giovedì 15 dicembre 2011

Una presentazione* continua.

*questa presentazione mi è stata chiesta per un corso di scrittura che però non ho ancora iniziato

Io sono Elle, ho aspettato l'ispirazione per scrivere questa presentazione e dopo averla scritta e riletta ho applicato una delle regole che negli anni come "scrittrice" di qualsiasi tipo di testo ho imparato: quando le correzioni sembrano troppe, cancellare tutto e riscrivere, tanto ormai tra pensiero, stesura e rilettura i punti chiave si son fissati nella mente.

Quand'ero piccola mi sentivo infelice ed incompresa, e quando lessi la prima volta (ma pure la seconda) il Diario di Anna Frank mi sentii anche stupida e incapace perché capii, dopo vari tentativi di imitazione, che mai e poi mai sarei riuscita a mettere  la mia vita  e le mie sensazioni di ragazzina nero su bianco su un diario come aveva fatto lei. Tentai anche con una sorta di romanzo, influenzata dalle migliaia di altre mie letture che, nella mia mente, forse non facevano altro che confondersi e confondermi. Il diritto alla lettura non era riconosciuto a casa mia, gli unici libri per la mia età che avevo erano Piccole donne e Cuore, perciò leggevo qualche romanzo preso in biblioteca (alla quale mi ero iscritta di nascosto), uno fra tanti Principessa Laurentina, ma soprattutto libri spesso poco adatti a me che trovavo a casa mia, come Dalla parte delle bambine. Nella mia mente ogni volta che tentavo di scrivere una storia inventata comparivano i modelli conosciuti, in cui la protagonista era una ragazzina coraggiosa, o una ragazzina dalle idee chiare, o una ragazzina felice. Nell'unico romanzo che abbia mai scritto, quando finalmente cestinai le varie pseudo piccole donne e principesse laurentine che sceglievo come protagoniste, c'era solo una ragazzina che ero io, che si muoveva in un contesto inventato, fra personaggi un po' veri un po' no, e che raccontava in prima persona la sua realtà.
Questo romanzo è sempre rimasto nel cassetto assieme agli aborti di diari col lucchetto, perché non ho mai veramente pensato di pubblicarlo.


Da giovane ho vissuto la mia vita in modo apparentemente normale. Ad esempio avevo un lavoro. Ma continuavo a sentirmi infelice ed incompresa: troppi romanzi? E c'era sempre quella sensazione di clausura, di avere le ali tarpate, di dover stare zitta che tu non sai nulla. Troppi saggi sulla discriminazione delle bambine? Fino a quando un bel giorno sono partita, e per la prima volta lontano da casa sono riuscita ad essere me stessa, senza paura e senza vergogna, sono riuscita lentamente a capire me stessa, senza sensi di colpa né vittimismo, sono riuscita a vedere il mio futuro, senza condizionamenti e senza pretese.
Ma continuavo a sentirmi infelice, anche se forse un po' meno incompresa, perché nella mia vita avevo incontrato tanti personaggi, dal Gatto e la Volpe al Robin Hood, ma ancora io non ero il personaggio che avrei voluto, mi mancava qualcosa. E fu così che mi iscrissi all'università. Fu così che riuscii a soddisfare anche il mio sogno di migliorare la mia conoscenza della lingua italiana, al punto che sorrisi materna, quando rilessi quel mio primo romanzo, come se riguardassi dopo anni le foto del mio bambino quand'era solo un neonato: quant'è cresciuto, quant'è cambiato, pensavo notando lo stile o l'uso dell'italiano di allora. Ma non pensavo di pubblicare, nonostante le varie correzioni ispirate al mio nuovo modello: i Promessi sposi.
Poi un giorno, improvvisamente, giunse la prima crisi d'ispirazione nello studio, complici banali questioni economico-finanziarie e famigliari, e per darmi il tempo di riflettere partii di nuovo, stavolta diretta all'estero, dove la necessità di mantenere i contatti si fece impellente. Per anni avevo tenuto una fitta corrispondenza cartacea per raccontare di me anche a chi non l'aveva mai chiesto esplicitamente, perché raccontare le novità mi piaceva. Per anni avevo scritto, senza saperlo. Avevo scoperto che tutti si erano fatti l'idea che la mia vita fosse meravigliosa e avventurosa, invidiabile e ricca di novità, anche se a me non risultava e nei miei racconti non inventavo mai nulla. Mi avevano detto che era il modo di raccontarlo che dava quest'idea. Nelle lettere avevo iniziato piano piano anche a sfogarmi della cruda realtà, finché notai che anni di tentativi di scrivere un diario in stile Anna Frank non mi sarebbero serviti nemmeno se raddoppiati e intensificati, perché il segreto stava tutto nell'avere un destinatario reale. Negli anni della corrispondenza cartacea, l'entusiasmo per questa neonata capacità espositiva mi aveva spinto a tenerne memoria tramite la carta carbone, ma con l'era di internet tutto divenne più facile.


Aprii un blog. Con un unico scritto potevo informare più persone sulla mia nuova vita all'estero, esprimere me stessa, i miei dubbi, le mie osservazioni su ciò che vivevo e contemporaneamente la mia lista della spesa, ogni giorno, senza dover per forza piacere a qualcuno. Eppure il mio stile piaceva, ed io continuai a scrivere. Per la prima volta curai l'aspetto del mio scritto andando al di là di margheritine disegnate a margine per creare la carta da lettere personalizzata, per la prima volta mi preoccupai di dare un senso ad ogni frase, della giusta coerenza di ogni paragrafo, della coesione complessiva, della pertinenza del lessico. Mi sentivo investita di una nuova responsabilità nei confronti dei miei parenti e amici, perché oltre alla verità su di me e sul mio mondo, ora dovevo offrire loro anche la correttezza grammaticale, la precisione semantica, la chiarezza. Dovevo divertire con l'autoironia, ma anche divertirmi.
Mi sentivo scrittrice perché avevo un pubblico di ben cinque lettori, e dovevo convincerlo a leggermi ancora, dovevo incuriosirlo. Dovevo piacere a cinque persone diverse. La cosa che mi piaceva di più era scegliere un titolo, la cosa più difficile era non dilungarmi troppo. Mi piaceva così tanto scrivere che, anche quando decisi di smettere, non smisi mai. Chiusi il blog, ma tornai alle lettere, tornai alla semplice videoscrittura, non smisi di scrivere. Perché non scrivi un romanzo? Mi avevano sempre chiesto i miei cinque lettori.


Già, perché? Ci ho pensato bene, ci ho pensato sempre in tutti questi anni, e ho notato che per me scrivere ha sempre avuto il senso di raccontare di me, di raccontare in un qualche modo che piaccia, ma partendo da me, perché riesco a scrivere solo di qualcosa che conosco. Ho capito che io non voglio diventare famosa, o scalare le classifiche di vendita, perché in quel caso scrivere perderebbe il suo senso. Scrivere però mi piace, e vorrei riuscire a farlo meglio, a farlo per me come persona e per me come lettrice severa, vorrei migliorarmi ma per farlo ho bisogno di una guida che mi dica cosa non so, cosa sbaglio, cosa va bene e come fare. Ed io approfitto della congiuntura economica che mi ha portata alla rinuncia agli studi di Lettere e contemporaneamente alla disoccupazione per realizzare il sogno della mia vita di scrivere bene. Perché ora ho tempo e perché ora sono convinta di avere una certa capacità di base dalla quale partire.
E se adesso aggiungo che oltre a leggere e scrivere mi piace anche cucire e fotografare è solo perché ho visto ora che mi avete chiesto* anche dei miei hobby.

6 commenti:

  1. Ci fosse anche solo una persona disposta a leggermi,io continuerei a scrivere.Il perchè lo hai detto tu in questo bel post.Non dipende da altro che non sia il desiderio di raccontare,come se,imbastire una storia, ci sgravasse in qualche modo della nostra inquietudine,della foga di vivere,dall'esigenza di essere parte del mondo attraverso i pensieri.Scrivere è sempre raccontare se stessi,ma non perchè sia l'unica cosa che conosciamo.Più probabilmente perchè è l'unico modo con cui siamo in grado di comprendere ( e accettare ) ciò che ci circonda.
    Continua a scrivere,Elle.

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  2. In effetti, trasformare ciò di cui parlo in un fiaba da raccontare mi aiuta a prendere le distanze, e da lontano si sa che la prospettiva cambia, le forme sono più definite, e quindi capire (e accettare) può diventare più semplice.
    Scriverò ancora :)
    [ anche tu, perché almeno io leggerò :) ]

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  3. mentre ti leggevo mi sembrava di vedere me stesso: sorprendente no???

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  4. Beh a meno che tu non sia me, direi che non è sorprendente.. o lo è??
    Luigi benvenuto nella Casa dello Spirito :)
    Penso che molti di quelli che decidono di scrivere facciano un percorso simile, e altalenante, e tortuoso, e che dir si voglia, solo che a volte non ci si rende conto di averlo iniziato (io ad esempio non ci pensavo affatto) ;)

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  5. neanche io ci pensavo: non ci avrei mai pensato; e forse avrei fatto meglio a non pensarci proprio...

    p.s. è un vero piacere leggerti!!!

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  6. No perché! non pentirti di averci pensato!!
    Grazie, allora buona lettura e buona permanenza ;)

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