giovedì 22 dicembre 2011

La metafora del paese.

[…] è come un paese che all’improvviso viene bombardato e ce lo ritroviamo distrutto. Non possiamo che piangere e sentirci tristi. Abbiamo tutto: famiglia, amici, buoni voti, audizioni andate benissimo, complimenti, pure le tette e la messa in piega, eppure la notte piangiamo. Quello che abbiamo non ci basta, quello che abbiamo non ci rende più felici. Quello che desideriamo ci manca, e quando lo otteniamo non ci accontenta, e sembra essere (all’improvviso) il desiderio più sbagliato che potessimo avere. E la notte piangiamo, perché nonostante tutte queste cose belle e desiderabili, il nostro paese è distrutto. E rischiamo anche di non apprezzare più, di non volere più le cose e le persone che fino a ieri ci bastavano. Il paese è stato distrutto dai bombardamenti, ma il nostro nemico, colui che impedirà la ricostruzione, siamo noi; infatti, solo se noi

 non ricostruiamo, la ricostruzione non avverrà.

(Bergamo)
Cosa c’era in questo paese? I negozi le case i parchi. Dobbiamo metterci in testa che quel paese non c’è più, e cercare di immaginare il nostro nuovo paese come sarà, e costruirlo di conseguenza. Non è facile, perché non riusciamo a smettere di piangere, abbiamo gli occhi pieni di lacrime che ci accecano, e la mente piena delle accuse e delle incomprensioni, perché tutti ci danno addosso come se il bombardamento l’avessimo ordinato noi! Infatti a nessuno piace che quel paesello così solare, sorridente, tenero, pieno di energia ora sia un mucchio di macerie che rende irriconoscibili i pochi pezzi ancora integri rimasti. Cos’era quello, un sorriso? E quello? Un carattere solare? Mm.. no no, mi sembra un altro pezzo di sorriso. E la tenerezza? Chissà se almeno la tenerezza si è salvata. Sembra di no..
Tutto farebbe pensare che la colpa di questa distruzione sia nostra (e di chi sennò?), ma a noi non risulta di aver dato ordine di bombardare, perché avremmo dovuto farlo? Stavamo così bene nel nostro paesello felice! Ma tutto ciò non ha più importanza, ciò che conta è che il paese è distrutto e, colpa o non colpa nostra, nostro sarà il compito di ricostruirlo. Nessuno ci aiuterà. Molti ci diranno cosa fare, ci diranno “no così sbagli, fai cosà”; molti si offriranno di darci una mano “se ti serve, eh”; molti ci daranno consigli a vagonate. Ma nessuno ci aiuterà davvero a ricostruire, questo spetta a noi. E solo noi possiamo capire, imparare come fare, solo noi possiamo individuare le priorità, e soprattutto i.. “difetti” del vecchio paese che nel nuovo non vogliamo.
All’inizio a nessuno piacerà quello che stiamo costruendo, ma prima o poi se ne faranno una ragione. Per loro è molto più facile lamentarsi, perché non hanno da rimboccarsi le maniche per fare il lavoro “sporco”, la fatica di ricostruire (capire, scegliere, agire). Di giorno costruiamo, e di notte piangiamo disperate. Ancora.
Un paese è così grande, come faremo a costruirlo tutto? Quanto ci vorrà? Quando QUANDO! potremo tornare ad abitarci? Ora siamo ospiti chissà dove e ci sentiamo anche un po’ a disagio: controllate, guardate a vista, monitorate. Abbiamo con noi il nostro bagaglio di cose, ma a cosa serve? Come possiamo usarle qui senza che qualcuno si senta in diritto di commentare?
Non disperiamo, piangere va bene, ma ricostruire è una priorità. E mettiamoci in testa che ci vorrà tempo, non si sa quanto ma tutto sta nel cominciare.
Cosa vogliamo nel nostro paese? Semplice: le cose che ci piacciono. Per esempio ci piace danzare? Teniamo la scuola di danza. E come la costruiamo? Uguale a quella vecchia. No no no! Più moderna, all’avanguardia con le tecniche, con insegnati che siano anche coreografi (ad esempio), e tante altre allieve al nostro livello – se non di più, perché noi abbiamo bisogno di modelli più alti da raggiungere. Una scuola ce la mettiamo? Beh in effetti, ora come ora anche no. Io dico di sì perché un titolo di studio, una cultura dai, è sempre bene averli, anche solo per tenere la mente aperta e vivace. E il quartiere residenziale? E come no! Certo, e sappiamo già a chi consegnare le chiavi di ogni singola villetta con giardino, ecco: abbiamo i nomi tutti qui, nel nostro cuore, sono le persone più importanti della nostra vita, e vogliamo che rimangano a vivere nel nostro paese (beh certo, quando l’avremo ricostruito sarà più facile convincerli a restare, per ora ci danno addosso e basta).
Un paese può essere grande quanto vogliamo, ciò che conta è cosa c’è dentro, e questo possiamo deciderlo noi. Anzi dobbiamo, è questo il punto. Non è facile: fino ad ora ci abbiamo messo dentro cose che ci sembrano persino banali, perché sono cose che c’erano anche prima, e che ora, messe di fianco alla distruzione del resto del paese, ci sembrano se non ridicole, almeno inutili.
Qui inizia la vera fatica: pensare, immaginare, ipotizzare, valutare. Non serve affidarsi all’architetto rinomato, perché ciò che conta è la sostanza: quando il tempo avrà tolto via le foglie d’oro che rivestono quel palazzo, ad esempio, ciò che rimarrà sarà la pietra: se la pietra è solida, se la struttura è ben fatta, quello che costruiamo rimarrà per sempre e nessun altro bombardamento futuro (ce ne sono di ciclici, speriamo non tocchino a noi) lo intaccherà. Ma se ora costruiamo con disattenzione, negli anni a venire avremo un cedimento (catastrofico per noi) dopo l’altro: e non smetteremo mai di piangere.
Ma scoprire cosa vogliamo mettere nel nostro nuovo paese è un’ardua impresa, così su due piedi non si può, ci vuole tempo, riflessione, e un quaderno per prendere appunti su idee, progetti, persone, pensieri, anche qualche poesia va bene. E la musica, io consiglio la musica, per allietare le giornate di lavoro all’operaio che c’è in noi, o per accompagnare le nostre lacrime, in modo che non cadano senza ritmo, o per sostenere i nostri pensieri, che da quando il paese è andato distrutto sono cooosì pesanti: una nuvoletta di musica è l’ideale per farli fluttuare più leggeri nella mente.

C'è un paese che è stato distrutto dai bombardamenti (degli ormoni, dicono, ma saperlo non aiuta), si chiamava Infanzia e ora non c'è più. Il compito di ricostruirlo spetta a noi stessi, e a nessun altro, ma  essere l'unico operaio della ditta Adolescenza è stancante, ci sembra di avere una responsabilità troppo grande: quella di ricostruire un intero paese. Che sarà diverso, avrà qualcosa del vecchio, e qualcosa di totalmente nuovo e inaspettato, e in ultimo deciderà solo l'operaio. Il paese si chiamerà Giovinezza e appena sarà pronto la ditta Adolescenza chiuderà, e noi smetteremo i panni dell'operaio e ricominceremo a vivere in un paese nostro.

5 commenti:

  1. la ricostruzione è faticosa, ma poi porta sempre grandissime soddisfazioni! un bacione!

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  2. Ricostruire non sarà facile; ancora più difficile è ricostruire in modo giusto, per non ripetere gli stessi errori del passato.
    Ma i nostri nonni e i nostri padri lo hanno fatto materialmente, dopo la guerra. Noi dovremmo cercare di farlo moralmente. Non dico che sia più semplice, ma abbiamo la fortuna di avere una maggior cultura e la volontà di imparare dagli errori fatti.
    C'è solo da sperare nella buona volontà di tutti.

    Un abbraccio.

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  3. Per Isabel e Granduca: Vero. Ma la ricostruzione è un concetto che conosciamo noi adulti, perché quando da adulti si subisce un attacco, anche mortale, arriva comunque un momento in cui, al culmine della disperazione, diciamo “basta ricomincio da capo”; a quel punto possiamo ribaltare completamente il nostro modo di essere, risultare (e sentirci) irriconoscibili, che comunque abbiamo ricostruito sullo stesso "piano (adulto)". Il passaggio da un’età all’altra invece è più difficile, innanzitutto da accettare, inoltre è difficile sapere in che modo ricostruire per adattarsi al nuovo piano: come quando si invecchia e si fatica ad accettarlo e si rischia di non godersi la vecchiaia, troppo accecati dalla nostalgia, e anziché impostare noi stessi sul nuovo piano, cerchiamo di rivangare il vecchio, inutilmente. Quando si hanno quindici anni ricostruire è più difficile, non solo perché è la prima volta, ma anche perché non si ha la percezione di dover “ricostruire”, ma in qualche modo è più facile da accettare perché tutti i ragazzi non vedono l’ora di diventare adulti, il problema sta nel fatto che il passaggio non è diretto, ed è questo che frega tutti: c’è prima quella fase intermedia di merda in cui non sei più piccolo ma nemmeno ancora grande, e non capisci più nulla, né gli altri ti capiscono. Molti ragazzi ottengono solo il triplo delle raccomandazioni rispetto a quando erano bambini, oppure la possibilità di essere grandi solo in ambiti di cui non gli frega un cazzo, perché gli adulti hanno deciso così; e nessuna dritta, nessuna pacca sulla spalla. È un periodo di merda, ci sarebbe da cambiare del tutto il paese, ma io parlo di “ricostruire” perché ciò che si è stati da bambini non si dimentica mai per sempre, il nostro io-bambino rimane per sempre (anche se a quindici anni non lo immaginavamo e avremmo massacrato di botte chiunque avesse osato darci del bambino); ma anche perché non spetta agli altri dover creare il nuovo paese “per grandi” in cui far vivere l’ex bambino, ma è il quindicenne in persona che, e questa è la sua prima responsabilità (se non l’unica vera, secondo me), deve decidere come vorrà essere da grande e lottare contro gli adulti che lo circondano che lo vorrebbero grande in un certo modo e allo stesso tempo rimpiangono il bambino e questo fa incazzare, perché intanto l’inquietudine in corpo non ce l’hanno loro, quella inspiegabile e apparentemente incurabile che ti fa urlare vaffanculo a tutti anche se fino a ieri eri un cucciolo dolcissimo.
    I bambini affettuosi e solari che a quindici anni si scoprono angosciosamente riflessivi hanno molto di più da ricostruire, perché loro per primi non capiscono il cambiamento, né riescono a riconoscersi più in quella solarità d’un tempo.


    Ps per Granduca: e come metafora del Paese va altrettanto bene, solo che secondo me noi non siamo quindicenni, ma ventenni minchioni che dalla nascita fino ad ora hanno sempre avuto la pappa pronta dagli adulti e ora da soli non son capaci nemmeno di legarsi le scarpe, dire grazie prego e per favore, o capire quando non è il caso di parlare ;)

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  4. Sì bisognerebbe ricominciare daccapo, hai ragione. Il problema è che bisogna lavorare sulla mentalità delle persone. Anche il mio io-bambino è ancora vivo in me e a volte vorrei davvero tornare indietro. Ma non si può, dobbiamo andare avanti in un paese che non ha fiducia nei giovani e i giovani non hanno fiducia nel futuro. E' davvero triste, ma dobbiamo trovare il coraggio di lottare.

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  5. Chiaretta, proprio tornare indietro no, eh no! non si può.. La mentalità più che dura a morire è dura da ammazzare, perché in qualche modo rappresenta una certezza (fasulla, biasimabile, ottusa, quel che vuoi) quindi i fifoni non se ne staccheranno mai perché ci si possono attaccare ogni volta che hanno paura (quindi sempre) e la difenderanno molto più tenacemente di quanto non facciano i coraggiosi per difendere la necessità di cambiamento..
    uff.. che fatica ;)

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