sabato 10 dicembre 2011

Vi giuro che più lungo non potevo.

Cari lettori, oggi è stata una giornata intensa.
Non è vero, ma suonava così bene che non ho resistito e l’ho scritto.
È da un po’ di giorni però che penso a vari piccoli argomenti di cui parlarvi e dei quali, per motivi d’umore, non vi ho ancora parlato: per vostra fortuna non ne ricordo nemmeno uno.
Parto con una notizia che vi accompagnerà per tutto il post, in sottofondo, ovvero con la mia ammissione d’incapacità di ritrovare le canzoni natalizie della compilation 2010: ancora una volta ho spulciato YouTube e per tutto il tempo mi son chiesta “ma davvero nel 2010 avevo tutta questa pazienza? O ho avuto culo e le ho trovate subito?”
Ci sta anche che alcuni video nel frattempo siano stati rimossi, mica è tutta colpa mia, per non parlare della nuova grafica e del fatto che tramite il profilo blogger ora ne ho pure uno YouTube, per tacito assenso. Tutto cambia, le canzoni restano, ma non si trovano.

Complice la mia indole risolutrice di problemi (complice della scarsa pazienza, intendo dire) ho pensato di caricare direttamente gli mp3 che ho sul pc, preferibilmente senza dover scaricare un’altra decina di programmi appositi. Pertanto, dopo varie peregrinazioni, sono giunta alla conclusione (ma leggete pure “alla pagina della guida di YouTube”) che creare un video con Windows Live Movie Maker fosse la soluzione migliore.
Cos’è Windows Live Movie Maker? È quella cosa che, ogni volta che voglio vedere le mie foto in presentazione o con Windows Live Photo Gallery, clicco per sbaglio. Vedete che serve? Ho fatto proprio bene a non disinstallarlo.
Inoltre è semplicissimo da usare: una volta lanciato il programma (ma come parlo bene) si sceglie il brano e poi il video o la foto dal proprio pc, e si clicca su salva. Semplice. Se come me volete mettere solo una foto, perché lo scopo di tutto è la musica e non avete né video né intenzione di mostrare quattro minuti di vostre foto, dovete modificare la durata del video (ossia della visualizzazione della foto) in modo che sia uguale alla durata della canzone, nell’apposito menù “strumenti video” (la durata del brano la vedete nel menù “strumenti musica”). Semplice.
Ora vi beccate la versione di Silent night che avevo scelto l’anno scorso e che quest’anno sull’internet non trovo più, con una foto del mio addobbo natalizio. In tutto ciò la cosa più bella è che il video l’ho fatto solo per potervi far sentire la canzone, quindi ho impostato la visualizzazione del lettore in modo che nel post non compaia il video (la foto). Se volete (ri)vedere le foto dei miei addobbi, le ho postate l’8 ultimo scorso.

video


Bene, dopo questa premessa musicale, devo accennare a quella sorta di catena di s. Antonio che circola sul web, ovvero l’elenco di sette post del proprio blog rilevanti per vari motivi, col quale rendere più visibile il blog stesso, e il successivo elenco di sette blogger ai quali passare il testimone. Ringrazio Erika per avermi nominata addirittura con la definizione “una gran donna” (qui), ma rifiuto l’invito perché questi giochi non mi piacciono (Erika non me ne volere), e qualsiasi tipo di staffetta, dal banale pettegolezzo alla trasfusione di sangue che salverebbe una vita, da sempre con me si blocca. Non da sempre, ma da quella volta che, a dodici anni, inviai sette letterine a sette sconosciute, e non ne ricavai nulla. Sette francobolli buttati (se non dieci, ora non ricordo). A volte mi arrivano mail porta-fortuna o sms porta-denaro, anche da persone che conosco e che, nonostante abbiano inviato tutte le mail o gli sms richiesti, sfigate e povere erano e sfigate e povere son rimaste.
Non è questo il caso: qui non si vince nulla, nemmeno la visibilità di cui si parla, perché io penso che se a una persona piace un blog, non deve aspettare il gioco dei sette per leggersi tutti i post precedenti la sua venuta, nell’ordine che preferisce: io ad esempio nei vostri blog son partita dal primo post e andata avanti in ordine cronologico per un po’, poi capito l’andazzo del blog ho potuto spaziare tramite argomento, o anche a casaccio a seconda dell’umore (e naturalmente i blog più grandi non li ho finiti), quando invece sotto un post compaiono i suggerimenti per leggere post simili, a volte seguo quelli, che vanno più a casaccio di me. Infine non passerei mai una palla che non mi piace, perciò come al solito blocco il gioco qui.

Un motivo personale per non cercare nel mio archivio sette post, è che in questo periodo proprio non ho voglia di rileggermi tutto il mio blog, inoltre so già che troverò errori e perderò tempo a correggermi, perché ogni volta che inizio a scrivere mi riscaldo man mano e dopo qualche tempo ho già affinato, o almeno modificato, lo stile, sia grazie “all’allenamento” che lo scrivere ogni giorno costituisce, sia secondo l’argomento di cui tratto. E a volte da una scelta in base all’argomento prendo spunto per scrivere, da quel momento in poi, sempre così. Ad esempio ultimamente metto molti più accapo, che alleggeriscono il testo, ma allo stesso tempo scrivo post molto più lunghi*.
Non ho voglia di leggermi tutto il mio blog perché non sono pronta per ricordarmi com’ero: migliore o peggiore? Sono migliorata??? Come persona intendo, e anche negli obiettivi che mi ero posta. Visti gli ultimissimi avvenimenti avrei detto di no, perciò non avevo proprio voglia di averne conferma nero su bianco.

Tempo fa mi ripromisi di scrivere un post sulla falsa riga di un bel post trovato su ReteLab, dal titolo esauriente “Blog therapy”, ma non ne ho mai avuto spazio, presissima dalla mia vita piena e dirompente. E dire che tutto era partito dal commento al post che volevo fare e che però mi sembrava così lungo che avrei potuto scriverci direttamente un post.
I punti chiave indicati su ReteLab come motivi per aver aperto un blog sono:
1-conoscere se stessi
2-divertirsi
3-imparare a pianificare
4-imparare a creare
5-fare qualcosa per il gusto di farlo
6-trovare persone affini.
Condivido tutto. Non ho bisogno di rileggere il mio blog per ricordare cosa pensavo in quei giorni di giugno. E se anche rileggessi non ci troverei nulla, perché non l’ho scritto sul blog.

Sicuramente l’idea che avevo della mia vita era vaga, sicuramente pensavo, tramite il blog, di riuscire a definirla meglio: imparare a pianificare. Detto da me fa quasi ridere, sono la regina della pianificazione! Ma ne sono proprio sicura? O è una maschera che mi compare sul viso messa da me per mostrarmi in un certo modo, o da altri che vogliono a tutti i costi vedermi (etichettarmi) così? Io mi sentivo confusa e disorganizzata, e “dover” indicare pubblicamente le mie linee guida, le mie mansioni, i miei obiettivi poteva essermi d’aiuto. Scrivevo già per me, ogni giorno, per conoscere me stessa, ma quando si scrive per se stessi ci si prende libertà che con gli altri non si hanno, è un po’ come quando si vuole migliorare il proprio abbigliamento: se si sta in casa da soli, pur con la buona volontà e un guardaroba da invidia verde, non si riesce a selezionare adeguatamente. Fra le altre cose manca lo stimolo vero, e si pensa che tanto nessuno vedrà mai. Ma se ci si veste per uscire, seppur svogliati o disinteressati alla bella figura, le scelte saranno sempre diverse, e non necessariamente perché si basano sulle aspettative altrui.
Quando scrivevo per me, per fare un esempio del cavolo, non ho mai usato nomignoli, mentre sul blog ora è tutto un soprannome, basato su caratteristiche intrinseche delle persone di cui parlo, e adesso tutti i personaggi di cui parlo sono così indissolubilmente legati a quel nome, che a volte credo davvero di vivere in un paese delle meraviglie con mille avventure e colpi di scena. E questo mi ha aiutato anche a capire meglio queste persone proprio attraverso il personaggio sotto le cui spoglie le ho nascoste.

Un altro tipo di pianificazione che ho imparato è quella più banale della mia settimana da casalinga, perché il mio io-tedesco ha bisogno di ordini ai quali obbedire, perciò le devo dare degli orari e delle mansioni prestabilite (da me, certo); mentre per l’organizzazione della giornata mi affido al mio io-creativo che ha bisogno di Luft e di sentirsi free.
A proposito del conoscere se stessi, naturalmente ora mi conosco meglio e per vari motivi: uno è che ho identificato i vari “io” che mi compongono, e l’altro è che da quando ho lettori che mi commentano (voi, esatto) ho anche altri punti di vista, più o meno in linea col mio, dai quali attingere per le mie riflessioni. E qui potrei collegarmi all’ultimo punto che è quello del trovare persone affini, e mo’ so' indecisa, che faccio? Apro parentesi sulle affinità e poi proseguo con i vari io, o apro parentesi sui vari io, e poi proseguo con le affinità?

L’anno scorso ho visto un film che si intitola Sybil, la versione del 2007, la cui protagonista soffre di disturbo della personalità o personalità multipla, e che è tratto da una storia vera. È impressionante e interessante. Questi argomenti mi affascinano sempre. Ho tratto spunto, a distanza di mesi, per i miei vari io perché la povera Sybil aveva sviluppato le sue personalità a causa della sua infanzia di merda, molto più merda della mia perché lei aveva subito violenze di vario tipo che non sto qui a raccontarvi anche perché forse a quel punto sono andata un po’ avanti e non lo so. Ogni personalità veniva fuori a seconda delle esigenze, ed ognuna aveva il suo ruolo per garantire a Sybil la sopravvivenza psicologica alla sua vita di merda. Lei era malata (mica come me) quindi non si accorgeva delle varie personalità, e ci conviveva benissimo inconsapevolmente, e quando una prendeva il sopravvento lei, per tutto il tempo, non era cosciente e dopo non ricordava nulla. Mentre le persone che la circondavano assistevano a un cambiamento netto di personalità che faceva anche paura, per lei si riduceva tutto ad un’amnesia. Le altre personalità sapevano l’una dell’altra e si aiutavano, Sybil invece era all’oscuro di quanto il suo inconscio, per sopravvivenza, faceva. Ogni personalità aveva un suo nome (quante di noi da bambine hanno inventato un nuovo nome per se stesse e nuovi ruoli, nei giochi?), aveva la sua personalità, appunto, e la sua età: c’era la personalità “nata” quando Sybil aveva otto anni e subiva maltrattamenti in famiglia, c’era quella "nata" quando ne aveva diciotto e le è morto il fidanzato sotto gli occhi (era un po’ sfigata), c’era quella contro le insicurezze del mondo del lavoro eccetera.

Io ho giocato su questo, perché ho notato che in fondo anche io (ma forse ognuno di noi, senza rendersene conto?) non sono piatta, unidimensionale, ma a seconda delle situazioni e delle persone mi adatto: sono sempre io, il nocciolo è quello, non fingo, non mi trasformo in maniera irriconoscibile anche ai miei stessi occhi, eppure mi modifico in qualche modo. A volte spunta fuori quello che, sulla scia di un nomignolo che alcuni amici di amici mi hanno dato, ora chiamo l’io-tedesco, quello precisino che rispetta le regole; c’è l’io creativo che se gli imponi una regola sclera perché preferisce improvvisare; c’è l’io col senso dell’umorismo che scherza su tutto e c’è quello che prende tutto troppo sul serio che è pure palloso; non mi ricordo nemmeno se ve ne ho già nominati altri, ma siccome non è questo il punto, posso slittare con nonchalance sulle affinità.

“Ognuno ha i clienti che si merita”, amavo dire a ventitré anni alle mie colleghe, saggia come nonna papera il giorno dell’estrema unzione. Perché alcune clienti erano veramente pesanti, ma non erano mie! Le mie chiacchieravano con me di foto, di libri, di viaggi, di esperienze di vita: mai una volta che io abbia dovuto sopportare di pene d’amore, di problemi di soldi, di vita sociale che va a puttane e così via. Avevo clienti di diverse età e con qualcuna mi sento (e mi intendo) ancora oggi, una in particolare è quella che io considero il mio alter ego, in fatto di affinità di pensiero. Quando non so più chi sono, scrivo a lei, o leggo le sue lettere precedenti, perché quando lei parla di sé, è come se parlasse di me.
Le mie colleghe avevano invece: clienti lamentooosee mai contente, clienti pettegole che mangiavano zizzania a colazione pranzo e cena, clienti depresse si salvi chi può, clienti false e superficiali amicissime di tutte tesoro ti adoro. Un po’ se ne lamentavano, ma io ripetevo: “ognuno ha le clienti che si merita, e le cose son due: o sei così anche tu, oppure fingi di esserlo.. per lavoro, va bene, ma intanto ti becchi persone simili a come ti presenti”.
L’affinità vale un po’ anche per i lettori, anche se c’è sempre da considerare il contesto e i vari io. Io ne ho così tanti che mi piace leggere diversi tipi di blog, su vari argomenti, ma non tutti regolarmente perché alcuni “io” mi vengon fuori ogni tanto, altri invece sono più costanti. Considerato che la mia vita sociale fuori dal blog è un po’ costretta entro limiti che non condivido, ho davvero poche occasioni di incontrare persone affini, e tutte le cose più interessanti che faccio le faccio da sola anche perché una delle caratteristiche del mio contesto sociale è che se la tira un sacco e mi rimanda gli eventi (e allora io ci vado da sola) oppure, altro dato importante, finge di essere affine poi quando propongo il cinema d’essay mi cambia la serata in shopping compulsivo più velocemente di un clic (e io mi scoccio, mi do malata, e poi vado al cinema da sola). Ho fatto degli esempi. Ma devo dire che è davvero difficile sganciarsi dagli agganci.

Qui infatti (ad esempio) ho la mia famiglia che mi ha sempre vista e presentata in un certo modo: qualunque cosa succeda io per tutta questa marea di gente sono in quel modo e tutto di me viene interpretato in quel modo, e se faccio qualcosa di assolutamente non etichettabile, suscito ilarità perché in un’ultima analisi sono simpatica. Lontano da qui piombo in contesti del tutto nuovi, o meglio in cui io rappresento l’elemento nuovo, perciò vengo presa per quello che appaio sul momento o, tutt’al più, fraintesa, e non per quello che apparivo a dodici anni alla mia famiglia, e che neppure io ricordo più. O meno amici qui dove son cresciuta che in giro per il mondo, perché qui il parere sul mio conto si è fossilizzato mentre io sono cresciuta (peggiorata o migliorata è irrilevante), cambiata.
Che cavolo volevo dire?
Ah sì, l’affinità sul blog.
C’è chi crede che avere un blog sia da malati, da asociali, da problematici, un po’ come cercare l’amore via chat: sei sfigato e appena ti vedono scappano, in chat invece ti descrivi diversamente e conquisti un casino. Ti descrivi o sei diverso? Diverso da cosa? Da come sei o da come ti vedono gli altri? Gli altri quelli più vicini a te, così vicini che la prospettiva è deformata, loro, esatto. No, perché il termine “affine” non significa “geograficamente vicino” né "consanguineo" quindi le persone affini potrebbero essere sconosciuti altrove nel mondo, non sapere nemmeno che il tuo paesello sfigato esiste, eppure grazie a internet le puoi incontrare, così come incontri anche una gran massa di persone che non ti piacciono. Tutto ciò per dire che uno dei motivi per cui ho aperto un nuovo blog era anche quello di trovare persone affini (anche se io pensavo più di seguire blogger affini e non immaginavo che sarei stata seguita da qualcuno), come terapia contro l’esaurimento da solitudine di affinità che rischiavo, visto che qui dove abito ora molti sono gentili con me ma solo perché si usa, non perché mi capiscono.

Poi certo, il mio blog andava avanti anche quando non avevo lettori, anche se forse scrivevo un po’ più confuso (e senza nemmeno un accapo), perché lo facevo anche per il gusto di farlo; mentre per quanto riguarda la creazione: un blog è un po’ come il proprio salotto, lo si sistema a piacimento e anche i contenuti dei post rispecchiano la destinazione d’uso della stanza e ad esempio io non vi offrirei mai una cena o un pranzo preparato da me, quindi posto solo ricette di torte e biscotti perché quelli mi vengon bene e ve li offro volentieri nel "mio salotto". Adesso aggiungo che sono simpatica, ma ve l'avevo detto, così copro il punto due sul divertirsi e accontento l'io tedesco che dice "e ma.. non hai seguito tutti i punti", ma che ci volete fare, l'io creativo preferisce procedere per associazioni di idee, e confermiamo almeno che loro due sono le mie personalità dominanti: mi conosco sempre meglio, non trovate anche voi? Che ne direste se smettessi di scrivere questo post? Ah, stavate per dirmelo...

4 commenti:

  1. la mia si è conclusa veramente di merda!

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  2. No dai, non pensare negativo (ti avrò mica contagiata?)
    ;)

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  3. ogni volta scopro nuove sfaccettature di te e mi perdo nella tua casa e mi ritrovo forse per queste affinita' di cui parli ,io il mercoledi' posto sul mio blog arte cinema music e quant'altro un giorno vorrei postare qualcosa dei tuoi scritti ti chiedero' il permesso,ciao un caro abbraccio se posso alba

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  4. Uau Alba i miei scritti nel tuo mercoledì culturale, che emozione :)

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