lunedì 7 novembre 2011

Ogni giro di parole mi connette alla mia città.

Il mio io-tedesco mi impone precisione, qualità che è forse l'unica stabile nella mia vita, non soggetta a flessione né a rilassamento. Poiché la scrivania è solo una delle due cose ingombre della mia stanza, ma anche l'unica autorizzata ad esserlo (dal mio io-creativo), era senz'altro l'altra cosa ingombra a darmi quella sensazione di fastidio: la mia memoria a breve termine delle cose importanti. Significa che non parlo di ricordarmi la pulizia viso o il relax in poltrona. 
Oggi è lunedì, giorno che io ho sempre adorato (tranne una volta, mi pare l'anno scorso), perché è quello dedicato alle commissioni che, nella mia mente grigliata, sono rappresentate da una lista puntata e numerata e da tanti carinissimi segni di spunta, di quelli che ti fanno stare bene perché sai che hai fatto tutto.
Poiché ultimamente non ero sufficientemente ispirata, ciononostante avevo alcune cose in sospeso, nessuna urgente, ma nemmeno superflua (se l'avessi fatta soprattutto), e poiché oggi non avevo intenzione di accendere il computer, ma una richiesta urgente di collaborazione mi ha fiondata in camera, col rischio di rovesciare nella corsa il caffè dalla tazza che tenevo in mano come una fiaccola olimpica, e poiché una volta connessa ad internet si crea un effetto domino a tratti eccezionale, nella sua estensione, oggi ho totalmente cambiato programmi per il pomeriggio, qualunque essi fossero: l'unica cosa certa mentre pranzavo era infatti che oggi non avrei acceso il computer, anche se non sapevo bene cosa avrei fatto, visto che l'unica cosa certa mentre facevo colazione era stata che oggi non avrei cucito. Volevo forse cazzeggiare in poltrona con il romanzo in mano e la maschera viso in faccia?
Una volta acceso il computer ed essermi connessa a internet, per la precisione a Skype, ho iniziato la mia collaborazione che verteva principalmente su questioni delicatissime di lingua italiana, perché ci sono persone che scrivono proprio da cani, laddove "cane" è un eufemismo per dire "burocrate" ed io odio il burocratese più dell'inglese. L'inglese effettivamente non lo odio più così tanto, la mia era semmai un'avversione per tutti coloro che l'inglese lo adorano, più che per l'inglese in sé, nonché uno schieramento a favore del tedesco, ramo madre delle lingue germaniche allo stato attuale relegato al rango di sorellastra minore, che io difendo come fosse mia figlia (in tal caso dovrei essere vecchia quanto il gotico?). Come ringraziamento per la collaborazione nel frattempo mi è stata girata una mail, volata a me sulle ali della mia recente riconciliazione con l'inglese, con la quale si invitava il mio collaboratore online ad iscriversi ai nuovi corsi di inglese agevolati per disoccupati, mail alla quale ho risposto fingendo che fosse indirizzata a me, chiedendo delucidazioni sul carattere sociale del centro linguistico promotore, sul significato della quota associativa annuale e sulle modalità di pagamento e, fra una frase in perfetto italiano e l'altra, sono riuscita anche a perfezionare online pagamento e iscrizione al corso inglese per principianti che inizierà domani mattina. Alla faccia di tutti quelli che pensano che io su internet cazzeggi.
Una delle cose che mi piace di più di internet è la possibilità di dare disposizioni online per il pagamento, in modo da non dover uscire di casa per concludere trattative in scadenza alla velocità della luce. Una delle cose che mi piacciono dello scrivere in italiano è che posso usare un'infinitiva senza sapere di che tipo è. Inoltre l'effetto domino si verifica, oltre che coi pensieri e con le associazioni d'idee, anche e soprattutto con le cose importanti che si accumulano nella mia memoria a breve termine, perciò fra una correzione di americaliano burocratico e un'altra sono riuscita a mettere ordine alla mia casella di posta, nella quale ho trovato una vecchia mail con la quale informavo un'amica della mia intenzione di aprire un nuovo conto corrente che avevo individuato come più vicino alle mie esigenze (prima fra tutte quella di non muovermi da casa per mere questioni di soldi), e di chiudere il vecchio conto corrente presso una banca per la quale il concetto di globalizzazione dei mercati finanziari non è ancora entrato nell'uso comune interno all'azienda, al punto che per qualsiasi quisquilia la filiale della mia città mi rimanda alla filiale di quella che al momento dell'apertura, nel lontano 2005, era la mia città. Ed io che per dimostrargli il mio affetto avevo fatto accreditare lo stipendio di agosto 2011 sul conto, in modo da regalarle 50 centesimi di commissione ogni volta che faccio un bonifico, per non parlare dei 2 euro per pagare un bollettino che, oltretutto, è ancora in attesa di conferma.
Una volta aperta la pagina della banca per pagare quelle due o tre cose che altrimenti mi avrebbero condotta dritta dritta alla sala d'attesa di un ufficio postale, chiassosa come un bazar arabo, in nome e per conto di persone che, in cambio della ricevuta di un bonifico online, mi daranno i contanti sull'unghia permettendomi il pagamento della palestra tramite scambio da mano a mano per i prossimi mesi, e una volta trovata quella mail di dichiarazione d'intenti disattesi, il passo successivo è stato logico: entrare nella pagina dell'altra banca e compilare il modulo per l'apertura di un conto corrente, stampare tutto, firmare, scannerizzare e faxare a chi di dovere, grazie alla stampante multifunzione che il mio io-burocrate volle a tutti i costi, ma ammortizzati dal guadagno di evitare di uscire di casa per un banale fax urgente.
Poiché l'apertura del nuovo conto comporterà la futura chiusura del vecchio, dopo opportuno trasferimento fondi, ed una cosa che dovrò fare sarà controllare il conto Paypal che a quel conto avevo abbinato quando la mia città era all'estero, conto al quale ho collegato anche una prepagata, mi sono ricordata che la carta in questione, l'ultima volta che l'ho controllata, conteneva esattamente 45 euro e 24 centesimi, ovvero 50 centesimi in meno rispetto al costo low di un volo di andata e ritorno per il mio viaggio nel centro benessere della mia vita, ovvero quella città che è stata mia quasi dieci anni fa e che non voglio aspettare di rivedere a settembre 2012 quando ho già deciso che, cascasse il mondo o finisse, io partirò in ferie e andrò a trovarla per festeggiare i miei dieci anni di cuore diviso. Perciò mi sono fatta trascinare dall'effetto domino e sono tornata sul sito della compagnia aerea più subdola che ci sia, ma ancora la più economica, per vedere se si poteva in qualche modo spendere meno di 45 euro e 74 centesimi, mi sarebbero bastati anche 50 centesimi in meno, giuro, ed ecco che la soluzione mi si è presentata sotto le vesti innocue della casellina "settimana successiva" e, poiché una delle cose che ho imparato nel 2011 è continuare a sorridere quando entità astratte o parenti stretti tentano di posticiparmi le ferie, ho fatto due cose: ho continuato a sorridere anche se la data di partenza è slittata a fine gennaio, e ho fatto il biglietto prima di avvertire la famiglia, così nessuno mi proporrà con leggerezza scandalosi rinvii.
Ma questa non è l'unica delle mie città che mi chiama, e siccome avevo ancora aperta la casella di posta, per caricarmi di ulteriore buonumore da efficienza tedesca, ho riaperto e riletto le rispettive mail, nonché risposto in perfetto italiano a quelle due o tre persone che, all'estero, mi invitano a tornare a trovarle, con la rassicurazione che sarò ospite a casa loro, non serve nulla manco solo io, invito ripetuto ogni volta che ci scriviamo e che mi porta sempre al vicolo cieco dell'eterno quesito della mi esistenza presente, ovvero ma perché cazzo io mi sono trasferita nell'unico posto su questa terra dove non ho amici, dove devo pagare tutto, anche il corso d'inglese per disoccupati, anche da bere se esco, dove non c'è un impiegato che mi sorride dalla vetrata prima ancora che io entri in banca, dove non ho un ballerino che non faccia domande del cazzo tipo come ti chiami di dove sei, dove per parlare tedesco devo pagare, dove tutti gli uomini che conosco sono fastidiosissimi uomini-donna che quando sfoggio il tacco dodici sotto il tubino anziché fischiare deliziati (eufemismo) mi dicono c'è freddo guarda che è arrivato l'inverno, dove per spostarmi devo avere 50 centesimi in più sulla prepagata, dove per lavorare posso pulire cessi al cinque stelle oppure, a scelta, aspettare che qualche disperato mi chiami su Skype e mi faccia fare il lavoro sporco di tradurre in italiano file osceni in perfetto burocratese?
Perché? Perché minchia io non ho abito nella mia città, qualunque sia?

2 commenti:

  1. il tuo io tedesco ti salverà :P

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  2. Confido in lui. E se mi verrà lo humor inglese, immagino già l'accoppiata di collaboratori che sarà!! ;-)

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