mercoledì 11 gennaio 2012

Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio di Italo Calvino.

Per scrivere: leggere.
Ieri ho finito di leggere Lezioni americane di Calvino. Sono soddisfatta per diversi motivi, il più importante è che l’ho letto senza sosta, e lo considero importante in seguito al ritrovamento in camera mia di una trentina di libri non letti tra i quali una decina (forse poco meno di dieci) iniziati una qualche volta, e lasciati dopo poche pagine o pochi capitoli, alcuni addirittura con il segnalibro al punto esatto. Non mi avevano presa?
Fra i motivi di abbandono infatti ci sono colpe mie (non riesco a concentrarmi), colpe dell’autore (un incipit noiosissimo), colpe del momento non adatto a quel genere. Decisissima a riprendere le letture costanti, e a non lasciarmi demoralizzare né dal bilancio del 2011, né dagli ultimi thriller deludenti (genere che invece era da sempre una certezza), ho iniziato il 2012 con Lezioni americane di Calvino, perché è una sorta di libro di testo che “devo” leggere.

È iniziato male. Il primo capitolo, come avevo già detto, fa troppi riferimenti ad opere e autori che non conosco, ad esempio Lucrezio e Ovidio o poeti (inglesi?). Dopo esser stata (inutilmente) dietro all’esame di letteratura latina, avevo individuato Lucrezio e Ovidio  come i più interessanti, soprattutto Lucrezio mi era piaciuto tanto, eppure non saprei dire perché, non so nulla di loro, e se qualcuno li nomina (come l’innocente Calvino) io non ci capisco una mazza di quello che vuole dire. A mia discolpa (perché figuratevi se io mi presento senza giustificazione) posso dire che il manuale di letteratura latina è stato uno spreco di carta, che mai e poi mai avrei potuto imparare qualcosa della letteratura studiando uno dopo l’altro, cronologicamente e senza leggerli, miriadi di frammenti di opere, dei quali al massimo avrei potuto fare una scheda con date nomi argomenti (ehm.. come in effetti ho fatto), ma non capire il senso della singola opera, in sé e per la letteratura latina tutta.
Quindi a parte il vago ricordo di qualcosa in Lucrezio e in Ovidio che mi era piaciuto, io di loro non so nulla che mi aiuti a capire i riferimenti alle loro opere. Calvino li nomina a proposito della “leggerezza”, perché entrambi parlerebbero in qualche modo di atomi, materia e trasformazione (detto da una che non ha capito).

Nel secondo capitolo Calvino parla della “rapidità”, e cita esempi di prosa, nei quali riesco a riconoscermi meglio, anche io scrivo in prosa, e quando Calvino precisa che considerare importante la rapidità dell’esposizione non significa che le digressioni non siano utili o necessarie, io mi sento meglio. Anche se nel mio caso io parlerei più di "divagazioni fuorvianti". Ma è poi vero? O è solo una mia impressione?

Le sei lezioni americane, Calvino le scrisse come sei conferenze su sei proposte per il nuovo millennio, ovvero proposte di mantenere nel nuovo millennio alcuni elementi della letteratura che a suo avviso sono fondamentali per fare letteratura, e cita molti autori del passato o a lui contemporanei, che hanno saputo sfruttare e rappresentare questi elementi. Io, come ho detto, della leggerezza opposta a (ma anche un po’ affiancata da) pesantezza non ho capito molto. Per il resto del saggio ho cercato nel mio modo di scrivere un esempio di quanto detto da Calvino, ma per la leggerezza non saprei dire cosa intenda: di contenuti? Di forma, di termini? Dovrei rileggere alla luce del resto dell’opera.
Un altro motivo per il quale potrei abbandonare una lettura, infatti, è non riuscire ad entrare nello stile e nell’argomento al punto da capire. Molte volte, solo giunta con tenacia un po’ più avanti, riesco finalmente a capire il ritmo - chiamiamolo così – come quando sentiamo una musica dalla melodia fuori dal comune, e alziamo il volume convinti che sia questo che ci impedisce di afferrarla, e invece è proprio il ritmo inusuale che ci confonde; dobbiamo riascoltarla più volte, finché anche lei non entra nel repertorio del conosciuto, ci è familiare e possiamo dire se ci piace o no. Altre volte, io nemmeno così capisco.
Nei capitoli successivi al primo, io ho ritrovato il Calvino piacevole e fluido che conoscevo, e sono riuscita a seguire anche quando è tornato ad esempi letterari a me sconosciuti. Ma il primo capitolo mi aveva lasciata perplessa. Rileggendolo (ora) posso solo dire che, forse, Calvino intende con “leggerezza” l’assenza di interpretazione propria nelle cose che si raccontano, la semplice descrizione e, come dice esplicitamente, la “precisione e la determinazione”, opposte alla vaghezza che quindi, e solo se ho capito bene, determina pesantezza per incomprensione.

Ma i capitoli più utili per me sono i successivi.
Io devo scrivere un racconto. Breve. Nel secondo capitolo sulla “rapidità” Calvino usa come esempio le fiabe. Le fiabe mi piacciono. Quando ho preparato l’esame di linguistica italiana, dovevo portare due argomenti a piacere ed io scelsi la lingua delle fiabe e la lingua della burocrazia. Delle fiabe mi affascinano anche i meccanismi e i personaggi, soprattutto dopo un confronto che avevamo fatto in letteratura fra l’eroe di una fiaba che compie il suo percorso di formazione e i due viaggi di Renzo dei Promessi sposi a Milano, simili ma diversi in quanto a esperienze e insegnamenti. Del linguaggio burocratico mi affascinano i giri di parole lunghissimi che, tradotti in italiano, si riducono a poche semplici parole, e il mio primo approccio con il burocratese fu proprio attraverso un articolo di Calvino, che coniò per lui il nome “antilingua”. Naturalmente sono d’accordo con Calvino, che il burocratese non è una vera lingua ma l’opposto della lingua, e porta all’opposto della comunicazione.
Però mentre leggevo sulla “rapidità” ovvero sul susseguirsi delle scene di un racconto senza troppo divagare che è tipico delle fiabe, io pensavo anche all’effetto comico del burocratese nel bel mezzo della descrizione incalzante di una scena fiabesca. Poi ho pensato che io il racconto che devo scrivere lo preparo tutti i giorni col mio blog: ho un contesto abbastanza curioso eppure ben definito, ho i personaggi, devo solo scegliere la scena che voglio raccontare. Il ritmo incalzante è uno dei tanti che uso nel mio blog, benché io eccella nelle divagazioni che non portano a nulla (o è ancora una volta la mia impressione?). Ho pensato che il protagonista del racconto potrebbe essere uno Spirito sfigato, di cui racconto in terza persona. L’incipit che ho annotato a matita sul libro, appena l’ho pensato è:
“Da quando era morto, aveva perso tutte le sue certezze.”
Più rapido di così!

Nel terzo capitolo, quindi per la terza conferenza, Calvino decide di parlare dell’ “esattezza”. Questa è semplice da capire, perché si ricollega alla struttura che si vuole dare ad uno scritto, alle varie correzioni sia della forma che, ad esempio, delle scelte lessicali, che fanno parte del processo di avvicinamento a quello che vogliamo scrivere.

La “visibilità” invece è il rapporto tra ciò che scriviamo e l’immagine mentale: una sorta di dare e avere, perché prima è l’immagine che da il via alla scrittura, successivamente è la scrittura che stimola nuove immagini che, a loro volta, mandano avanti la scrittura. Così come la fame vien mangiando, anche la scrittura vien scrivendo, e si crea da sola solo mentre scriviamo: in astratto funziona solo il la, tutte le altre note sono prodotte dalla trascrizione di quella prima, non da una musica non ancora scritta. Ma allo stesso tempo, per Calvino è importante “pensare per immagini” e imparare a definirle e descriverle, soprattutto ora (era il 1985, quindi oggi vale molto di più) che siamo bombardati da immagini: la “visibilità” consiste nell’essere in grado di rappresentare e isolare un’immagine con le parole.

Per la “molteplicità” vengono citati molti autori (credo dell’Ottocento.. o già del Novecento?) che hanno iniziato opere enciclopediche in forma di romanzo, cercando di metterci dentro tutto ciò che era conosciuto e spesso lasciando il romanzo incompiuto. La molteplicità di un’opera letteraria è importante, secondo Calvino, perché la vita stessa è molteplice e include una pluralità di cose, luoghi e persone, nella vita di uno solo. Molteplicità però non significa confusione o genericità, ma anzi deve rientrare in precise regole entro le quali comunque il ventaglio di possibilità è vasto. Sembra quasi che per Calvino iniziare un romanzo ficcandoci dentro un po’ di tutto, e ad un certo punto perdersi e non sapere più dove si voleva andare a parare e addirittura lasciarlo incompiuto (ma come capolavoro, non come fallimento) sia vera letteratura. Questo mi consolerebbe, quando io non mi ricordo più che minchia volevo dire in un post, e lo cancello, se non ci fosse quella precisazione che io, furba, vi ho messo fra parentesi, ossia che il romanzo incompiuto deve essere ciononostante un capolavoro, insomma non basta che non porti a nulla e che non sia finito, va bene?

Infine c’è un capitolo intitolato “cominciare e finire” che è messo come appendice del saggio perché era stato pensato da Calvino come introduzione al ciclo di conferenze, e poi escluso, mentre manca la sesta lezione (“consistency”), che avrebbe compreso, dicono, anche parti di questa prima lezione poi scartata. Calvino è morto allora, perciò manca questa parte.
Quest’ultimo capitolo però mi ha dato altre idee, perché tratta di incipit e finali, le due parti più importanti di uno scritto, anche se solo la prima può acquistare fama (anche perché esistono romanzi incompiuti, ma romanzi senza inizio mi pare proprio di no…). L’incipit è importante perché ci introduce nella storia, che può essere vera o no, ma rappresenta comunque un altro mondo in cui stiamo entrando. Il tipo di incipit a quanto pare ha seguito le mode dei vari periodi, fino all’epoca moderna (almeno rispetto a quando scrive Calvino) in cui si diffonde l’inizio in media res, ossia nel bel mezzo dello svolgersi dei fatti o di un dialogo, senza preambolo descrittivo o di presentazione dei personaggi, dei luoghi o delle vicende. Ad esempio nei Promessi sposi ci entriamo quasi in elicottero, e abbiamo la descrizione del ramo del lago di Como che.. eccetera (questa dell’elicottero non credo di averla inventata io, ma nemmeno Calvino in questo libro). Ci può essere anche una cornice, esterna all’opera in sé ma dalla quale l’opera prende avvio, come nel caso del Decameron.
I vari esempi di incipit mi sono piaciuti molto e sulla loro scia, e seguendo anche la mia predilezione per la fiaba, mi sono inventata un altro incipit per il mio racconto (anche in questo caso per incipit intendo la prima frase, ma l’incipit è la prima “scena” di un romanzo, espressa in righe o in pagine), che ho subito annotato al margine del libro:
“Come quell’altra, anche questa storia comincia con…”

Come inizio mi piace perché rimanda a qualcosa che c’è già stato, che è stato già raccontato, che è già noto all’ascoltatore (perché le fiabe nascono come racconto orale), ma che non viene precisato, lasciando mistero e curiosità dietro di sé. E anche un po’ davanti, come apripista per ascoltare la storia che racconterò.
Fra i contenuti che mi son venuti in mente non ce n’è uno che sia preciso, ma pensavo di metterci pochi personaggi chiave, un percorso da fare (qualcosa da cercare? O da capire), ostacoli nel mezzo e un finale inaspettato (conoscendomi..). Come nelle fiabe. Altro elemento delle fiabe che mi viene abbastanza bene è la ripetitività di gesti o parole, che per i bambini sono l’ideale, perché loro apprezzano i ritmi che si ripetono, ma è stato un adulto a suggeriemi qualcosa: Nonno Simpson da giorni (peggiora, eh) prende le sue monetine dalla tasca, le fissa, forse le conta, poi le mette sul tavolo e dice “toh se ti servono, a me non mi servono”. Dopo un po’ (la sera o il giorno dopo), cerca le monetine nella tasca e non le trova, chiede dove son finite e qualcuno (di solito la persona a cui le ha regalate) gliele restituisce dicendo “guarda, sono qui”. Poi si ripete la stessa scena. Ora, mentre scrivo in soggiorno al calduccio, è successo a me: ho ricevuto le monete con la frase magica “toh se ti servono, a me non mi servono” e mi aspetto che domani mi chieda se le ho viste perché non le trova.
Mi sembra tanto un rito da fiaba, quello che dà il via alle peripezie dell’eroe e che si concluderà con la risoluzione del mistero delle monete. Chi è quel vecchio che appare in sonno e offre monete che il giorno dopo ci sono e il giorno dopo ancora non ci sono più, ma la seconda notte il vecchio appare ancora in sonno e chiede indietro le sue monete? E le monete dove vanno a finire? E qui inizia il viaggio dell’eroe. Vedete che il racconto mi sta già venendo fuori?

Bene, nella mia difficoltà ad esser breve quando scrivo, ho pensato anche che potrei scrivere il mio racconto come se lo raccontassi a voce: quando si parla per raccontare qualcosa si tende a dire l’essenziale (rapidità) e a dirlo in maniera accattivante e stimolante (visibilità), a metterci dentro quante più cose in cui può rivedersi l’ascoltatore (molteplicità), senza aggiungere nulla della nostra interpretazione che possa confonderlo e fargli perdere il filo della comprensione (leggerezza), e siccome non possiamo perder tempo a ripetere per spiegare meglio e per farci capire, perché rischiamo di annoiare l’ascoltatore e di fargli perdere interesse al racconto, sarà bene che scegliamo le parole giuste, non necessariamente le più semplici, ma semmai quelle più appropriate (esattezza). Il modo in cui iniziamo il racconto è importante per ancorare l'attenzione dell'ascoltatore, il modo in cui lo concludiamo è importante per lasciargli un buon ricordo.


(questo è quello che ho capito io di: Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio)
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