lunedì 6 febbraio 2012

Il diario segreto secondo Elle.


Dai miei studi di glottodidattica (insegnamento, e quindi apprendimento, delle lingue) ho imparato l’importanza nell’uso di una lingua di quattro capacità, ognuna delle quali presenta difficoltà e “trucchi” propri quando si tratta di acquisirla, ognuna delle quali è più o meno dipendente dalle altre, ognuna delle quali è così strettamente legata alla lingua che è presente anche nell’uso della propria lingua. Le 4 capacità sono:
1) produzione orale
2) comprensione orale
3) produzione scritta
4) comprensione scritta.
Le differenze fra loro, sia nelle caratteristiche, sia nel grado di conoscenza in una stessa persona in una stessa lingua dovrebbero essere facilmente intuibili:
1) quando si parla si balbetta, si arrossisce, si sputacchia, si interrompe la frase per correggerla, si viene interrotti, eccetera;
2) la comprensione del parlato richiede orecchio per l’intonazione, non solo per quella “regionale” che può avere significati diversi da quella “nazionale” o può prevedere contrazioni o estensioni di parole (ad esempio), ma anche per quella personale di ogni parlante, che può dare al nostro discorso un valore sarcastico, polemico, lagnoso che spesso solo chi ci conosce bene afferra subito (a volte nemmeno loro);
3) quando scriviamo possiamo scegliere se essere più brevi del dovuto, tramite le abbreviazioni, o più prolissi, tramite giri di parole e paroloni spesso gratuiti, mentre alcune volte è necessario aggiungere qualcosa che nel discorso orale non diremmo, perché dobbiamo sostituire i gesti e gli sguardi; io ad esempio nello scritto potrei scrivere tra parentesi “scherzo” per tradire una battuta, mentre quando parlo non lo dico mai, perché mi basta il mio sorrisino ironico per tranquillizzare il mio interlocutore che la mia era solo una battuta;
4) nella comprensione scritta spesso l’unica difficoltà (a parte eventuali grafie da gallina) è data dal lessico; se non conosciamo una parola quando leggiamo, però, non per forza dobbiamo tenere al nostro fianco un vocabolario, perché abbiamo il vantaggio di poter rileggere con calma e quindi intuire il significato della parola dal cotesto (non “contesto” della produzione, ossia la situazione da cui nasce la conversazione, bensì il testo circostante).

I miei studi di sociolinguistica mi hanno insegnato che le differenze in una lingua si hanno anche in base ad altre variabili, cosiddette “sociali” appunto, nella propria lingua e piano piano anche in una lingua straniera: usare o capire le varianti “sociali” di una lingua straniera infatti svela a quale livello di profondità l’abbiamo fatta nostra.
Dal punto di vista sociolinguistico, ad esempio, nella produzione orale possiamo essere formali (ad un convegno di cui siamo relatori) o informali (dal panettiere che ha finito i panini al latte); non necessariamente la formalità di un discorso dipende dall’argomento, possiamo parlare formalmente di lievitazione ad un convegno internazionale sulla panificazione in area mediterranea, in maniera meno formale possiamo chiacchierare di lieviti col panettiere di fiducia che conosciamo da una vita e a cui diamo del lei, possiamo spiegare le nostre scoperte sui batteri del lievito ad un collega più o meno esperto di noi, o ad un’amica che a malapena ha sentito parlare degli acari della polvere.

L’esperienza personale mi ha insegnato qualcosa in più:
- scrivere di un argomento permette di affrontare più ramificazioni e di scendere più in profondità, ma può annoiare;
- parlarne, e parlarne allo stesso modo (per profondità e ramificazioni) di come si scriverebbe, può causare la morte del nostro interlocutore;
- ci sono persone che semplicemente non sanno ascoltare, sono più brave a parlare, cioè ad essere al centro dell’attenzione con le loro chiacchiere, lamentele, paranoie, felicità incommensurabili, problemi e sfighe: non lasciano spazio all’interlocutore nemmeno per annuire distratto;
- ci sono persone che si sforzano di ascoltare, ma non tutto è ascoltabile, dipende dall’argomento e da come questo viene presentato: se chiedessimo ad uno scienziato che studia le formiche di parlarci del suo lavoro concreto, lui dovrebbe esporre la cosa sottoforma di barzelletta per mantenere la nostra attenzione; durante le mie vacanze, la figlia della mia amica ripeteva scienze a voce alta: i parassiti; li ripeteva a sua madre e a me che, col libro davanti seguivamo la correttezza della sua esposizione e sbadigliavamo, finché ci siamo ritrovate a borbottare fra noi i nostri ricordi di scuola mentre la figlia ripeteva guardandoci perplessa;
- ci sono persone che sanno ascoltare ma che soccombono davanti a persone che al momento di parlare partono con una produzione micidiale di parole al minuto nell’ordine delle cinquemila;
- ci sono persone che non sanno ascoltare ma nemmeno vogliono parlare e che, pur di non subire il silenzio, sputano domande a raffica, di solito 4 o 5 di queste domande sono fatte ad un terzo della risposta alla domanda precedente, perché in fondo la risposta non ha importanza.

Anni fa mi sono chiesta: se ognuno di noi avesse la possibilità di parlare di sé a qualcuno e contemporaneamente la capacità di ascoltare qualcuno che parla di sé, cosa ne verrebbe fuori? Avremmo il tempo di fare tutte le conversazioni possibili? Sarebbe noioso? Saremmo soddisfatti?
Penso che, perché si verifichi questa possibilità, sia necessaria curiosità su qualsiasi argomento, e sicurezza di sé, per parlare di ciò che si conosce, ma anche fiducia in chiunque per parlare di ciò che ci spaventa o di ciò che ci rende così felici da farci apparire scemi di felicità.

Anni fa, quando tutti mi definivano timida e cercavano di costringermi a parlare, io mi chiedevo: vogliono davvero ascoltarmi? O solo sentirmi parlare? Vogliono davvero sapere qualcosa di me? O vogliono solo che io risponda alle loro domande?
Ora che, quando voglio, parlo senza problemi, ho la risposta a quelle domande (la seconda che ho detto, in entrambi i casi), ma so anche che non è così con tutti gli interlocutori che ho avuto nella vita. Alcuni hanno davvero la curiosità di conoscermi altri vogliono solo che contribuisca a riempire il silenzio.
Da quando ho “imparato a parlare” quando mi va, ho affrontato altri dubbi, mi sono infatti chiesta: se io trovassi qualcuno che vuole ascoltare i miei argomenti, e volessi esporglieli, sarebbe giusto spappolargli il cervello? Credo di no. L’ideale sarebbe una conversazione equilibrata, naturalmente, ma spesso l'ascoltatore non ha al momento nulla da dire, può pertanto ascoltare l’altro e basta, e fare solo qualche domanda per capire meglio, o non ci sarebbe comunicazione senza comprensione; ciò non significa che chi parla non abbia l’obbligo di essere breve, chiaro, non ripetitivo, non insistente: il rispetto per l’interlocutore deve stare da entrambe le parti.

Io, non solo credo che la mia voce sia noiosa, ma anche che lo siano certi miei argomenti. Ho pensato una cosa: se ognuno di noi fosse libero di parlare.. parlerebbe all’80% di sé, sarebbe ripetitivo su alcuni punti, ne tralascerebbe del tutto altri, e tutto senza nemmeno accorgersene, non per cattiveria o per egocentrismo voluto.
Dare spazio agli altri però è difficile, se poi troviamo un ascoltatore discreto è quasi impossibile. Spesso poi siamo così concentrati su qualcosa da non riuscire a vedere altro, né a parlare d’altro. Se l’ascoltatore non ci soddisfa ci ritroviamo anche a calcolare quanto abbiamo ascoltato noi e quanto ci ha ascoltato lui, per rivendicare minuti a credito.

Parlare con qualcuno il più delle volte serve solo per sfogarci, parlare a voce alta serve solo per sentire il nostro problema, per vederlo in chiaro. Non sempre infatti è necessario che l’altro riesca a proporci un altro punto di vista, è sufficiente anzi che sia lì ad ascoltare. Ma non dobbiamo approfittarne!

Nei miei anni di timidezza andavo nel panico alla sola idea di incontrare qualcuno (chiunque), per il semplice motivo che quando si incontra qualcuno questo potrebbe dire “ciao”, ma non solo (nel mio caso di solito l’eventuale frase aggiuntiva era “cos’hai? Sei arrabbiata?” perché il mio “ciao” non era mai di tono convincente). Ho “imparato a parlare” lentamente, ci sono voluti anni, ma ho imparato. Sono fiera di me per questo, e a volte non riesco a fermarmi quando inizio a parlare, ma sono sempre io, quella che sa stare in silenzio coi propri pensieri senza che questo la spaventi, perché io so che ci sono silenzi ben più terrificanti: i silenzi di chi qualcosa da dire ce l’ha, talvolta anche qualcosa da urlare, ma non ne ha il coraggio, perché la sola idea la precipita nel panico.

Adesso ho fin troppe cose da dire, ho passato così tanti anni sola con me stessa, che ho imparato a parlare solo di me. Un tempo però sapevo ascoltare, che è un po’ come osservare gli altri, ora talvolta temo di non saper più ascoltare e questo mi preoccupa, non vorrei.
Quando parlo con qualcuno che sa ascoltare a volte esagero e naturalmente, in quanto poco abituata a parlare con gli altri, quando succede me ne accorgo subito. Innanzitutto mi si secca la gola, poi mi annoia la mia voce, se l’interlocutore non interviene, o addirittura sbadiglia, è certo che sto esagerando, ma a quest’ultimo punto non ci sono mai arrivata, mi stanco prima.

Mi sono chiesta: cos’è più giusto? Prendermi la rivincita su tutti quelli che, quand’ero timida, mi hanno martellato con la loro vita? O solo godermi appieno il diritto di parlare di me a scapito di chi, sfigatissimo, si ritrova ad ascoltarmi? O partecipare al gioco delle chiacchiere coi miei pieni poteri ora che posso? E quel che è stato è stato, è irrecuperabile, però ora posso, perché ora so, bilanciare i momenti in cui ascolto coi momenti in cui dico la mia.
L’equilibrio non è semplice, la tendenza all’egocentrismo è forte, ma è trattenuta più dal fastidio che io stessa provo a sentirmi parlare tanto o al parlare solo di me, prima che dal pensiero di poter infastidire il mio povero ascoltatore con le mie chiacchiere egocentriche.
Di solito mi stanco prima io, e ammutolisco davvero esausta. Rimane il bisogno di raccontare. Anche per questo ho un blog. Posso parlare finché ho qualcosa da raccontare, ripetermi ed insistere (contraddirmi no, cerco di no), posso parlare per grandi linee di più cose, oppure dilungarmi su una sola; posso divagare così tanto da non tornare mai più all’argomento dal quale avevo iniziato (dimenticarmelo, addirittura), oppure tornare sul tema ad ogni paragrafo. E tutto ciò senza annoiare nessuno, perché nessuno è obbligato a leggere! Io mi sfogo, io imparo a conoscermi, io riesco a capirmi, ma non annoio nessuno, nessuno è obbligato a capirmi ogni volta e a sapermi consigliare. L’assenza di questo obbligo per chi legge mi rende la mia libertà all’egocentrismo, e non faccio male a nessuno.
Io mi sfogo, sento il mio problema, lo vedo chiaro, individuo i miei sbagli, a volte vedo anche le cose da un altro punto di vista (scrivendo e anche rileggendo ciò che ho pensato in proposito), e non faccio male a nessuno.
Anche per questo ho un blog, e nessuno mi convincerà mai che è sbagliato, che dovrei parlare di più con le persone che mi circondano fisicamente, “confidarmi” proprio con loro: le confidenze si fanno a chi è lontano, non a chi è coinvolto in prima persona e non vedrebbe la cosa nella giusta prospettiva per rassicurarmi. Se parlassi con chi mi circonda non sarei libera di parlare sempre e solo di me, dovrei interrompere il mio discorso per ascoltare l’altro, perderei il filo di ciò che cercavo di esternare (cosa già difficile di per sé), non darei ascolto a me, che è lo scopo del mio blog.

La mia esperienza mi ha insegnato che la differenza fra leggere e scrivere sta anche nella differente libertà di chi legge e di chi scrive (rispetto a chi parla e a chi ascolta):
- chi scrive è libero di scrivere tutto ciò che pensa di sé, senza doversi davvero adattare a chi legge, né nella forma, perché può scrivere sia come mangia sia in maniera criptica, l’importante è che chi scrive si capisca; e perché può scrivere ciò che pensa davvero, senza temere di beccarsi uno schiaffo prima della fine della frase; chi scrive non deve aspettare il momento opportuno per affrontare un argomento con qualcuno, può farlo di getto;
- chi legge può farlo quando si sente, può tenere da parte lo scritto per affrontarlo al momento opportuno, quando ha tempo, quando ha la mente sgombra per concentrarsi, quando sa che non verrà interrotto nella lettura; può altresì tenere lo scritto a portata di mano per rileggerlo ogni volta che ne sente il bisogno;
- chi legge non si trova costretto ad annuire distratto o a sbuffare scocciato di dover subire un’improvvisa confidenza, perché chi scrive si sfoga scrivendo, indipendentemente da quando chi legge leggerà, nonostante chi legge non risponda, pure se nessuno legge;
- chi scrive sa che la validità del suo sfogo non dipende dall’attenzione del suo ascoltatore, ma dallo scrivere e questo lo fa sentire subito più sollevato;
- chi legge sa che non deve per forza fingersi interessato né cercare le parole migliori per dire “non ho tempo” e nemmeno nascondersi perché non ne può più di sentire la stessa storia.

Non dico che i rapporti fra le persone sarebbero migliori se tutti comunicassimo solo per iscritto, questa è un’assurdità. Volevo solo dire che, quando si sente il bisogno di raccontare di sé quasi 24 ore su 24, parlare per iscritto a tutti e a nessuno è molto meglio che dover subordinare il proprio bisogno al tempo, alla concentrazione, all’interesse della persona giusta, sempre che la si conosca già.

Io sono favorevole al diario segreto...


Ps. Anche se i Folletti sono allegri e disponibili, sorridenti e sempre pronti ad aiutare, non dite mai loro di avere un blog, perché se non sanno cosa significhi leggere e scrivere, se vivono in un mondo di tradizione orale e di ascolto apparente mirato all’accondiscendenza o al consiglio inutile in buona fede non capirebbero, e vi farebbero due coglioni così con scenate di assurda gelosia. I Folletti non sono la “persona giusta”, anche se loro si prodigano per esserlo, il loro è un altro mondo.

7 commenti:

  1. sono d'accordo...
    allora avrai capito che il flusso commenti di oggi e' bloccato perché serve solo a me per capire e ricordare ma nessuno doveva sentirsi in obbligo di " consolarmi " o darmi " consigli" ...domani e' un altro giorno no?

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  2. Cara S. sapevo infatti che tu che avresti capito. A volte le parole "giuste" sono utili, sono ciò che cerchiamo; altre volte, nonostante sembrino "giuste" e siano dette con le migliori intenzioni sono solo di troppo. E rifiutarle non significa offendere chi ce le ha dette, semplicemente era il momento del silenzio, oppure era il momento in cui le uniche parole che volevamo sentire erano le nostre stesse, per capirle meglio, e soprattutto per capirle dal nostro punto di vista, il punto di chi ci sta dentro e le sente vive come lombrichi che si agitano nello stomaco.
    Quando queste parole le si scrive in un blog, chi legge è erroneamente portato a pensare che chi scrive voglia a tutti i costi un commento, soprattutto se chi legge non ha a sua volta un blog e non sa cosa significa scriverci sopra e non sa capire che non è necessariamente un mettersi in mostra davanti agli altri, ma il più delle volte è un denudarsi da soli davanti allo specchio, per vedere i nostri pregi e i nostri difetti, sicurissimi di essere lontani dallo sguardo di tutti. Sembra assurdo, ma è così.
    Poi tutto torna alla normalità, perché domani è un altro giorno, e non può piovere per sempre, il gioco è bello quando dura poco, e i commenti nutrono i blog :)

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  3. Poveri folletti!
    Ecco, io insisto a leggere i tuoi post appena alzata, così mi ritrovo sempre nuove sorprese. Quello di stamattina mi è particolarmente piaciuto perchè è chiaro, leggero, tecnico, comprensibilissimo e ha dato una spolverata alle mie conoscenze universitarie.
    La tua difesa delal lettura mi ha rituffato nel mondo di Pennac e del suo "Come un romanzo" e il tocco finale dedicato ai folletti mi ha fatto scompisciare!
    Se non ci fossero i tuoi post bisognerebbe inventarli cara Elle!|

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  4. io da bambino addirittura balbettavo e tutti mi prendevano in giro...

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  5. Sono insegnante di lingua inglese, molto interessante il tuo post. Ti seguo da Roma! Hai delle bellissime ricette pure e io sono golosissima!

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  6. Grazie Cristina, addirittura Pennac!
    I Folletti poveretti non ne hanno colpa se sono così, ma a volte rompono miii :)

    Luigi l'importante è superare le prese in giro, usarle come letame per fertilizzare il nostro giardino (che poetessa eh?), però a volte è più facile superare i balbettii ;)

    Ciao Francesca, benvenuta nella Casa dello Spirito, ti sei già accomodata, hai preso il dolce, e hai iniziato la lettura, cosa manca? Il mio grazie :)

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