martedì 22 novembre 2011

Dalle analisi*: livelli altissimi.


Oggi le donne di casa si sono riunite in una sessione straordinaria per discutere del comportamento di Nonno Simpson. Perché è vero che abbiamo bisogno di dormire poche ore, ma almeno quelle poche le vorremmo dormire. E bene. E perché non è umanamente sopportabile avere una miccia accesa in casa tutto il giorno, una persona che quando è allegra e disponibile nasconde qualcosa, che quando chiacchiera e dispensa denaro lo fa per comprare favori, nella fattispecie cose che il medico gli ha categoricamente proibito, che quando sta buono è offeso e trama vendetta.

Alla riunione non sono stata invitata. Ero in palestra e..

Dovrei pensare proprio a questo. Ero in palestra, prima di andarci ho fatto i compiti di inglese per domani, dopo la palestra sono stata dall'estetista, dove ho parlato di normali argomenti che possono interessare ad una ragazza come me, anche se avrei preferito parlare di libri o di un bel film.

Sono quella dalla linea più dura, perché da una vita ho delineato e rafforzato i miei principi, prima fra tutti la coerenza coi propri principi. Prima di avere dei principi è necessario imparare ad essere coerenti.
Poi vorrei imparare ad essere breve e concisa, la vedo dura, ma so che riscriverò all'infinito questo post. Anzi lo giuro. Lo prometto.

In palestra ho pagato la quota mensile, grazie ai 110 euro che, sottoforma di leccata di culo, ho guadagnato in questi giorni. Non li avrei accettati se non avessi saputo che:
1) è denaro della famiglia, che questo mese non mi ha dato la paghetta (anche se di solito ricevo 50 euro);
2) la persona che me li ha dati, con l'intenzione di piegarmi al suo volere, mi deve un bel po' di denaro: il mio primo lavoro mi fruttava ottocentomila lire per dodici ore di lavoro al giorno, sabato domenica e festivi compresi, a tariffa unica mensile; ho lavorato lì alcuni mesi ma non ho mai visto una lira, perché venivo pagata con un assegno che non poteva essere riscosso in contanti, perciò li consegnavo all'unico della famiglia che avesse un conto in banca: il capo famiglia; non ho mai visto una lira, perché c'era sempre qualcosa, una riparazione, la spesa, una bolletta, un debito, una decina di schedine del lotto, o da bere per tutti gli amici al bar.

In palestra, quando ho pagato la quota, l'istruttrice mi ha detto che sono migliorata, che ho molta più resistenza, si è complimentata per il mio impegno e la mia costanza. Io ho sorriso incerta, poi ho detto "chi l'avrebbe mai detto.. dopo la pausa estiva pensavo che sarebbe stato più difficile, invece un po' di memoria mi è rimasta". Ha convenuto che il corpo non dimentica facilmente.
Dopodiché è iniziata la lezione e ci HA FATTO SCOPPIARE col cardio fitness. L'incoraggiamento iniziale era mirato...

Fuori casa mi sembra di essere normale. Non ci sono guerre da combattere, battaglie da vincere, mi fido più facilmente di un sorriso, di una frase. Non ho certo serbato rancore per l'istruttrice che prima dice che sono resistente, poi mette alla prova la mia resistenza.
In tre anni ho imparato sicuramente qualcosa, no?
Ad essere più forte. Ad essere più decisa. A fare di tutto per non essere uno spirito. A non lasciarmi coinvolgere.
No, non è vero, non è andata così.
Ho seguito un altro percorso:
1) ho dovuto accettare il fatto di avere una famiglia
2) ho dovuto accettare il fatto che la mia famiglia non mi consideri importante
3) ho dovuto accettare il fatto che la mia famiglia a malapena riuscisse a considerarmi utile, in realtà per loro sono sempre stata solo lunatica
4) ho dovuto lottare contro il rischio che tutte le mie qualità scemassero di fronte all'atteggiamento chiuso e approfittatore della mia famiglia
5) ho dovuto ribellarmi, per non perdere me stessa, per non diventare un oggetto muto nelle loro mani
6) ho dovuto scegliere tra scappare ancora, e restare resistere ribaltare la situazione vincere.

Ho imparato ad andare incontro al nemico, a chiarirgli le mie condizioni e solo a quel punto a tendergli la mano: chi vuole accettarle rimane, chi ne ha di sue le propone, insieme se ne parla. Con alcuni ha funzionato, con altri no. Succede, quando si parlano due lingue diverse.

Quando ho iniziato a lavorare a Berlino, a volte fingevo di capire i colleghi, per non apparire troppo stupida, ma appena capivo che non avrei intuito nulla dal resto della frase, confessavo: "ich verstehe nicht". A volte ripetevo una o due parole per far intendere che qualcosa avevo capito, ma risultavo un po' ridicola, o forse facevo tenerezza.
A Berlino sorridevo spesso, perché spesso capivo male.
Quando ho iniziato a capire, ho notato anche che qualcuno dei colleghi approfittava un po' della mia incomprensione, soprattutto quelli che erano convinti che io, dopo un anno, ancora non capissi. Quando lo raccontavo al mio capo con un sorrisino, lui, che mi aveva dato una certa responsabilità, ridacchiava soddisfatto di aver riposto in me la sua fiducia. Ma io sapevo che anche lui qualche volta non era completamente sincero o in buona fede.

A CasaMia io mi ostinavo a parlare la mia lingua, poi ho provato con quella degli altri, ma entrambi i casi son finiti con un fallimento. Ora ho scoperto che anche in una famiglia la lingua non è importante quanto la cultura che ci sta dietro: si possono anche scegliere parole di una lingua straniera, ma se dietro quelle parole ci sta il significato, la cultura, la mentalità della propria lingua, non c'è comunicazione, né comprensione.
Ora ho capito che per capirci dovremmo parlare tutti la stessa lingua per esprimere gli stessi concetti, altrimenti è come cercare di spiegare a un bambino di due anni il concetto di tempo, del passare del tempo, degli anni che passano.

Il primo anno mi sentivo vecchia, pensavo spesso alla morte.
Il secondo anno cercavo di sentirmi ragazzina, cercavo di studiare.
Il terzo anno cercavo di vedermi per quella che sono, di rispolverare me stessa, tirarla fuori dalla soffitta e convincermi che potessi indossarla anche qui. Ci vuole coraggio. Il terzo anno ho deciso che qualcosa doveva cambiare, perché partire per scappare non l'ho mai fatto, e non mi piace, ma restare per star male nemmeno.

Alla riunione di oggi non sono stata invitata, ma le mie conclusioni riguardo ai punti all'ordine del giorno sono:
- una volta delineato come obiettivo primario e nascosto quello di essere al centro dell'attenzione, vista la natura infermieristico-materna delle attenzioni disponibili in questa casa, la soluzione migliore sembrava fingersi malato;
- preso sul serio gli è stata imposta una cura, tutti erano felici perché finalmente sarebbe stato meglio; la sua riflessione successiva è stata: avrei dovuto scegliere un male incurabile;
- la cura richiede costanza personale, l'esatto contrario di quello che era l'obiettivo primario, ovvero avere tutti al suo servizio, incondizionatamente, per accudirlo come tante infermiere: più persone ci sono meglio è, ad ogni nuova entrata chiedere un favore sorridendo e lasciando intendere "mi fido solo di te": queste le strategie quotidiane; incentivo possono essere i soldi; una volta pattuito l'accordo, invece, i soldi entrano a far parte delle richieste di favori: quindi se sei disoccupata non sei nessuno;
- gli anni della pensione sarebbero dovuti essere i migliori, invece le mansioni sono aumentate; il lato positivo era che gli davano potere; per anni è stato combattuto tra il cederle, e grattarsi il pancino, e il tenersele strette; una soluzione sembrava quella di cedere, ma mantenere il controllo sulle stesse e sull'incaricata di turno, stabilendo modalità e tempi; che le sue modalità e i suoi tempi fossero quelle tipiche di un barbone che vive sotto un ponte e si copre coi giornali da anni, non aveva mai disturbato nessuno, apparentemente, perché nessuno aveva il coraggio di contraddire il barbone; unica differenza con un barbone vero: alcuni di loro sono intelligenti, intellettuali, artisti, o comunque di mentalità molto aperta e curiosa, e proprio per questo vivono per strada;
- l'introduzione della parità di diritti fra tutti i membri di una famiglia, l'obbligo di collaborazione compatibilmente con le possibilità (anche fisiche) di ognuno, la necessità di creare e mantenere un'atmosfera rilassata, ha creato uno scompiglio tale che tutti presto hanno rinunciato, sconfitti e incapaci di reggere oltre;
- la cura non ha sortito l'effetto sperato ma semmai ha ribaltato i ruoli, dando potere decisionale alle infermiere materne; come strategia è risultata pertanto essere del tutto inadatta, quasi stupida, certamente infruttuosa. Forse mal ragionata?
- un'altra strategia, la più vincente finché non è stata smascherata, è stata quella di coinvolgere Brigante (come abbiamo scoperto), innocente e insospettabile,  nelle manovre che, per mesi, sono state portate avanti nell'ombra; quest'ennesimo insuccesso ha risvegliato una belva che sembrava oramai uccisa per sempre, invece aspettava soltanto, nascosta, che Brigante facesse il lavoro sporco per lei;
- per fare la belva l'età però è troppo avanzata, pertanto si è reso necessario ritentare, con modalità solo leggermente differenti, la prima strategia, quella della malattia: stavolta c'era il vantaggio di una diagnosi medica vera e propria alla quale appigliarsi; il ritornello del fine settimana infatti è stato quello. Purtroppo non ha funzionato nemmeno la finta malattia con sintomi veri simulati realisticamente, perché le differenze sono infine state notate e annotate.
1) la malattia vera fa venire fame, non inappetenza
2) la malattia vera produce pipì molto appiccicosa e scarsa lucidità per capire/vedere cosa è successo – pisciarsi addosso e dichiararlo, pisciare il pavimento del bagno e pulire alla bell'e meglio col primo asciugamano viso che si trova e pisciare il letto non rientrano nei sintomi
3) la malattia dà confusione mentale, che si manifesta ad esempio con incapacità di capire se è giorno o notte, non con domande per far capire che non si sa se è giorno o notte; oppure con incapacità di vestirsi, e non con l'incapacità di trovare una cintura o di aprire un cassetto per prendersi un pigiama; infine con incapacità di capire ciò che gli si dice, o meglio, di collegarlo a ciò che si fa, un po' come quando si è ubriachi e si è convinti di aver infilato la chiave nella toppa, ma la chiave è ancora fuori dalla toppa, oppure si è convinti di non aver ancora detto quella importante cosa, mentre in realtà la si ripete per l'ennesima volta, innervosendo tutti con il solito "noo ascotaaami" biascicato; significa che domande ripetute che portano ad uno degli argomenti chiave  della presunta malattia ("che ore sono?"), o frasi precise che mirano a creare destabilizzazione e sgomento ("dove sono?"), non sono reali;
4) la malattia dà spossatezza e contemporaneamente incapacità di rendersene conto, a causa della suddetta confusione mentale (stile ubriaco): si è convinti di poter fare una cosa e di stare facendola, in realtà non è così, ma farlo notare non serve, perché la convinzione di essere all'opera si alterna a ritmo sostenuto ad una vaga sensazione di non esserci ancora riusciti, subito coperta dalla convinzione di aver quasi fatto; tentare all'infinito di fare qualcosa è normale (nella malattia),  dichiarare di non riuscirci ("on c'ho voglia") o andar via lasciando la cosa a metà invece no, è finzione;
5) la malattia dà una tale difficoltà a capire cosa sta succedendo, che è quasi impossibile avere una qualsivoglia forma di reazione quando qualcuno dice "l'hai già detto, non te lo ricordi, l'hai già fatto, te l'ho già detto, non farlo, non toccarlo, alzati" eccetera; reazioni come "non c'ho voglia, mi sento male, stai zitta, stai zitta ho detto" non sono contemplate dalla malattia, perché non c'è consapevolezza di stare male, né si capisce cosa viene detto, perciò reagire con rabbia urlando "sta zitta" è un chiaro segno che qualcosa non va: che la strategia del fingersi in fin di vita per ottenere lo stuolo di serve che accettano ogni sua richiesta, anche la più lontana dal parere del medico, NON VA, non funziona, e questo fa montare l'incazzo a livelli altissimi.


* dati estratti dagli avvenimenti della giornata di oggi (21 novembre)

3 commenti:

  1. non so se sto dicendo cose in proposito oppure a sproposito.Difficile riuscire a ricostruire correttamente le dinamiche ed esprimere un'opinione che abbia un senso su quanto hai appena scritto.Quel che è certo è che la tua prosa non lascia indifferenti.E appassiona.

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  2. Forse le dinamiche non saprei ricostruirle nemmeno io.
    Il segreto di questo post è: scrivere di getto e anche un po' scocciata, lasciar macerare almeno 24 ore, rileggere per trovare un senso, non trovarlo, riscriverlo daccapo cercando di mantenere almeno una o due delle frasi di ogni pagina del post originale. Rileggere e decidere di lasciar perdere la coesione: almeno alcuni punti sono fissati.
    L'analisi è ancora in corso, e forse non finirà mai, perché io stessa continuo a non capirci niente e le mie sono solo ipotesi. Il problema è che non sono più sicura di poter essere obiettiva, e alla fine ciò che viene fuori nonostante le correzioni a tavolino è solo un flusso di pensiero. Quello che trae in inganno è che il mio pensiero è puntato e numerato ;)
    Però se la mia prosa appassiona..

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  3. Direi si si,c'è qualcosa che anima ciò che scrivi e che mi spinge ad arrivare alla fine dei tuoi racconti.Questo, nonostante i tuoi pensieri siano puntati e numerati :)

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