domenica 4 dicembre 2011

Merenda a Milano.

Sembra tardi ma non sono nemmeno le sei.
Dal messaggio delle 14 e 12: “allora ci vediamo alle sei, io sto mangiando poi vado al museo”, non ho più scritto alla Manager. Lei è al lavoro.
Io esco dal museo soddisfatta, penso cose tipo “il trionfo di Elle” oppure “Elle torna in patria trionfante”, come titoloni di giornale. Tutto perché sono stata al museo a studiare un po’ di storia milanese del risorgimento e un po’ di storia dell’emancipazione delle donne (anche se adesso “emancipazione” mi sembra un po’ esagerato) nella mostra “Unite per unire”.





Mi incammino verso la stazione, e siccome ho un’ora di tempo poso andarci a piedi e respirare aria pura nebbiosa a pieni polmoni. Il mio dilemma più grande è se entrare dentro i giardini pubblici o costeggiarli. Un giardino pubblico è un giardino pubblico, penso, sicuramente i palazzi di fuori sono più interessanti ed ora, col buio e la nebbia, anche affascinanti.
Mi sbagliavo, perciò ho fatto solo due foto fuori dalla cancellata che li delimita:



La nebbia mi circonda fedelissima.




Una cosa che mi piace tantissimo è fermarmi al semaforo pedonale rosso, mi piazzo lì a gambe divaricate e mi riposo col naso all’insù: guardo il semaforo e aspetto il verde. Tutti mi sorpassano e attraversano col rosso, ma sono così lenti che quando è verde ed io attraverso, in un attimo sono di nuovo davanti a loro. Poi io al semaforo mi fermo e mi riposo, loro mi passano di nuovo davanti, attraversando col rosso, e proseguono la loro passeggiata. Io riparto col verde e dopo poco li supero ancora, e nonostante mi fermi a fotografare le vetrine, entro breve sono di nuovo ferma al semaforo rosso. Loro mi raggiungono e attraversano. E così via fino alla stazione.
Anche questa è amicizia.



Sono in anticipo e mi faccio un giro nell’aria fritta delle bancarelle natalizie alla stazione. Ho giusto in mente di cercarmi una merenda milanese.
Mi accoglie lo stand dell’arancino (fritto) siciliano, poi quello toscano, uno sardo, i piemontesi, il siciliano del vero cannolo, la cassata siciliana, uno stand di arancini e altre specialità siciliane, i pistacchi siciliani, mi manca solo l’origano delle falde dell’Etna e la Sicilia c’è tutta, ma la Lombardia dov’è?
Ecco i dolci tradizionali, c’è scritto lì.
- Questo è tipico milanese? – chiedo indicando lo strudel cioccolato e pere. Penso di no, ma tentar non nuoce, in fondo non ne so nulla.
No quello è altoatesino trentino sudtirolese austriaco tedesco, tutti tranne Milano. Lo sapevo, ma tentar..
- E questo cos’è?-
- Il castagnaccio.-
- È tipico di Milano questo? –
- Sì. –
Non mi mangia il cervello con la storia del castagnaccio.
- Va bene ne prendo un pezzo. Ci sono davvero le castagne dentro o si chiama così per gioco?-
- Sì sì, castagne e cioccolato.-
Bene. Me lo impacchetta, poi dice:
- Ah scusa, la mia collega dice che è tipico di Cremona. –
- Ah, sì?-
Cremona è almeno in Lombardia?
- Anzi, dice che in origine era toscano.- aggiunge porgendomi il pacchetto che ho appena pagato.
- Ah, pure.-
Io prendo il pacchetto e nemmeno mi arrabbio. Ma lo stand della Lombardia?

Il castagnaccio, per chi non lo sapesse, ha sapore di castagne bollite fredde. Se vi piacciono le castagne bollite vi può piacere, però sono fredde, eh. Inoltre non c’è assolutamente traccia di cioccolato, infatti sono sicura che questo sia il colore della castagna bollita, non del cioccolato. L’impasto che circonda la fetta è una pastella sottile che nemmeno si sente.
Mentre mi chiedo se il castagnaccio mi piace o no, cammino verso l’Hilton, perché sono ormai le sei. Appena arrivata mi rendo conto che il castagnaccio, buono o no, è finito: avevo proprio fame.

Fuori dall’Hilton aspetto assieme ai taxi. I tassisti stanno in macchina e nemmeno si girano dalla mia parte. Ai miei tempi gli uomini attaccavano bottone con le donne, oggi invece hanno tutti l’iPhone. Quindi posso stare tranquilla?
Tutti i passanti mi fissano, ed io vorrei sapere come si vestono le prostitute a Milano: non con piumino lungo jeans e stivali arancioni, spero! Per sicurezza tiro fuori la macchina fotografica e cancello le foto uscite proprio male.




Perché sono all’hotel già alle 18 e 10? Beh, perché a me piace un sacco aspettare fuori al freddo dai 50 ai 65 minuti.
I messaggi per la Manager sono sempre più insofferenti, seduta sul muretto ho freddo, se passeggio vengo fraintesa, se mi sposto vedrai che lei esce e non mi trova.
I suoi “arrivo” li conosco bene.
Alle 18 e 45 le scrivo “fai con calma, tanto fuori non c’è freddo”. Lei conosce la mia ironia incazzata, almeno. Io incomincio a vedere tutti i lati positivi del castagnaccio.
Alle 19 e 5 è fuori.

-Scuusa, un casiiino. – dice subito la Manager.
Poi tenta di dare la colpa a me: - Vedi? Se fossi venuta al corso avresti aspettato dentro con me, lo so tanto che i corsi non finiscono mai alle sei e mezza in punto.-
- Vedi? Se tu mi avessi detto che dopo i corsi devi smantellare la sala, io sarei venuta qui più tardi e fino alle sette avrei fatto altro. E non preso freddo da ferma!-

Ci dirigiamo alla stazione della metro, perché io confermo che ora voglio andare alla fiera: artigiana o no, sono sicura che lì troverò lo stand della Lombardia o addirittura di Milano.
Quello gastronomico, esatto.

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