamente impegnativo: imparo un metodo di studio e di organizzazione, lo applico finché studiare in sé mi sembra come bere un bicchier d'acqua, ma farsi amica la materia, anche la più piacevole, assorbirla fino a sentirmi come la sua ideatrice, come la massima esponente del settore, ecco, questo richiede tempo e concentrazione, e se si sommano tutti gli esami è un po' come affrontare una gavetta infinita. Non si smette mai di imparare.
Ultimamente si era aggiunta l'aggravante della clausura: io già di mio non faccio vita mondana, ma quando la faccio... evidentemente la considero come la terza cosa importante della mia vita, quella che richiede il mio totale impegno, anche quando è una banale uscita da sola al cinema. Perché il film va capito, interpretato, apprezzato o criticato, assaporato. No? Potrò mai mangiare una pizza in compagnia senza poi riflettere sul mondo, che è fatto di persone, che sono tutte diverse, che però si reputano normali se hanno caratteristiche che condividono con la maggioranza, mentre etichettano come strane, o si sentono tali, e pertanto sbagliate, quando le loro caratteristiche sono più uniche che rare? Perché quest'assurdità?
Ed era solo una pizzata.
Tutto ciò mi distrae dallo studio, perché ci rimugino sopra e, soprattutto quando l'uscita è così sporadica da sembrare frutto della mia immaginazione, l'entusiasmo è tale che riprendere i libri e rituffarmi nello studio più nero è difficile.
Ho pensato alle casalinghe, che si dedicano anima e corpo, e si esauriscono, alla casa e alla famiglia, e ci sta, se vogliono fare le cose per bene, perché è il loro lavoro anche se non vengono pagate (e qui vorrei citare la formula fisica del lavoro, ma non me la ricordo, il suo simbolo però è L). Non avrebbe senso, invece, se sgobbassero gratuitamente e per di più senza impegno, senza convinzione, senza passione. Ho provato a fare la casalinga, e ho pensato di conciliare la mia attività di casalinga con i miei interessi intellettuali, giusto per non impazzire. Ma come annunciarlo al mondo?
È impossibile non essere fraintesi.

Oggi dovevo cucire le magliette. Ma sono stata mandata d'urgenza dal medico, urgenza non dettata da questioni di vita e di morte. Ho subito due ore di massacro auditivo e intellettivo nella sala d'attesa di un paese che odiavo già nel suo complesso, pur senza considerare le singole persone – nemmeno quelle che abitualmente affollano la sala d'attesa di un medico condotto. Impossibilitata a leggere il romanzo in tedesco che avevo con me, ho solo finto. Tremando di paura al pensiero di diventare così. Poi ho alzato lo sguardo e ho visto che almeno metà di quelle donne sono giovani quanto me. Terrore puro! Il medico mi stima molto e si fida di me, glielo leggo negli occhi. Sicuramente apprezza il fatto che non gli rompo i coglioni con i miei problemi di salute, che accetto la sua diagnosi anche quando differisce dalla mia, che sorrido comprensiva quando si lamenta dei pazienti impazienti che si comportano come scimmie urlatrici, che non ribatto con la storia della sanità italiana, corretta con un goccio di voi-poveri-medici-anche-mio-figlio, lo so lo so. Ah, e in cosa si è specializzato suo figlio? Lui sta in pescheria all'iper-mercato, dottore, se sapesse i clienti che gli vanno!
Io non sono così, per questo lui mi adora, glielo leggo negli occhi. Eppure sento che fra noi c'è qualcosa di irrisolto, come se avessimo paura di parlare troppo per scoprire che siamo tutti uguali: io sono come tutte le pazienti che vanno da lui solo per essere ascoltate – e non auscultate, come ci si aspetterebbe – e lui è come tutti i medici anziani che prescrivono a naso perché non hanno più voglia di fare un cazzo.

Oggi volevo fare come ieri, ape regina che istruisce le varie parti del suo alveare (leggete: personalità multipla e disturbata, poi capirete da chi) affinché la giornata risulti piena e fertile, soddisfacente e interessante. E invece sono stata mandata dal medico, dove ho trascorso due ore angosciose sommersa fino al collo in chiacchiere inutili: la gente ha proprio bisogno di parlare a vanvera, di pontificare, di denunciare i mulini a vento, per sentirsi qualcuno. I soldi li danno a chi vogliono loro. Non capiscono che anche altri hanno bisogno. Meglio studiare perché tanto lavoro non se ne trova. Anche io ho i miei problemi cosa credi. Anche io. Anche io. Anche io.
Ho cercato di dare il buon esempio con una sana lettura, ma nessuno mi ha notata. Fortuna che io ho tenuto il conto di chi c'era e chi non c'era prima di me, altrimenti sarei ancora lì. Svenuta.

Avevo tutto pronto. Il computer acceso, la casella di posta in linea. Le varie pagine che volevo leggere erano tutte aperte. La mia nuova scrivania (un'ampia tavola di una specie di compensato grosso appoggiata sulla vecchia, minuscola scrivania) era perfettamente grigliata: in questa cella il pc, in questa cella le magliette, in questa cella l'agenda su cui scrivere appunti veloci, in quest'altra cella gli strumenti del cucito. A malapena son riuscita a disporre le varie cose nelle rispettive celle della mia griglia di lavoro immaginaria, quand'ecco... Avevo appena capito di aver fatto un errore di distrazione nel riportare la manica della maglietta su stoffa, quand'ecco la richiesta di andare dal medico.
Le casalinghe devono essere pronte a tutto. Non possono adagiarsi nell'idea poetica di passare il pomeriggio (il secondo consecutivo, nientemeno) a cucire e, contemporaneamente, buttare l'occhio al computer per leggere, scorrere, scrivere, ideare, pensare. Nemmeno quando la griglia di lavoro prevede che per fare ciò la casalinga possa mantenere la schiena diritta sulla sedia ergonomica e ruotare solo leggermente la testa verso il computer posizionato in una cella in posizione obliqua rispetto al lavoro di cucito. Il mio medico sarebbe fiero di me, ma ho scordato di raccontargli i miei accorgimenti per la postura. Chissà se avrebbe gradito tali perle di autodidattica casalinga.

L'immagine dello Spirito nella sua camera lascia a tutti i miei coinquilini un senso di incompiuto. Non sta facendo nulla, mandala dal dottore. È a casa tutto il giorno, perché non va lei in quell'ufficio di burocrati. È senza lavoro, ma lo sta cercando? E la scuola?
La scuola, a CasaMia, è l'università. Quella che ha vissuto vita breve in questa casa, uccisa dai tanti c'è da fare questo, c'è da fare quello, fallo tu, per una volta che te lo chiedo, puoi anche fare una pausa stai sempre studiando, non puoi studiare tutto il giorno.
A CasaMia come e quando e quanto posso studiare è stabilito per legge.
E gli esami quando li dai, quanto ti manca, dai fai in fretta a finire così poi ti cerchi un lavoro, ma con questa laurea che lavoro puoi fare, ma se ne trova? Altrimenti puoi tornare a fare quello che facevi prima, tanto ti riprendono.
A CasaMia o studi per finire o studi per lavorare. Ma devi studiare in fretta.
Per mesi non ho più parlato di università, ho fatto nell'ordine: un corso di tedesco, tante torte, alcune modifiche alla casa, un tentativo molto intenso di diventare giardiniere, un mese di lavoro di pulizie, quindici giorni di ferie divisi in due perché lo stress mi stava dando reazioni psicosomatiche, ho letto diversi romanzi ma non abbastanza, ho preparato ogni pomeriggio il caffè per tutti e l'ho bevuto in compagnia, ho pranzato e cenato ad orari fissi, ho detto sì ad ogni richiesta, medico d'urgenza per ritirare una ricetta compresa. Ma non ho studiato.
Eppure tutti sorridevano, felici di vedermi finalmente così... normale.

Come ogni anno a settembre sento l'inizio di un nuovo anno, era così per i saggi latini, è così per me: ogni anno a settembre do una svolta alla mia vita, dico così anche quando in realtà non farò nulla e se faccio qualcosa è già ottobre. Perché per tutta l'estate aspetto settembre per fare qualcosa che sto valutando seriamente da mesi, e perché la fine delle vacanze scolastiche mi ha segnato irrimediabilmente, e anche perché l'idea di un nuovo inizio deve pur essere collocata nel tempo, anche quando è così vaga che di collocazione non si può ancora parlare, allora serve un punto d'inizio ideale: ed ecco il ruolo del mese di settembre. Ma quest'anno non è successo nulla. Combinazione, son tornata dalle mie seconde ferie (gli ultimi 11 giorni di 15) a settembre. Imprevisto, ho lottato con un computer capriccioso che non voleva funzionare. Indecisione, ho assistito al tira e molla tra l'idea della palestra e la realtà di povertà e disoccupazione. Dejà vu, ho cercato di pensare a cosa voglio nel mio futuro immediato. Segreto, in silenzio ho fatto la rinuncia agli studi, quindi a settembre non avevo proprio nulla da riprendere. Nel frattempo il corso di tedesco è finito, gettandomi nello sconforto. L'ho sostituito con un corso di scrittura online, ma siccome non esco di casa per farlo, a CasaMia non è riconosciuto come attività valida per lasciarmi fare i compiti in pace. Se avessi pagato un corso di decoupage al dopolavoro ferroviario sarebbe stato meglio? La palestra non ha valore perché è considerata una spesa inutile: vige il silenzio sull'argomento per non discutere, ma so che appena sorgerà una qualsiasi divergenza verrà usato come arma per dimostrare che io sto buttando i soldi. Io so già che risponderò serafica (o incazzata nera, mo' vediamo) che primo: i soldi sono miei li ho guadagnati in un mese di lavoro quest'estate e me li gestisco io, e secondo: non avere un certificato medico che lo dimostri non significa che io non abbia urgente bisogno di aprire i polmoni, far circolare il sangue, usare le corde vocali con persone della mia età.
Sono stata chiara?!

In questi giorni ho ripreso a sbuffare, uno sbuffo forte scocciato e depresso. La stessa sensazione di mesi fa, quando avevo appena preso un'importante e triste decisione, e aspettavo settembre per metterla in pratica e per concretizzare le alternative.
Morale della favola: non ho risolto, non ho trovato soluzioni, forse non ho nemmeno capito, ma almeno ho scritto un po' e questo mi fa stare sempre un pochino meglio.
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