lunedì 12 dicembre 2011

Il gioco degli incastri.

(Bergamo senza nebbia)
Oggi Brigante aveva un’importante prova, e naturalmente, siccome alle 7 e 30 sarebbe dovuto uscire di casa, quella che ha dovuto accompagnarlo sono io.
Solitamente Brigante quando ha un impegno si elettrizza, e anche stavolta aveva preparato i suoi vestitini, e ci aveva riempito la testa delle sue chiacchiere in proposito già da ieri; stamattina però era svogliato e trascinava i piedi, perché evidentemente non solo per me la sveglia presto (alle 7) non fa miracoli; sembrava proprio che Brigante avrebbe preferito restare sotto il caldo piumone, e pure io l’avrei preferito per me, perciò non ho potuto nemmeno provare  a rielettrizzarlo a parole.

Novità. Durante la colazione anzi sono rimasta beatamente in silenzio, e ascoltavo solo distrattamente il Folletto, MagaMagò e la Nonna che parlavano di vomiti e diarrea coi quali sembrerebbe manifestarsi l’influenza quest’anno. Io mangiavo latte e biscotti in silenzio. Alle sette e trenta ho fatto il mio primo pensiero lucido del giorno: ho imparato a fare colazione più velocemente. Io infatti faccio colazione solo dal 2006, perché prima la colazione era per me solo uno dei tanti pasti che saltavo: sono sicura che se qualcuno sapesse di preciso quanto mangiavo direbbe che ero anoressica, così come molti dicevano che ero alcolizzata perché si basavano su quanto bevevo; secondo me sono entrambe malattie in parte incontrollabili (per la prima parte, l’inizio e il mantenimento, dopodiché se uno vuole e si impegna, da solo o aiutato, secondo me può guarire, ma deve capire perché e volerlo davvero) e anche invisibili perché chi ne è affetto non se ne rende conto: quindi io che dicevo no non sono alcolizzata, sulla base di questa mia teoria non ero plausibile, ma d’altronde nessuno avrebbe pensato di prendermi come testimone, al massimo mi avrebbero presa come dato a sfavore. Un’altra caratteristica di queste malattie è che sono una forma di dipendenza, se non riesci a non bere perché quando lo fai bere ti manca, o se mangiare ti terrorizza perché la tua fissazione è il peso e anche quando ti convincono che puoi mangiare tu non sei per niente convinta. Ecco io questi sintomi non li avevo, perciò non avrei mai detto non è vero che non mangio (perché davvero non mangiavo) né che bevo (perché bevevo), eppure non mi consideravo malata. La prova del nove sarebbe stata il famoso “riuscire a smettere quando voglio” e nel mio caso avevo ragione, e infatti ora bevo meno e mangio di più, e nessuno se n’è accorto.
Ho fatto entrambe le cose nel 2006, ma non significa che da allora non mi sia più ubriacata (perché le cene di natale offerte dal datore di lavoro sono irresistibili in questo senso e io istigo sempre tutti i colleghi a partecipare con l’unico e solo scopo di ubriacarsi), né che da allora io mangi regolarmente (neanche tanto tempo fa ho avuto uno dei miei rifiuti del cibo). Ma dal 2006 ho alcuni punti fermi della mia alimentazione, e anche della mia riserva di alcolici, certo ma oggi non c’entra nulla, parlavo di colazione: la colazione dal 2006 è il mio nuovo punto fermo, ma come sempre quando non si è abituati a mangiare, lo stomaco a quell’ora era talmente chiuso (e avere fame non serve ad aprirlo, credetemi) che io faticavo a mandar giù i miei biscottini inzuppati, perciò impiegavo un’ora di orologio per mangiare cinque o sei biscotti (di più mi nauseavano) e per finire di bere il caffellatte, che comunque riscaldavo più volte nel corso della colazione perché si raffreddava e freddo non mi piace,  e lo lasciavo pure a metà perché i biscotti sciolti sul fondo mi davano fastidio e arrivata a quel punto mi veniva il conato.
Da quest’estate riesco a bere tutto il latte nonostante la pappetta sul fondo, che comunque si è ridotta, e proprio oggi ho notato che sono diventata velocissima: sveglia alle 7, alzata alle 7 e 10, vestita mentre il caffè faceva, alle 7 e 30 avevo già finito di mangiare. Un record.

Tradizione. Quando ero piccola avevo gli stessi problemi di oggi ad alzarmi presto la mattina (e le stesse motivazioni, che non sto qui a dirvi perché voglio dirvi altro). I ricordi di allora sono naturalmente più vaghi rispetto all’adolescenza, ma ricordo i miei borbottii in cui affermavo di voler “finire il sogno”; mi è sempre piaciuto sognare e ho sempre ricordato tutti i miei sogni, tranne per un certo periodo prima del 2000 e un altro prima del 2005 e da questo vuoto io avevo dedotto (io..) che la mia vita non stava andando tanto bene, perché per me sognare e ricordare i sogni era la certezza della mattina da sempre. Ricordo vagamente le insistenze e le promesse dei miei genitori per farmi alzare, e son sicura di non essere mai arrivata tardi a scuola, in ogni caso non ricordo se facevo colazione, penso di sì. Ricordo però che a volte (o sempre?) i miei genitori mi permettevano di vestirmi in soggiorno, non so più se in occasioni speciali in cui la sveglia era davvero presto, o se succedesse ogni giorno quando andavo a scuola, perché la mia camera è sempre stata gelida, quindi forse era prassi ordinaria che mi venisse concesso di trascorrere il lasso di tempo che intercorreva tra il pigiama e i vestiti davanti al camino; vestirsi era però uno degli obblighi fondamentali anche quando non si andava a scuola, e una di quelle cose da fare il più velocemente possibile anche in estate, quindi è possibile che poterlo fare davanti al camino fosse solo una delle promesse per convincermi ad alzarmi nei giorni in cui apparivo più restia.
Oggi quest’antica tradizione è stata portata avanti da Brigante il quale, come se vestirsi solo soletto in camera fosse per lui la punizione più grande, se considerata anche alla luce della sveglia presto, ha preso i suoi vestitini e ha trascinato i piedi fino al soggiorno dove, incurante della stufa ancora spenta, si è vestito con una lentezza disarmante dopodiché, resosi conto di aver lasciato le scarpe in camera, ha fissato il vuoto per un’infinità, privo della forza di volontà necessaria per andare a prenderle o per chiedere a qualcun altro di farlo per lui. Io capivo questa sua svogliatezza, anzi me la sentivo addosso come se fosse mia, e segretamente speravo che dicesse che non voleva andare.
Alle sette e trenta, il mio secondo pensiero lucido è stato notare che la Nonna che, dopo aver fomentato la rivolta contro di me al mio rientro dalle ferie, lasciandomi intendere che pure lei da giovane sognava di diventare capo famiglia con la pensione, aveva sviluppato l’abitudine di sputare sentenze nell’occhio di tutti, ruolo solitamente svolto da mia madre, ma oramai la fiaba mi era andata a puttane e tutti i ruoli si erano confusi, stamane non ha detto nulla che non fosse rivolto a MagaMagò e al Folletto e che non fosse collegato ai vomiti e alla diarrea coi quali sembrerebbe manifestarsi l’influenza (anche) quest’anno. Non so se vi è piaciuta questa frase ad incastro boccacciana.

Mattinata piena. Naturalmente, come in ogni vestizione di scazzo che si rispetti, oggi mi son vestita di nero, il mio colore del non-ho-voglia-di-vestirmi. Una volta un tipo con cui dovevo uscire per una pizza mi ha fatto storie perché gli avevo detto “fammi sapere se giovedì ti va bene perché io devo decidere come vestirmi”. A parte il ganzissimo ruolo di maschio alfa che avevo assunto con questo qui, ho provocato una marea di mail assurde nel tono di “ma perché devi decidere come vestirti, dobbiamo andare solo a mangiare una pizza”, cosa che io avevo capito benissimo, infatti risposi prontamente: “secondo te io mi vesto alla cieca? Ma nemmeno quando mi metto il pigiama”, comunque ero consapevole che quella di voler sempre abbinare i colori non è la mia fama ma solo la mia fissazione, quindi forse lui non lo sapeva, ciononostante ho considerato un chiaro segno la sua reazione: primo perché visto il tipo di amicizia che ci legava, mi sarei aspettata un “vestiti con la prima cosa che trovi tanto sei brutta lo stesso”, invece mi è andato in paranoia, secondo perché visto che se la tirava tanto per uscire, se poi mi fai storie anche per l’abbigliamento, fai prima a dirmi di no. Infatti mi ha dato buca di brutto, e forse per lui era preferibile così.
Detto questo oggi mi son vestita di nero, e non mi sono nemmeno pettinata, ovverossia non mi sono fatta la solita coda, perché non avevo nemmeno voglia di cercare un elastico, salvo poi correre a comprarmene uno quando, poco prima di entrare in palestra, mi sono resa conto di avere ancora i capelli sciolti, ed io con i capelli sciolti non posso fare nulla, tantomeno sudare in palestra, perciò li tengo sciolti solo quando dormo (o quando sono a Bergamo e c’è nebbia e qualcuno vorrebbe fotografarmi, non so perché). Stamattina però ero tranquilla, perché avevo indossato una felpa nera con cappuccio, e il cappuccio è rigorosamente rimasto sulla mia testa da quando sono scesa dalla macchina fino a quando ho detto ciao io vado a Brigante. Qualcuno mi ha guardata un po’ così, ma solo perché anche col cappuccio e, sotto, una capra imbizzarrita, sono molto molto bella.
Alle nove ero già in fila all’ufficio postale, l’avreste mai detto che avrei fatto anche questa? L'8 dicembre infatti avevo scritto i miei biglietti di auguri ma non li avevo ancora spediti perché non avevo francobolli, inoltre avevo ancora due bollette che a CasaMia credevano già pagate e invece giacevano sulla mia scrivania in apparente stato di abbandono. Alle dieci ero davanti alla palestra, alle dieci e dieci sgommavo verso il negozio più vicino in cui comprare un elastico, alle dieci e venticinque ero di nuovo davanti alla palestra, piena di energia e totalmente dimentica del fatto che il lunedì c’è la lezione di cardio fitness ammazza vampiri: sarei stata all’altezza dopo una settimana di ruggine? Ebbene sì, ero un po’ distratta, ma in forma. Dopodiché son tornata a prendere Brigante, puntualissima e anche molto sudata, ma col cappuccio in testa nessuno l’ha notato, che ero puntuale intendo, perché erano tutti concentrati sul mio cappuccio.

Pensavo di lasciarvi con una foto della mia scrivania: ogni giorno penso di fotografarla, perché è incredibilmente ingombra, ed è anche l’unica autorizzata ad esserlo, eppure io noto le differenze tra un giorno e l’altro, anche quando io stessa non trovo qualcosa, perché oltre agli elementi temporanei che però sono lì da sempre, e a quelli fissi che però ogni tanto sposto, ci sono i variabili, e lo sono secondo diverse variabili: possono cambiare posizione, possono cambiare quantità, possono sparire e ricomparire a intermittenza, possono cambiare punto d’approdo sulla superficie, possono sembrare altro all’improvviso. Ci vorrebbe una foto ogni giorno, e talvolta più volte al giorno, e siccome sarebbe inutile come postarvi il mio Wochen Plan, mi tengo la visione mistica della mia scrivania per me, sappiate solo che qualche volta, come oggi, è così ingombra che alcuni oggetti lì devo posare temporaneamente per terra, dove di solito si incastrano così bene col resto che ci rimangono in pianta stabile, come è successo alla macchina da cucire.

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