giovedì 5 gennaio 2012

Vecchi amori: bilancio del 2011/1.

Cara Chiaretta, a me non piacciono molto questi giochi a catena quindi ti dico già che se dovessi accettare il gioco si concluderebbe con me ma cavoli TU MI COSTRINGI A PENSAREEEE! Ma io il 2011 l'avevo già rimosso!!! E ho pure l'impressione di aver letto pochissimo che figura mi fai fareee???

Ok, adesso mi calmo, respira Elle, respira.

Ehm.. dicevo? Ah sì, ok il gioco. Bene accetto per due motivi, anzi tre (e te pareva):

1) nessuno mi ha mai intervistata prima, riguardo la mia passione per la lettura

2) avevo giusto pensato di contare i miei libri per vedere quanti me ne mancano per potermi vantare di averne tanti, potrei approfittarne ora
3) vista la mia passione innata mi sembra assurdo non fare anche un bilancio del 2011 basato sui libri, mi sembra assurdo aver parlato nei miei post di varie rinascite di ogni tipo, ma mai della mia nascita per eccellenza come lettrice (e quindi della mia crescita come tale nel 2011, perché un po' ho letto).
Pertanto fingo che non sia un gioco a catena, ma un semplice e utile spunto per un post lunghissimo CHE TI SORBIRAI TUTTO. Per fortuna sui libri scrivo sempre la data in cui li ho letti, così mi facilito l'inserimento in lista quando si tratta di cuspidi”.

Ieri la mia serata si concludeva così, con questa proposta di Chiaretta e la mia conseguente crisi identitaria: nel 2011 ho letto pochissimo, è stato l’anno della crisi universitaria, del rigetto, de..
In effetti no: perché io a maggio ho avuto questa mezza idea di mollare l’università e appena l’ho pensato sono riuscita a leggermi tutto d’un fiato, e ad apprezzare, quella pila di libri che fino a poco prima mi erano ostici, perché non riuscivo a concentrarmi per studiarli. A questo proposito, nel bel mezzo della mezza idea di maggio dobbiamo mettere due letture fondamentali, e totalmente fuori dalle domande del giochino. Volevate una maggiore aderenza al gioco? Pazienza.

La lettura più assurda: un libro di sintassi latina.
Foto da ibs.it
Per la prima volta in vita mia, infatti, nell’ottobre 2010 ho iniziato lo studio del latino, con una professoressa di liceo assunta per dare ripetizioni a noi comuni mortali non ex-liceali; avevo già provato una volta a studiare latino, ma i professori che lo insegnano di solito guardano schifati chi non l’ha mai fatto prima, e partono con la solfa del però queste cose all’università le dovete sapere.
Io a mia volta sarei partita con la solfa del:
Primo, se sono qui è per imparare e non per dimostrare che so già tutto, se sapessi già tutto sarei al tuo posto dietro la cattedra e insegnerei anziché borbottare lamentele svogliate. Primo.
Secondo, se ti muovi ad iniziare la spiegazione, forse anche noi, un giorno, avremo il tuo sguardo schifato e stupito di fronte a chi, ancora nel terzo millennio, non conosce il latino, incredibile vero, in fondo è una lingua morta solo milletrecento anni fa.
Terzo, se ho imparato il tedesco, posso imparare pure il latino, col vantaggio che nessun latino mai mi guarderà con aria di sufficienza da dietro il bancone dei salumi, perché ho pronunciato male qualcosa da mangiare; se pensi che ci sono italiani che imparano addirittura il cinese mandarino, che non ha l’alfabeto che avete inventato voi, divinità latine, e se aggiungi che le persone più intelligenti del mondo per me non sono i latinisti né quelli che arrivano all’università e conosco già il latino, bensì gli italiani che parlano correntemente il malgascio o una qualsiasi lingua austronesiana, per apparirmi autorevole non puoi far altro che scendere dal piedistallo e iniziare la lezione di latino, lingua madre dell’italiano quindi cosa vuoi che abbia di così astruso?

Naturalmente non ho mai detto nulla di tutto ciò a nessun professore di latino, di solito alla seconda lezione iniziata col predicozzo (nemmeno la terza ho aspettato, rendetevi conto) me ne sono andata stufa: lo sapevo già che avrei dovuto sapere qualcosa di latino, altrimenti non mi sarei mai iscritta ad un corso propedeutico per sfigati.
La professoressa di liceo che ho incontrato nel 2010, invece, mi è piaciuta perché è partita subito con le slide senza star lì a chiederci le credenziali, ma cosa volete che si impari a voler fare cinque anni di latino in 40 ore? Ve lo dico io cosa si impara: ad imparare il latino. Io poi avevo dalla mia due cose fondamentali.

Primo: dopo l’esame di linguistica romanza e quello di linguistica indoeuropea il mio desiderio più grande era imparare il latino, e proprio grazie a quegli esami, per i quali l’infarinatura di latino me l’ero data da sola, avevo abbastanza elementi per frequentare con successo e meglio di altri digiuni, un qualsiasi corso propedeutico, se qualcuno si fosse degnato di fare lezione, anziché delirare.
Secondo: io avevo imparato il tedesco, una lingua dalla morfologia (e anche un po’ sintassi) simile al latino, ma che soprattutto mi aveva insegnato ad avere la mentalità dell’apprendente di lingue, che non è superfluo, quindi io ad ogni nuova informazione sul latino, partivo coi confronti incrociati tra latino, italiano, tedesco, e indoeuropeo; ora ditemi voi: se io per capire il latino, lingua morta, posso addirittura far riferimento all’indoeuropeo che è una lingua preistorica, quindi che non è mai stata scritta, col cavolo che gli indoeuropeisti hanno avuto testi autorevoli in indoeuropeo a cui appellarsi per sfoggiare erudizione, l’indoeuropeo è una lingua ricostruita, eppure ha una sua grammatica, anche senza classici a farle da spalla, ed io attingevo pure da lì, soprattutto perché io il latino l’avevo un po' imparato proprio tramite l’indoeuropeo e le lingue romanze, allora ditemi voi: a me quanto scocciava che venissero a dirmi che il latino è difficile? Ve lo dico io: molto.

Dopo quelle 40 ore, insufficienti per affrontare l’esame di lingua latina, io ho frequentato le lezioni di lingua latina, che si svolgevano nel seguente modo: la professoressa ci faceva tradurre dei brevi testi. Io all’inizio sono cascata dalle nuvole, perché dalla fine del propedeutico a novembre, fino all’inizio di questo corso a marzo, il latino l’avevo mollato, ma visto che neanche gli altri rispondevano alle domande mi sono tranquillizzata. A casa poi ripassavo le cose fatte, così poi a lezione potevo intervenire e dire la mia, ma pensate che sia divertente quando quelli che hanno fatto il liceo rispondono per sciorinare teorie, anziché per proporre traduzioni? Quando la prof ha dato corda a loro, ed ha iniziato ad interrogare le coniugazioni, per essere sicura che noi avessimo le basi, io ho incominciato a scocciarmi, perché speravo di cavarmela col mio intuito linguistico (acquisito nel modo di cui sopra) in base al quale io avevo addirittura le mie ipotesi di traduzione, ma non avrei saputo citare nemmeno una regola di grammatica per avvalorare la mia tesi. Un po’ come ci succede con l’italiano, o forse quando parliamo in italiano siamo in grado di dire sempre se l’uso che abbiamo fatto di una certa parola è aggettivale o avverbiale? Quindi io ero al settimo cielo, perché mi ero convinta di andare verso una conoscenza del latino usato (e non teorizzato), invece quella pazza della prof mi ha fatto scendere di brutto con le sue domande. E siccome nemmeno gli ex-liceali le rispondevano (ed io per prima mi son chiesta perché, io mi ricordo ancora come si calcolano i ratei e i risconti, eppure non mi sono diplomata l’anno scorso), dopo qualche lezione ha iniziato pure lei con la solfa del però queste cose all’università le dovete sapere. Ed io gliel’ho data su, mi sono abbonata ad un tavolo qualsiasi della biblioteca, e mi son fatta da sola tutte le traduzioni che ci aveva dato. Con tutti i dubbi del mondo.

Finché un giorno ho deciso che io quell’esame difficilissimo non l’avrei dato, perché non avevo basi sufficienti per rispondere ad eventuali sue domande di approfondimento, e nulla mi rimaneva in testa. Quel giorno mi sono alzata scocciata e ho fatto un giro in biblioteca, come facevo ogni volta che ero stanca di stare seduta o che mi ero beccata a dormicchiare, e ho preso un libro di sintassi latina, a caso, diverso dal mio, con l'idea di sfogliarlo distrattamente, per non ammettere che davvero volevo rinunciare a quell'esame, e anche perché comunque non riuscivo a non pensarci. L'ho portato al mio tavolo, mi sono seduta, l'ho aperto, triste e sconsolata, e ho iniziato a curiosare tra le prime pagine, ho riconosciuto qualcosa, ho proseguito, ho girato pagina, dopo pagina, e senza rendermene conto l’ho letto quasi tutto, in un pomeriggio: facevo i confronti col mio, cercavo fenomeni che ricordavo, segnavo le pagine, ritrovavo brani delle mie traduzioni in cui ero sicura che fosse presente quel fenomeno, o addirittura riuscivo a riconoscere fenomeni che mi avevano fatto impazzire perché non riuscivo ad inquadrarli, né a trovarli da nessuna parte, infatti non sapevo nemmeno dove andare a cercarli, aggiungevo note al mio libro, capivo. E tutto perché non lo stavo facendo per memorizzare dati per un esame, bensì per imparare una lingua particolare che mi aveva affascinata sin dai tempi degli esami di linguistica romanza e di linguistica indoeuropea.
Quindi perché leggevo per piacere.

La lettura più consolante: Come un romanzo di Daniel Pennac.
Foto da ibs.it
In un altro pomeriggio di studio matto, quella stessa settimana, ho fatto la solita pausa fra i libri della biblioteca, dove ho trovato Come un romanzo, che ho letto in un paio d'ore e mi è piaciuto tantissimo. Poi certo, parla della passione per la lettura, come non immedesimarmi?
Pennac (che è, o è stato, professore di liceo), spiega per quale motivo certi bambini all’asilo sono affezionati alle letture di fiabe e storie infantili, poi appena imparano a leggere, l’interesse per i libri non sfocia in passione, ma si spegne in repulsione. Semplice: perché da quando imparano a leggere, leggere diventa un “compito di scuola”, un obbligo, e non più un momento di piacere, o addirittura di condivisione del piacere, come quando i genitori leggevano la fiaba della buonanotte. I genitori per primi impongono la lettura, perché la maestra l’ha richiesto, e poi ci si mettono pure gli insegnanti, perché ci sarà un voto sulla comprensione del testo. Naturalmente ciò non succede ai bambini che crescono in una di quelle rare famiglie in cui la lettura è un momento del quotidiano per tutti i membri della famiglia, e non solo per quelli che vanno a scuola.
Una cosa che dice Pennac che a me è piaciuta molto è che, finché la lettura è prescolare, al bambino è sufficiente ascoltare la storia, fantasticarci, richiedere sempre la stessa, quella preferita, e sempre uguale, oppure desiderare un finale diverso o nuovi personaggi, e giocare con la storia originale; inoltre è per loro un momento per stare assieme ai genitori o ai fratelli maggiori, che leggono a voce alta. Le letture per la scuola invece, da un lato relegano alle vacanze le letture di piacere (io ne so qualcosa), dall’altro nascono e muoiono come obbligo odiato, perché gli stessi genitori, anziché lasciare che il bambino fantastichi sulla storia (e in questo modo si ponga domande e formi il suo parere sulla storia) e che se la goda prima come lettore (cosa che facilita anche la comprensione del testo), impongono una lettura mirata alla comprensione, o addirittura interrompono la lettura per chiedere “cos’hai capito, ripeti”, mandando nel panico il piccolo lettore che, da grande, potrebbe provare ripulsa anche per la semplice scorsa di un quotidiano.

Io, lettrice appassionata da circa vent'anni quando mi sono iscritta all’università, incredibilmente ho odiato di più gli esami di letteratura. La letteratura è interpretazione, lamentavo, e l’esame andrà male se non interpreto come vuole il professore. Finché si trattava di teoria poco male, ma quando c’era da analizzare un romanzo, mi preoccupavo. Incredibilmente riuscivo ad analizzare la lingua e contemporaneamente a leggere con piacere romanzi semi-dialettali, ad esempio in romanesco o veneto, quindi per me più difficili di un romanzo in italiano, eppure una volta entrata nell’ordine d’idee della lingua, me li godevo tutti nonostante avessi da sottolineare fenomeni con colori diversi; ma se l'analisi riguardava i contenuti, non riuscivo a far convivere studio e piacere nella stessa lettura, e naturalmente davo la precedenza allo studio, ma con un senso di fastidio, anzi, di tradimento della mia passione. In realtà mi è successo solo due volte di dover leggere dei romanzi per un esame di letteratura e non di linguistica.

La prima volta i romanzi erano tre, e il professore, per essere sicuro che la nostra lettura procedesse di pari passo con le sue lezioni, ci aveva chiesto di preparare una relazione su ognuno, cosa che secondo me è un ottimo sprono, perché altrimenti io stessa li avrei letti dopo il corso, poco prima dell’esame. Però lui ci ha dato una settimana di tempo per ciascuno, che per me significa una sola cosa: ultimatum. E non mi sembra compatibile con la lettura di un romanzo per piacere. Delle tre relazioni che avevo preparato (che dovevano essere di venti righe e che noi dovevamo esporre in dieci minuti, altra cosa che mi era piaciuta molto, e che mi aveva stupito, all’interno di un ateneo scavato nella pietra dell’insegnamento preistorico all’80%), due erano uno schifo: i romanzi mi erano piaciuti, ma non ero sicura di nulla, perché mi pareva di averli letti troppo in fretta, per preparare in tempo le relative relazioni, di non aver assimilato nulla della trama, figuriamoci trovarci un nesso con il tema del corso. Le venti righe le ho sudate, nell’esposizione mi sono avanzati minuti e non avevo comunque sviluppato il mio parere.
Il terzo romanzo mi è piaciuto molto di più, mi aveva coinvolta così tanto sia con la trama che con lo stile, che l’avevo fatto mio. Per tutto il tempo della lettura non ho minimamente pensato alla relazione che avrei dovuto preparare, eppure ce l’avevo tutta già in testa, senza saperlo. Quando ho preso carta e penna (ossia quando ho aperto la pagina bianca sul computer) ho scritto di getto due pagine, dopodiché ho dovuto trovare i sinonimi giusti coi quali riassumere intere frasi, ho dovuto condensare e limare, ma senza vera difficoltà, perché io sapevo benissimo cosa volevo dire. Se il romanzo non mi avesse affascinata così tanto sin da subito, avrei fatto la stessa figura svogliata e anche un po’ dispettosa che avevo fatto con gli altri due, invece senza volerlo ho continuato a leggere solo per piacere; e alla fine la relazione ce l’avevo pronta, era solo da trascrivere, non ho dovuto pensare ad un solo concetto. A lezione io ho parlato per venti minuti da sola, e per venti minuti ho risposto al fuoco di fila delle domande del prof dubbioso, ma io ho ribattuto e l'ho anche contraddetto, perché secondo me il significato del romanzo era un altro.
Grazie alla scoperta casuale di un bel romanzo, letto forse anche nel momento giusto per lasciarmi affascinare così da lui, io ho imparato che per ricevere qualcosa da una lettura, anche, anzi soprattutto se è una lettura per studio, la cosa più importante è liberare la mente, sedersi tranquilli e predisposti alla lettura piacevole, sapendo di avere in mano un romanzo che mai e poi mai sarà “libro di testo” prima che noi riusciamo a vederlo per quello che è, ovvero come il prossimo libro che ci restituirà il piacere di leggere. Se non avessi (per puro caso) anteposto il piacere della lettura al dovere di capirci qualcosa, io non avrei avuto nulla da dire, invece ho parlato per quaranta minuti dello stesso romanzo, ed ero pure convinta.

Foto da ibs.it
La lettura di Come un romanzo mi ha fatto ripensare a quei tre romanzi che avevo letto nel 2010. Ma in quegli stessi giorni di studio del latino e di fuga dal latino attraverso Pennac (siamo sempre a maggio 2011), io preparavo anche un esame sui Promessi sposi. Alle superiori ero l’unica che l’aveva adorato, nonostante ne avessimo letto pochissimi capitoli, e Manzoni è da allora il mio mito come scrittore attento al dettaglio invisibile, nemmeno la professoressa lo amava, e considerava Lucia una piagnona impossibile, e gli excursus sulla peste e sulla guerra pesanti. Quando avevo saputo che la professoressa di letteratura italiana intendeva preparare il nuovo corso della triennale proprio sui Promessi sposi e che avrebbe proposto una lettura “diversa” del romanzo, io le avevo detto che avrei aspettato il nuovo anno accademico, pur di studiare il mio romanzo preferito! Lei per me è stata l’unica vera professoressa di letteratura, perché è appassionata, perché ci ha fatto leggere saggi e articoli di critica contemporanei alle varie pubblicazioni del romanzo, e appunti e brani delle opere precedenti di Manzoni, prima di farci aprire i Promessi sposi, e perché mi ha insegnato a leggere un romanzo per piacere e per studio contemporaneamente, anzi inscindibilmente.
Dei Promessi sposi ho letto molti capitoli durante le lezioni, man mano che la professoressa ci dava spunti di lettura e confronti da fare anche col Fermo e Lucia manoscritto, ho scritto le relazioni richieste, cogliendo gli effetti diversi (e voluti) che avevano secondo me le modifiche fatte dal Manzoni da una versione all’altra, e allo stesso tempo sono riuscita a godermi la lettura per piacere. Per questo volevo rileggerlo tutto dall’inizio. L’ho fatto alla fine del semestre, nonostante avessi ormai deciso di lasciare l’università: col primo sole caldo di maggio, sul lettino, nel cortile di casa mia in costume da bagno, al mio fianco una bottiglia d’acqua e una decina di matite colorate, un colore per ogni aspetto del romanzo che dovevo valutare (non “dovevo” più, ma io volevo). Ora che per la prima volta ho letto tutto il romanzo, lo confermo come romanzo preferito da sempre, per la sua semplicità e complessità assieme, e perché Manzoni l’ha pensato e scritto e rivisto esattamente come si fa con un’opera d’arte, come con una scultura che viene completata a poco a poco, dettaglio dopo dettaglio, parola dopo parola, finché non è semplicemente perfetta. E Manzoni rimane il mio mito.
E alla fine del romanzo ho ripensato a Pennac e ai suoi consigli per far amare la lettura ai bambini sino all’adolescenza, per evitare che arrivino al liceo terrorizzati all’idea di dover aprire un romanzo per capirlo.

Come vedete questi libri (e anche qualche professore) mi hanno dato un nuovo punto di vista sulla lettura, intesa come generico "piacere di leggere", non solo come lettura di romanzi, e mi hanno ricordato che, quando non riesco a farmi entrare in testa qualcosa, è solo perché lo prendo come un obbligo e non innanzitutto come un piacere; e fare questo con qualcosa che, da sempre, è stato per me una passione, ovvero la lettura, è un vero e proprio tradimento.

In qualche modo ho partecipato al gioco? Sì, solo nel modo: letture 2011.
Ma le domande erano altre e, se almeno a quella sul libro più bello ho risposto qui, a tutte le altre, rivisitate e corrette da me, risponderò altrove.
Per oggi potete andare.
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