lunedì 5 dicembre 2011

Bergamo alla luce del sole.


Oggi è lunedì. La Manager si è svegliata con calma per andare al lavoro.
Ho scoperto 3 cose da quando sono qui:
1) non è vero che c’è freddo e gelo, è la Manager che non ha adeguato il suo guardaroba (per natale le regalerò dei bei calzettoni invernali),
2) non è vero che la Manager va al lavoro in tacco dodici: si può vestire comoda in tuta e scarpe da ginnastica (con calzetto corto),
3) la Manager può arrivare in ufficio alle 9 e 30 anziché alle 9, non so perché.

Io ho approfittato della casa silenziosa per dormire ancora un po’, perché non mi capita mai di dormire così beatamente, di solito quando mi alzavo dopo le 9 il mio dalle 8 in poi era comunque un sonno interrotto, discontinuo, infastidito, voluto insistentemente.

Controindicazioni.
Dormire sino a tardi mi stordisce, mi regala un vago mal di testa.
Appena sveglia mi sono resa conto di essere in una casa estranea, e questo mi mette sempre a disagio. Ci sono vari tipi di case, non saprei descriverli nelle caratteristiche determinanti, a volte penso sia l’arredamento, ma so che è qualcosa di più sottile, qualcosa che io vedo nelle ombre di polvere, negli oggetti sulle mensole, nel modo in cui si presenta la casa la mattina, quando è vuota e c’è silenzio. Un modo che rispecchia il modo di essere dei suoi inquilini. E il modo di presentarsi di questa casa non mi è piaciuto, freddo e distante, solo apparentemente accogliente.
Sono un’esperta di case, non solo per i miei numerosi traslochi, ma anche perché quand’ero giovane accettavo spesso gli inviti a restare a dormire, nelle case più disparate delle persone che frequentavo e che, fuori da casa loro mi erano sempre sembrate più accoglienti, nonostante poi la vera ospitalità la mostrassero proprio a casa.
Anche una semplice frase come: “fai come se fossi a casa tua”, può mettermi a disagio, se io di casa mia non trovo nulla, perché mi accorgo di quanto io e la persona che frequento siamo distanti, e questo mi lascia addosso un disagio.

Non so come sarà la Manager quando avrà casa sua, ma per ora da questa casa son scappata, a stomaco vuoto alla ricerca di un bar non malfamato: sabato quando rientravamo a casa dalla fermata dell’autobus a piedi, la Manager me li aveva indicati ed etichettati tutti, i bar lungo la strada, ma chi se li ricorda più?

Poi faccio l’errore di passare dal parco del castello, e questo mi porta a fare un altro giro senza punti di riferimento di ristoro, ma solo soggetti da fotografare (contro luce, come al solito). In questa vacanza ho notato le due parti di me: da un lato penso sempre a mangiare, dall’altro resisto benissimo anche con gli orari un po’ sfasati.

Oggi non c‘è nebbia, solo una leggera foschia che si mescola con la luce del sole. Per fortuna il paese è piccolo, arrivo presto all’incrocio principale che ricordavo da sabato, e ho già fotografato tutto il fotografabile. All’angolo c’è il bar, ma non ricordo più in quale fascia oraria è meno malfamato: a pranzo? Per la colazione? Per l’aperitivo della sera?
Faccio qualche metro oltre ma no, oltre il bar ci sono solo negozi, nessun altro bar, decido di entrare, che sarà mai un po’ di feccia di paese, non è forse in un bar del genere che sono stata svezzata lavorativamente? Ho la puzza sotto il naso ora?

Il problema al nord è il seguente: l’aperitivo con stuzzichini salati è parte integrante della routine quotidiana come la colazione, quindi fare la colazione alle 12 significa trovare già apparecchiato con le olive e i funghetti e, anche se si ha la fortuna di trovare ancora qualche cornetto dolce, l’odore di pizzetta non è conciliante.

Inoltre è pieno di uomini che ancora non hanno letto il giornale. Mi hanno lasciato il corriere dello sport, e di quello non saprei che farmene, e il corriere economia.
E vada per l’economia.
Mentre mangio la sfoglia con la marmellata cercando di non farla attaccare ai denti, leggo dell’andamento dell’euro, poveretto, e dei suggerimenti di Sarkozy e della Merkel.
Mi segno due settentrionalismi di recente diffusione: “lo ha affermato settimana scorsa” senza articolo, e “crede che ce la si possa fare” con retrocessione pronominale (questo è pure un po’ colloquiale).
Un certo esperto dice pure che sarebbe meglio se l’Europa operasse nell’Italia del sud anziché in India: c’è maggiore produttività e flessibilità, e non c’è nemmeno il fuso orario. Parole sue.

Alle 13 mi raggiunge la Manager, sta male. Pranziamo assieme nello stesso bar, io non riesco a finire le trofie e la cameriera fa un commento sul fatto che ho fatto colazione tardi. Manager mi ha detto che secondo lei la cameriera è lesbica, ed io vorrei sapere allora questo commento cosa significa? Che ci sta provando con me o che vuole due schiaffi? Perché deve sottolineare che mi sono svegliata tardi? E se fosse stata la merenda? Io la faccio sempre la merenda!

La Manager non riesce ad avere un permesso per il pomeriggio, perché nel pomeriggio in ufficio devono essere almeno in due, il capo vuole così, e di solito ci sono lei e un’altra ragazza.
Quindi lo sapeva che oggi avrebbe lavorato tutto il giorno.
Ha detto che la prossima volta non dirà a nessuno che ci sono io in visita. Poi che lo dirà chiaramente a tutti. Infine che dirà che non c’è lei, che chiederà i suoi giorni liberi per partire, anche se in realtà non parte ma ci sono io in visita da lei.
Anziché dirle che io non tornerò più da lei in ferie, ho pensato che questo pensiero (solo il pensiero) è già un gran passo avanti per lei. Ma in ogni caso non le credo.

Alle 14 ho preso l’autobus per Bergamo.
Essere in vacanza e voler scoprire una città significa:
- decidere di rivedere gli stessi posti di sabato, ma alla luce del sole; rifare anche le stesse foto, ma senza nebbia;
- decidere di salire a piedi, perché il tempo è bello e c’era qualche palazzo interessante da fotografare anche sulla salita che alla fine prende il nome di via Vittorio Emanuele;
- lasciarsi distrarre da un’insegna a metà strada, e prendere la famosa funicolare;
- dalla stazioncina di piazza delle scarpe, scendere di nuovo verso le mura (via delle mura) perché da lì sabato si voleva fotografare la città intera, ma era ormai buio;
- risalire a piedi verso il palazzo del museo e piazza cittadella per rifare il percorso di sabato alla luce del sole, e pure le stesse foto;
- arrivare alla fermata dell’autobus preso sabato e scoprire che quello è largo colle aperto, dove c’è, oltre porta sant’Alessandro, l’altra stazioncina della funicolare, quella di san Vigilio che sale a 459 mt sul monte Bastia; si tratta di due tronconi separati, che collegano zone a forte dislivello (la prima del 52%, mentre verso san Vigilio il massimo è una pendenza di 22%); secondo la mini mappa presa alla prima stazioncina, la prima funicolare è stata costruita per salvare Bergamo alta dall’isolamento causato dagli insediamenti della parte moderna della città, ai piedi del colle (Bergamo bassa), mentre la funicolare verso il colle di san Vigilio aveva lo scopo di favorire gli insediamenti anche da quella parte del monte, perché era spopolata rispetto a Bergamo alta.

Se si scopre che la funicolare è la dietro, col biglietto orario non ancora scaduto in mano cosa si fa? Si prende anche la seconda funicolare e si sale a san Vigilio, dove la mini mappa colloca ben quattro mini itinerari suggestivi:
1- castello
2- monte bastia
3- san Sebastiano
4- Scorlazzone.
Io, passeggiando senza meta, ho fatto almeno i primi due, anche se il castello non l’ho trovato: devo averci girato attorno, oppure si trova all’interno del parco che chiudeva alle 16 (erano le 16 e 5).
Sono scesa su una strada fuori dall’abitato, con panorama bellissimo sulle montagne circostanti (o retrostanti, burocraticamente parlando, a nord-est per la precisione geografica): quello era l’itinerario attorno al monte. Ad un certo punto m’è venuta fame e per fortuna che, fra tanti discorsi sui figli altrui, la Manager materna mi aveva infilato nella borsa la focaccia olio e sale presa dal cestino del pane durante il pranzo, e la bottiglietta dell’acqua. Mentre camminavo e mangiavo ho incrociato i vecchietti che erano saliti su con me, e che avevano preso il circuito dall’altra parte, che venivano dalla direzione opposta alla mia. Poco dopo ho trovato una panchina, sullo sfondo una fattoria con grandi oche starnazzanti e caprette e rilassantissimi colli verdi. Ho finito la focaccia seduta lì, con le mani un po’ fredde, ma si stava benissimo.

Ho ripreso salendo su per vicoli stretti e scalette, fin verso via san Vigilio che torna alla stazioncina. Pensavo già di scendere a piedi. Pensavo in realtà che la palestra comincia a dare i suoi frutti: ho fatto salite e discese senza tentennamenti a passo sostenuto, coi miei stivali arancioni collaudatissimi, e senza perdere il respiro: il mio cuore è normale, non mi sento più sfinita e in fin di vita come mi succedeva nemmeno due anni fa durante i trekking, eppure andavo alla stessa velocità alla quale cammino in piano, sono fiera di me! Il ginocchio non mi ha fatto male, ma in compenso avevo i dolori alle cosce per il gran camminare di questi giorni, potevo comunque resistere almeno fino a Bergamo alta.

Ho continuato la discesa tra vicoletti e scalette, con un tramonto sempre più mozzafiato, che ho fotografato ad ogni passo: da un lato i colori stupendi e accesissimi del cielo, dall’altro le ville signorili sul colle.
Arrivata di nuovo a porta sant’Alessandro ho preso l’autobus.
- Scusi va alla stazione?-
- No, gira in via palotta.-
Una mia amica una volta mi disse che per conquistare un uomo è importante lo sguardo, “occhi negli occhi”. Io ho guardato l’autista dritto nelle palle degli occhi e ha funzionato!
- Cento metri prima. – ha detto in risposta al mio sguardo penetrante.
Nella mia mini mappa ho poi visto che la via è “paleocapa”, non “palotta”.
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