giovedì 16 febbraio 2012

Preferisco aspettare.


Dovrei scegliere la musica giusta, lo so, ma non so ancora quale sia la musica giusta adesso.
La musica è importante, e sono contenta di essere riuscita, anni fa, a staccarla dalle cose e dalle persone per tenerla solo per me. Ma non posso evitare che la musica mi ricordi i luoghi.
I miei luoghi però, non sono come le cose, come le persone, come gli eventi, infatti anche quando sono stati teatro di spiacevoli eventi, quando sfondo di brutte cose, quando habitat di persone cattive, i luoghi sono rimasti miei, personali, e in qualche modo amati perché, nel bene o nel male, vissuti. Tutto il resto rimane in secondo piano.
Una canzone può ricordarmi un evento o una persona, sulle prime, ma più le note vanno avanti, più il primo piano si sfuoca e compare lo sfondo, il luogo: di solito una città ma anche solo una casa in cui ho vissuto.

Vivere, è questo che conta.
Ho cambiato città e case, cioè luoghi, ma io in qualche modo rimango la stessa. Ma non in tutti i modi. Una costante è la ricerca di me: se io cambio e mi modifico, la ricerca continua, il momento in cui mi troverò si allontana, la ricerca è sempre un passo o due indietro rispetto al cambiamento.
Il cambiamento segue gli eventi, oppure a volte, paranoico, li anticipa, per paura di essere preso alla sprovvista, altre volte però arranca incerto, e va avanti più per inerzia che per convinzione o ragionamento logico. Il cambiamento si adatta alle circostanze, altre volte gli si oppone testardamente, ma mai ciecamente, solo un po’ contrariato e desideroso di distinguersi.
Distinguermi dalle aspettative, piuttosto che dalla massa, la massa infatti l’ho lasciata indietro già da un po’, a mangiare la mia polvere, nonostante non abbia gli elementi per dire se la direzione presa da me rispetto a quella della massa, sia più giusta o più sbagliata.
La massa? Chi? Il gruppo, il branco? Gli amici..
Gli amici, una costante, non perché siano quelli che, cambiando città, cambiando modo di affrontare il mondo, cambiando vita, cambiando essere sono rimasti sempre e ancora fiduciosi. No. Una costante delle mie riflessioni, piuttosto.
Non sempre una riflessione nasce da un evento spiacevole che intendo evitare in futuro, perché anche quelli piacevoli mi danno da pensare, mi chiedo infatti perché sia successo, sono cambiata io, oppure ora frequento persone diverse, o mi sono distratta e ho frainteso? Mi chiedo infatti se ho interpretato bene, se non ho invece tralasciato un dettaglio, di quelli fondamentali.

La musica. Ci sono persone che ricollego alla musica, e perciò evito. Non perché una data canzone me le ricordi, ma perché una data canzone che loro scelgono come preferita mi fa capire che tipo di persona ho davanti. Ho sempre pensato fosse un’assurdità, ma ogni volta ho ritrovato la coincidenza. Non parlo di stronzi da evitare, bensì di persone apparentemente innocue con le quali una mancanza di visione comune, soprattutto per ciò che riguarda le cose importanti, ci porterà a discutere troppo spesso.
Io le discussioni non le so prendere alla leggera, quando sfiorano le questioni che per me sono importanti, quelle questioni che rappresentano i pilastri del mio punto di vista, ora che ne ho uno. Forse sono solo troppo debole per riuscire ad affrontare un parere differente senza sentirmi in pericolo. Lo penso perché sono consapevole di essere influenzabile, per un po’. Io lo chiamo “abbassare la guardia” che suona come un avere costantemente un bastone nel culo, un guardarsi le spalle diffidente di tutti, un temere un nemico, un urlare silenziosamente al complotto.
Un tempo ero davvero così, forse temo solamente di non esserne uscita del tutto, nonostante il mio impegno costante proprio in questa direzione. Una costante. Purtroppo però passo troppo tempo da sola per poter consolidare le consapevolezze che derivano dalla mia costante riflessione in materia, allo stesso tempo mi sento molto ferrata sull’argomento, terrei bellissime conferenze corredate di esempi concreti e aneddoti divertenti, la sala conferenze riderebbe e piangerebbe con me alle mie parole, e alla fine mi saluterebbe con un boato e un applauso, e mi citerebbe nei secoli come il maggiore teorico di tutti i tempi in fatto di rapporti di amicizia.
Ma le mie sono appunto teorie, perché nella realtà ho poco a che fare con amici.

Conosco le persone, questo sì, le conosco così bene che posso individuare il tipo di persona che ho davanti sulla base del suo genere di canzone preferito. E conosco me. Mi conosco abbastanza per poter dire, senza ascoltarla, con quale tipo di canzone, e quindi di persona, non potrei mai andare d’accordo.
Principalmente vado per esclusione, devo ancora trovare il tipo di persona giusta, perché potenzialmente ogni persona è giusta, finché non sbaglia. Con questo non voglio rappresentarmi come un giudice inquisitore, perché non faccio domande e non giudico, intendo solo dire che arriva un momento che può essere definito, con un’altra espressione che può far storcere il naso, “della resa dei conti”, ossia quell’occasione in cui, senza rendercene conto, diamo mostra di noi, di come siamo veramente, di come reagiamo alla vita: mostriamo se siamo deboli o forti, e qual è la nostra debolezza, mostriamo se siamo egoisti o altruisti, e che cosa vorremmo per noi, mostriamo se siamo spensierati o pessimisti, e in che cosa vediamo il peggio. Quel momento arriva e non è detto che chi ci sta vicino sia preparato a scoprire quell’altra faccia del nostro prisma umano, sfaccettato e molteplice.
Io ad esempio a volte rimango spiazzata. Perché, mi dico, l’avevo previsto, ma non mi sono ascoltata, l’avevo immaginato, ma mi sono liquidata con la solita accusa di fantasticare troppo, e troppo negativamente. Ma io lo sapevo: me l’aveva detto la canzone.

Per anni ho pensato a questa mia fissazione come ad un difetto, come ad una mia paranoia, anzi come una scusa bell’e pronta con la quale chiudere una questione delicata, per non dovermi interrogare oltre sul mio eventuale concorso di colpa, mi dicevo che non poteva andare diversamente con una persona che ascolta certe canzoni.
Troppe sono state le volte che mi è capitato, e sempre con lo stesso genere di canzoni, per poter continuare ancora a vederla come un giochetto stupido da bambina terrorizzata dalle sue responsabilità nella fine di un’amicizia. E se io avessi una sorta di sesto senso?
La cosa mi fa sorridere. Sesto senso. E musicale per giunta?
Ma considerato che, sistematicamente, a certi gusti musicali si accompagnano certi comportamenti, perché continuare a rischiare?

Anche le persone ubriache di allegria mi creano problemi. O le persone che appena mi conoscono mi considerano già la loro migliore amica, senza peraltro aver capito molto delle mie battute. Essere simpatica è facile, basta avere senso dell’umorismo, sfornare la battuta giusta al momento giusto, ma soprattutto saperla dire, saperla raccontare. Io in questo sono brava: credo di dare spesso l’impressione di essere una persona schiva e silenziosa, oppure annoiata, poi all’improvviso pronuncio la mia frase ironica, con un sorrisino ironico, oppure con espressione seria, ma occhi che ridono sotto i baffi, oppure con un sorriso distratto e sguardo rivolto altrove, come se non fossi stata io a parlare, perciò quando gli altri alzano lo sguardo non capiscono chi abbia parlato, io di certo no, giurerebbero, invece ero proprio io, a volte nessuno avrebbe giurato nemmeno che io ascoltassi o che io fossi presente.
Io mi immagino così, perché naturalmente io non mi vedo, io sono dentro di me.

Quand’ero piccola desideravo avere una migliore amica. Ne avevo avuto una, ma mi lasciò per un’altra: “sei ancora una bambina” mi disse, perché a loro piaceva già uscire con i ragazzini, mentre io uscivo solo con le mie battute di spirito, e senza occhi dolci. Poi ne ho avuto un’altra, che è stata tale per tanti anni, che però mi ha definito sempre e solo come sua “ex compagna di scuola” o al massimo “di classe”, ed io ho continuato ad uscire con le mie battute: “veramente eravamo compagne di banco”. Dopo di loro una lunga sfilza di amiche del momento, di quelle da una stagione e via, buone per andare a ballare ma neanche, perché io lavoravo in un bar, finivo troppo tardi, e a ballare ci andavo da sola: salivo sulla mia macchina e andavo nella discoteca che preferivo, non necessariamente dovevo seguire il gruppo, perché il gruppo era già tutto lì, era già allegro, era già unito e affiatato. Io arrivavo dopo, tanto valeva arrivare in una pista qualsiasi, avrei ricevuto migliore accoglienza da sconosciuti sobri, che da conoscenti ubriachi.
Le amicizie del momento sono continuate, possibilmente il momento doveva essere quello brutto per loro, altrimenti l’amicizia faceva fatica a nascere. Io continuavo a sognare il principe azzurro dell’amicizia, ma nella realtà mi accontentavo bene, anche perché con gli orari che facevo avevo poco tempo a disposizione per coltivare vere amicizie, e siccome avevo anche poca voglia di nascondere bene, e poi di salvare, le finte amicizie, presto o tardi finivano. Finivano nella soffitta delle amicizie del momento. I momenti passano. Come le canzoni.
Le mie amicizie sono state come tormentoni estivi: grandi amori urlati ai quattro venti, col bicchiere in mano apparentemente mezzo pieno, e poi evaporati nell’arco di una notte assieme ai cubetti di ghiaccio.

Quel sapore in bocca però restava, quel senso di fallimento, di aver compiuto l’ennesimo errore di valutazione. Davvero mi ero lasciata incantare? O forse mi andava bene che fosse un’amicizia così superficiale, perché nemmeno io volevo impegnarmi, però il fatto che fosse finita, che il gioco fosse finito, che fosse finito così male – per un tradimento, per una frase fraintesa, ma vera, per monotonia della ripetitività, per la banalità dei sabati, perché proprio sabato? – mi lasciava sempre quell’amaro in bocca. E quel terribile senso di colpa, come se io l’avessi saputo già da tempo che non sarebbe durata, ma avessi finto di stare al gioco, ovvero avessi fatto perdere tempo all’altro giocatore, nonostante.. la canzone.

Non mi piacciono le discriminazioni, la canzone è una discriminante. L’istruzione è una discriminante. L’aspetto fisico è una discriminate. La mancanza di senso dell’umorismo è una discriminante.
E mentre lottavo contro me stessa per non essere discriminatrice, si aggiungevano altre discriminanti: nessuna passione per la lettura, odio per i film che non hanno finale, assenza di curiosità della vita, le seguenti frasi fatte “non sono capace; lo odio a pelle; mi fa schifo; ce l’ha con me, l’ho capito da come ha guardato quell’altro; il saluto non si nega a nessuno; io non sono razzista, però certa gente ti fa diventare razzista; mi sta sul cazzo, ma ci parlo perché non voglio litigarci”, e ancora è una discriminante l’impossibilità di fare un discorso che non abbia per oggetto altre persone e la loro vita privata, o altre persone e il loro modo di lavorare, o altre persone e le cose che si dicono di loro, anche l’impossibilità di spaziare da un argomento all’altro nell’arco di un’ora di conversazione è diventata una discriminante, per non parlare di quant’è discriminante l’elenco degli ultimi acquisti, l’elenco di tutti i regali fatti, l’elenco di tutte le offerte delle quali furbissimi si è colta occasione prima di altri, l’elenco del risparmio all’interno di una spesa che in generale è raddoppiata se non triplicata sotto il velo dell’offerta colta al volo.

Io sono intollerante. Lo sono diventata. Non sono più disposta a stare a sentire, a stare a guardare.
Ho scelto di imparare.
Ogni volta che conosco una persona nuova la osservo e la ascolto. La intrattengo con le mie battute, con le mie chiacchiere lievi, con le mie risposte che sembrano acide ma non per questo sono meno pronte. La trattengo. La tengo lì, vicino a me, per osservarla meglio. Mi piace osservare in silenzio, ma qualcosa la dovrò pur dire, mentre guardo. Mi piace parlare, mi piace sorridere senza temere le conseguenze, mi piace raccontare, mi piace ridere, non mi piace essere analizzata in ogni mia parola, in ogni mio sorriso, racconto, risata. Sono tutte lì per chi ascolta, non per me. Non per chi mi guarda.
Se mi sento osservata smetto di sorridere.
Ogni volta che conosco una persona nuova, imparo cosa mi piace nelle persone, e queste diventano discriminanti di cui tener conto per le persone successive. Ogni volta che conosco una persona nuova, imparo qualcosa delle persone, imparo qualcosa delle persone che mi piacciono, imparo qual è il mio tipo di persona, e quale non lo è.
Una canzone non basta, c’è molto di più. Ci sono dettagli sottili come fili di seta, che luccicano solo al sole e che risaltano netti solo al buio, sono inspiegabili, ed io li chiamo sensazioni. Quando sorrido, ed è come il corsivo, quando spunta una lacrima accanto al sorriso, ed è come la punteggiatura, quando gesticolo, ed è come il grassetto, quando metto le mani avanti, ed è come aprire le virgolette, quando ho lo sguardo distratto e la mente altrove e, più che un aprire parentesi, diventa un disegnare ai margini tutto un altro mondo. Quando posso essere così, io sto bene, e quando una persona mi lascia essere così, io sto bene con quella persona, e quando quella persona è lontana ed io penso a lei, ed è come avere davanti a me un intero alfabeto da usare per scrivere, perché la conosco e so quale racconto potrà nascere se usassi quelle lettere, io mi sento tranquilla, e quando quella persona è vicina, e mi sento come una bambina che, notte dopo notte, vuole sentire la sua fiaba preferita, senza varianti o con tutte le varianti possibili non importa più perché le persone sono sempre le stesse, anche quando sembrano diverse, e sono diverse anche quando sembrano le stesse, proprio come le fiabe, io sorrido.

Una canzone non basta, e mille e una notte di riflessioni non bastano, per capire una persona, allora io non ho parole per descriverla, non ho regole per inquadrarla, non ho discriminanti da verificare, ho solo sensazioni da assaporare, e che a loro volta sono inspiegabili.
Non voglio spiegare le mie sensazioni, finirei per fare un pantano di voci in ordine sparso.
Non voglio spiegare le mie sensazioni, finirei per arrossire, piangere, ridere, balbettare, arrabbiarmi. Evaporerebbero.
Non voglio lasciarle volare via, voglio tenerle qui con me, senza metterle in fila, senza contorni a matita, senza firma.
Non voglio che qualcuno le veda correre e mi chieda chi sono.
Sono mie.
Non voglio che qualcuno le senta e dica che adesso non è ora di parlare.
Era solo una presenza.
Non voglio che qualcuno mi chieda spiegazioni logiche delle mie sensazioni, perché i sogni non si possono interpretare oggettivamente.
Non voglio che qualcuno lo sappia, perché l’invidia è una brutta bestia.
Preferisco aspettare senza chiedere troppo.


7 commenti:

  1. in questo periodo ascolto volentieri Joan Wasser; riesce sempre a sorprendermi!!!
    E poi mi ricorda una splendida vacanza a Lovanio!!!

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  2. ahi!!
    perché ho una brutta sensazione??
    sono serissima...cmq e' una rivelazione di te quello che hai scritto,che trovo meravigliosa e pensa capisco perfino la storia della canzone, per non parlare della migliore amica...
    tranquilla...non e' il momento di aggiungere nulla perché lo so tu hai capito tutto dei miei casini...ed io presuntuosamente penso lo stesso...non ho mire espansionistiche ;)
    lo sai che i captcha sono diventate di due parole di cui una difficilissima ?! commentare e' diventata un' impresa... ok tra 1/4 d'ora forse ti arriverà il commento il tempo per trovare quella giusta da digitare ...

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  3. Grazie Luigi, non la conoscevo! Ho ascoltato un po' di canzoni e ne ho scelto tre che mi piacciono molto: Real life, Forever and a year e The magic, le ultime due in versione acustica :)

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  4. S. non credo di aver capito tutto dei tuoi casini, forse li immagino.. nient'altro :)
    Nessuna brutta sensazione, gli eventi, le situazioni, anche cose che non riguardano direttamente me, ma soprattutto quelle che riguardano me, mi portano sempre a riflettere. Da giorni pensavo all'argomento amicizia, ma non riuscivo a delineare, e non credo di aver finito, potrei scrivere un giorno un secondo post. Anche perché manca la parte sulle amicizie durature!

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  5. ma allora hai un palato finissimo!!!
    Complimenti per la scelta

    La mia preferita è comunque questa:
    To be lonely, versione studio; eccola

    http://youtu.be/Ve9lYBI5M-k

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  6. Questo post,che non è un post, ma un'epifania,e credo tu lo sappia, è bellissimo.Emozionante.C'è dentro tanta di quella vita che sarebbe difficile da contenere in una sola vita.E le parole, invece, ci riescono benissimo.Miracolo di chi sa scrivere, come te.
    Mi hai ricordato quello che ero,il mondo che vivevo, il mio modo,forse scellerato, di preferire sempre la solitudine.La vita sta sempre in bilico, sulle note di una canzone.Non devi amare necessariamente la musica per accorgertene,Però è vero:una canzone, da sola,non basta.Non basta mai.

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  7. Caro Blackswan spero proprio di poter dire anche io un giorno, coi verbi al passato, che si tratta di "quella che ero, il mondo che vivevo, il modo scellerato (senza forse) di preferire sempre la solitudine". Cioè spero di dirlo con sicurezza.
    Perché per colpa di quel modo, passato solo in parte, nel mio presente ci sono situazioni in cui non so nuotare.
    E la mia passione per il sapere enciclopedico mi spinge a voler imparare a nuotare in tutti i tipi di acqua.

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