sabato 26 novembre 2011

Mica morta.


Da quando vado in palestra, lavo i capelli più spesso, sia perché si sporcano più spesso, sia perché anche volendo lasciarli sporchi, con la scusa che la coda di cavallo viene bene come se l'avessi spruzzata di 250 emme elle di lacca extra strong, non posso, perché quando facciamo lo stretching finale a terra, mi sciolgo la coda per appoggiare meglio la testa, e non mi piace che la mia chioma si presenti come una rete di ciocche lerce, rigide, maleodoran.. ok, forse esagero.

In queste ultime settimane, lavarmi i capelli mi mette di buonumore.
Questo buonumore da capello pulito mi ricorda Berlino dove, nei primi mesi, una delle pochissime cose che mi aiutava a ricordarmi di essere un essere umano e non un animale, era proprio lavarmi i capelli. Era così importante che li avevo sempre in ordine, e tranquillamente sempre sciolti (prima e ultima volta della mia vita).

Questo mi ricorda che il ricordo che io ho di quei mesi è positivo. Positivo? Non avevo soldi, rubavo da mangiare (pane con ketchup), non dormivo e se lo facevo avevo gli incubi, l'unica cosa umana che facevo era lavarmi i capelli, e lo shampoo non era nemmeno quello più adatto al mio tipo di capello, eppure io lo ricordo come un bel periodo? Perché, ogni volta che nella vita mi son trovata nella merda al punto da sentirmi come una bestia irriconoscibile, ho del periodo un bellissimo e nostalgico ricordo, mentre quando nella vita ho avuto buona parte di ciò che è umanamente desiderabile, rivivo il periodo come un incubo anche a distanza di anni?

A Siena.. Siena. Vogliamo parlare di Siena? Obiettivamente stavo bene, soggettivamente non riesco neanche a parlarne, perché nemmeno io ho capito. Devo dire a sua discolpa (o mia) che quando ci tornai nel 2008 per una giornata soltanto, ripercorrere le sue strade mi ha dato una strana sensazione, una.. sensazione piacevole, come di ritorno a casa. Questo da Siena non me lo sarei mai aspettato, ricordo di aver sorriso, nonostante la salita mi sfiorasse la pancia, e il fiato mi abbandonasse per altri colli, ricordo di aver sorriso per un piccolo piacere personale: anche con Siena avevo un legame. Le sue strade, i suoi vicoli, le sue pietre: ho frequentato loro per due anni, a loro sono legata.

A Siena avevo tutto: una casa con giardinetto, coinquiline passabili, i turni di pulizie venivano rispettati, la mia camera era la più grande anche se fredda e umida (ci sono cresciuta in una camera fredda e umida, non mi spaventava), mi potevo spostare a piedi in tutta la città (ho preso due multe per divieto di sosta e quasi litigato con la vicina), riuscivo a conciliare impegni universitari e cura della casa, facevo la spesa al supermercato e avevo la tessera piena di punti, avevo l'estetista di fiducia ancora oggi insostituita degnamente, ho iniziato (a imparare) a cucinare, avevo una vita sociale discreta (perché ridotta all'osso delle coinquiline, ma caccia via, quando sei famosa per essere asociale, è un ottimo risultato), mangiavo bene e così tanto che avevo pure preso qualche chilo, le colleghe dell'università mi piacevano (non ho trovato lavoro), mi avevano convinta ad andare in biblioteca a studiare a testa basta, mentre io le avevo convinte che la pausa cappuccino alle 17 in punto è fondamentale nella vita, né con le coinquiline sorgevano problemi quando qualcuna di noi si chiudeva in camera a doppia mandata per giorni a studiare, in generale qualsiasi discorso affrontassi con qualsiasi persona mi piaceva, avevo frequentazioni intellettuali ma umane, internazionali ed interessanti, studiavo e prendevo sempre trenta e lode.
Eppure stavo malissimo.

La notte vagavo a piedi per la città (quindi è comprensibile che anche dopo anni percepissi la simbiosi di una volta), cercando una soluzione alla mia insoddisfazione, finché ho iniziato ad odiare tutti, ho meditato di scappare, sono scappata, e non ho mai provato nostalgia per Siena.
A Berlino camminavo perché le mie gambe erano il mio unico mezzo di trasporto, prima che mi prestassero una bicicletta. Di solito andavo da A a B, tranne la prima settimana perché ancora non la conoscevo e non avevo dove andare di preciso.
A Siena camminavo perché dovevo riflettere, perché il freddo della notte, e la stanchezza delle gambe, mi servivano da sfogo per un'insoddisfazione che, appena aperta la porta di casa, mi riafferrava per la gola, ed io non riuscivo a vederla, a capire cosa fosse.
A Berlino camminavo perché dovevo camminare per spostarmi, il freddo della notte me lo godevo come una cosa che mi piace, la stanchezza delle gambe era normale perché macinavo chilometri, lo sfogo non mi serviva. Tranne la prima settimana.
La prima settimana a Berlino sembrava uguale all'ultimo anno a Siena. Ho vagato per la città senza curarmi di dove andavo, per poi ritrovarmi stanchissima dall'altra parte della città, troppo lontana dall'ostello in cui vivevo, per pensare di tornarci a piedi senza mettermi a piangere.
Poi ho fatto i primi passi per raggiungere il mio obiettivo, e le cose sono cambiate, anche se non migliorate, eppure il ricordo è bellissimo.

Mi chiedo se sia perché a Berlino ho raggiunto il mio obiettivo di imparare il tedesco, mentre a Siena non mi sono laureata. Forse è proprio questo che mi rattrista del ricordo di Siena, sapere che l'insoddisfazione mi ha portata lontana dal mio obiettivo, sapere di essermi lasciata trascinare via da una crisi che non sapevo come risolvere. Forse la mia impotenza mi ha lasciato l'amaro in bocca, e non Siena.
Ho sempre pensato che fosse perché a Berlino ho dovuto quasi lottare per sopravvivere, quella lotta è durata due mesi ma mi ha segnata al punto da modificare tutte le cose che avevo dato per scontato fino ad allora, e questo non può essere negativo: a Berlino sono cresciuta, sono stata scolpita. A Siena non mi è successo niente di particolare, era tutto regolare, avevo pure la borsa di studio (non un lavoro però) e mangiavo bistecca appena grigliata e patatine in mensa ogni sera. A Siena prendevo ottimi voti, nessuno ne aveva dubitato tranne me, che ho considerato una sfida mettermi in gioco con persone al mio livello se non superiori a me (ad esempio piccoli geni appena diplomati e ancora freschi di strategie d'apprendimento applicate con successo), mentre fino ad allora pensavo di avere delle qualità solo se confrontata con chi non le aveva (ossia tutti quelli che frequentavo): troppo facile così. A Siena ho fugato ogni mio dubbio in proposito, ma quei complimenti ripetuti e ripetitivi non mi facevano effetto. Perché?
A Berlino poi per tanti mesi non ho capito granché di quello che mi veniva detto, conterà qualcosa anche questo?

A Berlino mi sono scolpita, a Siena ammorbidita.
A Berlino ho trovato lavoro dopo sei mesi, a Siena mai in due anni.
A Berlino ho sfoderato me stessa nel ruolo di protagonista (della mia vita), a Siena sono stata messa in secondo piano dalle aspettative altrui sui miei studi.
A Berlino avevo una vita sociale vera (prima e ultima volta in vita mia) perché volevo parlare il più possibile in tedesco, a Siena non avevo voglia di fare la conoscenza di nessuno, e quelli che ho conosciuto sono stati incontri non voluti da me: io avrei voluto abitare da sola, e per tutto il primo anno le colleghe dell'università che mi piacevano (questo l'avevo capito presto) le salutavo per strada o in aula, e poi continuavo per la mia strada da sola o mi sedevo lontana da loro.

Ok, ammetto che questi due trasferimenti sono stati frutto di due congiunture diverse, nulla di strano che abbiano avuto esiti diversi e lasciato ricordi diversi, ma io con tutto ciò, cosa minchia volevo dire?
Ricapitolando: occuparmi dei miei capelli mi ricorda Berlino, la merda è un bel ricordo, la bambagia invece no (non ho problemi?), le passeggiate a Siena hanno comunque favorito il mio legame (insospettabile) con la città, ed io collego le passeggiate a Siena a Ojala di Silvio Rodriguez, e gli spostamenti a Berlino a Nick Cave, anche se lui non è del primo periodo, ma del secondo quando ormai avevo la bici. E con questo volevo dire...

Cosa?
No, perché dopo aver ascoltato per tutto il giorno Nick Cave ci sta che Berlino mi torni in mente, dopo aver parlato di sofferenza che rende vivi ci sta che mi venga in mente anche Siena che rappresenta l'opposto che conferma la regola (?), ma se la spiegazione di tutto è la diversa congiuntura suddetta, perché io continuo a scrivere?

Perché in tutto ciò c'è qualcosa che non mi quadra.
Berlino è il periodo delle mie frasi sagge, e presa dalla mia merda successiva, non mi sono mai posta il problema di riconsiderarle, di capire se per me sono sempre valide o se sono cambiata ancora. In realtà a volte non mi rendo nemmeno conto che sono passati tre anni, a me sembra ieri.
La vita è un ciclo: confermata.
Tre è il numero perfetto: confermata.
Ci vuole flessibilità: confermata.
Non si può mai tornare indietro, perché anche quando ti sembra di essere tornato, sei così cambiato, che non sarà mai come la prima volta: confermato.
La sofferenza mi fa sentire viva: son sicura di averlo pensato ancora nel 2009, forse mi ci sono appigliata come ad un'ancora di certezza (a radici in un passato recente di cui avevo già nostalgia), oppure ne ero convinta ancora.

Ma oggi?
Oggi ho notato che la sofferenza non ce l'ho presente, una sofferenza che sia attuale e precisa, perciò la mia frase saggia risulta un po' obsoleta; sono sicura che dover risolvere la causa di un'eventuale sofferenza mi farebbe sentire più viva, come è successo nel 2009 (o era già il 2010?); ma è anche vero che ora che non ho nulla da risolvere, o che non riesco a vedere i problemi che mi si presentano come vere e proprie sofferenze, non mi sento mica morta.

7 commenti:

  1. da quando ho i capelli corti apprezzo questo momento, ma prima maledicevo ogni singolo nodo :P

    RispondiElimina
  2. è vero! quando io avevo i capelli corti li lavavo ad ogni doccia col bagnoschiuma!!
    solo che avevo un taglio da gel, ed io il gel non lo mettevo...

    RispondiElimina
  3. I capelli,nick cave,berlino,siena,l'università,la bici,le camminate,la bambagia e la merda.Spettatori silenziosi di una vita,incolpevoli catalizzatori di ricordi piacevoli o tristi.Ma belli o brutti i ricordi ci sono e ci costruiscono,ci danno le basi,sono le pietre miliari di un viaggio dentro di noi che ci terrà compagnia a lungo.
    Dolore o felicità non ci determinano mai,a meno che non siamo noi a volerci sentire vivi.

    Ho filosofeggiato un pò random, me ne rendo conto.sorry.

    RispondiElimina
  4. Sì, sono contenta che mi tengano compagnia nella vita, perché ogni volta che tiro fuori questi ricordi, li vedo da una prospettiva diversa, e riesco ad aggiungerci un significato, e un ruolo nella mia vita, che l'ultima volta non avevano.
    E l'ultima tua frase random mi porta a chiedermi: quand'è che ho iniziato a volermi sentire viva? Ricordavo vagamente un tempo in cui o non mi sentivo viva o mi lasciavo trasportare dalla vita altrui. Ma non ricordavo quando questo è cambiato.
    La risposta è: a Siena.
    A poche ore dall'ultima volta che ho ricordato Siena, ho aggiunto un nuovo significato e un nuovo ruolo nella mia vita anche a lei.

    RispondiElimina
  5. Sei tra le persone più vive che abbia avuto la fortuna di leggere.Non puoi immaginare quanti spunti mi regalino i tuoi post,Elle.

    RispondiElimina
  6. Mi fa piacere che siano utili anche a te, così ricambio i tuoi spunti, che mi hanno risvegliato dal letargo musicale, e gli spunti filosofico-personali dei tuoi commenti ;)
    (ps. quello sembrava un complimento, allora grazie)

    RispondiElimina
  7. Potrebbe sembrare un complimento.ma due duri come noi non si perdono in smancerie ;)Notte,ragazza :)

    RispondiElimina
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...