venerdì 3 febbraio 2012

Sembra di essere sull'orient express.


Durante le vacanze ho ricevuto (dalla stessa persona) una proposta di lavoro e una di convivenza (il primo giorno), una dichiarazione di compassione per la mia situazione familiare (il secondo giorno), una ritrattazione sulla proposta di lavoro a causa della mia compassionevole situazione familiare (il terzo giorno), ma ferma restando la proposta di abitare assieme "basta che mi aiuti a pulire casa e mi porti i cani fuori".
Non ci penso nemmeno.

Durante le vacanze ho camminato tanto: sotto il sole, rischiando di addormentarmi in riva al fiume, sotto la neve, rischiando di perdere mani e piedi per il gelo, e anche fuori città, a causa dello sciopero dei mezzi che non mi sembrava un buon motivo per rimanere chiusa in una casa in campagna proprio quando io avevo programmato la mia giornata in città: in 40 minuti ero a destinazione, incolume dopo aver attraversato la zona prostituzione, forse grazie al mio trolley che rendeva chiaro a tutte che non ero lì come concorrente, ma solo di passaggio a passo ritmato. A quanto pare la distanza che ho percorso quella mattina è stata di 4 chilometri. Ancora una volta vorrei un contapassi o contachilometri per farmi un'idea della strada che macino nella mia vita.

Sono stata a Modena per la prima volta alla luce del giorno.
Lo scopo della gita era la mostra fotografica La natura è il mio regno, di Ansel Adams, un emerito sconosciuto fino alle 11 del 28 gennaio 2012, e che già alle 11 e 20 dello stesso giorno era il mio modello di vita nonché fotografico, naturalmente inimitabile. Le informazioni tecniche per me incomprensibili e i brevi racconti sul momento dello scatto che accompagnavano alcune foto mi hanno fatto capire quanto amatoriale sia per la maggior parte delle persone la fotografia, anche per quelle persone che s’indebitano per comprare la reflex ultimo grido. Io mi inchino e basta.
Alla pagina www.fondazionefotografia.it c'è anche una galleria fotografica, le prime quattro foto sono di Adams: esclusivamente in bianco e nero, ha ritratto i parchi nazionali degli Stati Uniti (solo una foto è scattata in Canada, fra quelle esposte); io e la mia amica ci siamo stupite perché non credevamo che la mostra prevedesse così tante foto (abbiamo posticipato il rientro di un'ora e mezza per vederle tutte) né che ci fosse così tanta gente, visto che la mostra ha aperto a settembre e quello era il penultimo giorno; noi due eravamo anche le uniche sfigate inesperte senza attrezzatura fotografica di altissimo livello in spalla: la mia coolpix faceva quasi tenerezza nascosta nella tasca del giubbotto, soprattutto quando, a sua volta intimidita da cotanta professionalità, cercava di affacciarsi dalla tasca per sbirciare sia le foto del maestro Adams (io e la mia amica lo citeremo nei secoli come dio), sia gli altri visitatori alla mostra perché pure le anziane impellicciate facevano commenti appropriati superiori ai nostri (miseri) di cui cito un esempio lampante:
- Cavoli si è appostato lì per tutto il pomeriggio in attesa della luna in quell'esatta posizione nel cielo! -
- E ha pure regolato l'esposimetro sul VII, che idea! -
- Già!! Ma cos'è un esposimetro? -
- Una cosa che noi non sapremo mai.. abbassiamo la voce.. -
Ora però ho a casa la cartolina con la foto Fallen Tree, una delle più famose, forse non la mia preferita ma c'era solo un'altra foto-cartolina nello shop del museo, e fra le due preferivo il tronco.

L'atrio del polo culturale ex sant'Agostino. 
A quanto pare il maestro Adams creava capolavori anche con le parole!
A Bologna invece sono stata al museo della storia di Bologna a palazzo Pepoli, appena inaugurato e gratuito ancora per tutto febbraio (se non ho capito male). Anche lì ci sono stata ore, e non ho ancora finito: ho infatti saltato tutti i video e ho dovuto passare oltre le scritte minuscole sotto alcune delle opere, che erano interessanti perché spiegavano contesto e significato, ma sarei ancora là dentro se mi fossi trattenuta a leggere. La dimensione del carattere di queste brevi descrizioni è una delle cose che non mi sono piaciute del museo di storia: in quanto nuova apertura, al mio rientro mi è stato infatti chiesto cosa ne pensassi, perché a qualcuno non è piaciuto il fatto che vengano evidenziati solo alcuni avvenimenti o alcune peculiarità della città e non altre. In quanto non bolognese non saprei dare un parere sui contenuti o sulle omissioni, posso solo dire la mia sull'organizzazione del museo.
Mi è piaciuto:
- che le sale siano tutte numerate e il percorso lineare, per me che non tralascio le ramificazioni e conto pure le formiche è stato meno snervante del previsto, vista la mole d'informazioni (che, come ho detto, ho dovuto comunque selezionare, per questione di tempo a disposizione);
- che non tratti solo di storia (cronologica), ma anche di costume società lingua economia architettura/urbanistica tradizioni, come da dichiarazioni d'intenti del museo stesso;
- che il percorso sia unico e misto, ovvero all'interno del filone storico ci sono quelle che io ho definito "pause" in cui è trattato (senza uscire dal periodo storico in questione) un altro argomento: ad esempio nel bel mezzo del medioevo c'è la storia delle signorie bolognesi, nel Novecento c'è la digressione sulla tradizione marionettistica, alla fine del periodo contemporaneo c'è la parentesi linguistico-dialettale.
Non mi è piaciuto:
- l'uso eccessivo di tecnicismi nella sezione sull'urbanistica: a me piace seguire lo sviluppo di una città da questo punto di vista, quindi la presenza di questa sezione la metterei nel "mi è piaciuto", ma non sono così competente da capirci qualcosa, se le descrizioni vengono prese pari pari dal piano regolatore scritto in burocratese tecnico;
- che non in tutte le carte della città (che seguivano l'ampliamento in ordine cronologico) siano riportati ogni volta i nomi delle vie e dei luoghi di cui si parla: per chi non è di Bologna o la conosce poco è difficile farsi un'idea della disposizione (vale a dire: è difficile imparare qualcosa di più sulla città), perché sarebbe necessario avere ogni volta in mano una leggenda, una chiave, una freccia, una vocina che dice "è quella stessa strada dove prima era così e cosà capitoo?".
Questi sono pochi esempi, mentre per farvi un'idea del lungo percorso museale e per le altre informazioni la pagina dedicata al museo è www.genusbononiae.it.

Di tutti i programmi per le vacanze quello sicuro doveva essere la torta, invece abbiamo fatto i pancakes per merenda, ricetta delle sorelle Giuliette, così ricca che ci ha costrette ad una tisana purificante riparatrice. In compenso ho cucinato!!
Forse qualcuno del Consiglio Supremo delle Amiche è convinto che io ne sia in grado, io non ho ammesso il contrario, né ho lasciato trasparire i miei dubbi, il brivido di terrore lungo la schiena, il sudore freddo. La mia amica, domenica, dopo avermi annunciato che a pranzo ci sarebbero stati sua madre, sua sorella con marito e figli, oltre a marito e figli suoi, mi ha detto con la tranquillità di chi sa cosa dice “allora alle patate ci pensi tu? Bene”. Non era una domanda, lo capite, no? Mi ha dato una pentola a pressione e il rispettivo ricettario, io che una pentola a pressione non l’avevo mai vista, mi ha aperto il libricino alla pagina delle patate alla lyonneise (che con molta probabilità non si scrivono così) e mi ha lasciata al mio destino.
Che poteva pure essere quello di una figura di merda, invece le mie patate sono piaciute molto: peccato, non ho fotografato la ricetta passo passo!

Presa dall’entusiasmo, la mia amica il giorno dopo ha preso un appuntamento poco prima di pranzo, prima di uscire mi ha chiesto se per pranzo avrei voluto un po’ di pasta. Io la pasta non la mangio mai.. ma sì dai, approfittiamo della vacanza per offrire al palato sapori dimenticati. Bene, ha detto lei, allora ci pensi tu?
Nemmeno questa era una domanda. C’è il pesto, ci sono i pomodorini, ha continuato ignorando il terrore nei miei occhi, cosa preferisci? Io ho mostrato interesse, anzi desiderio morboso, per il pesto pronto, nonostante l’avessimo mangiato due giorni prima. Poi lei è uscita, non prima di aver risposto alla mia domanda apparentemente noncurante della sua propria importanza: a che ora deve esser pronto il pranzo?
Avevo trenta minuti, ma ne ho sprecati dieci per riuscire a connettermi col cellulare per cercare la ricetta che volevo, l’unica che mi è venuta in mente su due piedi, perché per me “pomodorini” e “pesto” nella stessa frase significano una cosa sola: ricetta carlofortina. Mi mancava solo il tonno, che naturalmente non avevo fresco, ma tanto io il tonno fresco non l’ho mai visto in vita mia, quindi due scatolette andavano bene ugualmente. Ho preparato degli squisitissimi spaghetti alla carlofortina che abbiamo divorato con l’aggiunta di ricotta salata grattugiata fresca sulla pasta impiattata sono troppo brava un genio in cucina fiera di me puntualissima e adesso che scrivo pure affamata ma non è ancora ora di cena!
Che cuoca, ragazzi!

Ma sbaglio i verbi! Non so perché ma in questa settimana credo di aver sparato a caso tutte le mie cosecutio temporum, al punto che nemmeno io sapevo più di quale tempo parlavo: ieri? L’altr’anno? Anni fa? Remoto? Prossimo? Venturo? Che casino.

Durante la vacanza ho anche messo la mia testa nelle mani della mia parrucchiera di fiducia, che però mi ha tagliato più di quei due centimetri che avevo richiesto, e forse nemmeno la scalatura è quella che volevo io.. Ma la mia fiducia in cosa la riponevo? Forse solo nella gratuità del taglio e piega, va bene sto zitta e non mi lamento più. Con la piega liscia sembro una ventenne, ma lo scopo del taglio scalato era quello di favorire il boccolo autonomo, ovvero formatosi all’aria aperta senza aiuto esterno (di una parrucchiera).


Dopo aver visto, fra i libri a casa della mia amica, pochi cd ma pessimi (le sorelle Giuliette collezionano Pausini e Ferro, ve vojo di’), mi sono musicalmente ripresa coi Doors in cassetta dell'altra amica, ascoltati in macchina verso Modena, e con Pink Floyd fasulli (quei tributi o performed by di cui fatico a capire il senso) ascoltati durante la preparazione degli spaghetti (in sottofondo perché secondo me sono troppo diversi e non ho avuto la forza di alzare il volume) - nonché con le ninna nanne che avevo nella mia pennina usb e di cui vi feci l'elenco prima di partire.
Mi sono dovuta subire anche beautiful, uomini e donne, e cento vetrine in prima serata, ho la nausea al solo ricordo. In compenso ho visto due bei film, uno per bambini della Walt Disney, ma carinissimo anche per gli adulti Faccia a faccia, e uno inquietante ma bellissimo, soprattutto dopo le foto di Adams, North Face, di cui avevo sentito parlare (è tratto da un libro ed è una storia vera), ma che non avevo ancora visto.

I tacchi non li ho mai tirati fuori dalla valigia, perché sono fortunatamente saltati tutti i miei impegni danzerecci: non avevo granché voglia di andare a ballare, avevo più voglia di stare in compagnia e chiacchierare e di vita “normale” e anche di fare foto libera di camminare per ore, senza dover avvertire nessuno di un ritardo.
Proprio per via delle scarpe col tacco che non hanno privato il mio mini trolley di nulla, ho ricevuto tanti complimenti e richieste di consigli su come preparare una valigia facendo stare tutto l’occorrente per una settimana in così poco spazio e in così poco peso.
Il primo segreto è: andare ospite da amiche che forniscono asciugamani di tutte le dimensioni, pantofole, dentifricio bagnoschiuma e shampoo; successivamente: scegliere una camicina da notte a maniche corte anziché il pigiamone in pile (non ce l’ho, un pigiamone in pile) e sostituire la vestaglia da camera con una felpa che vada bene per il giorno e per la notte; indossare la felpa anche per il viaggio, sopra i due maglioni; mettere in viaggio il pantalone più ingombrante e lasciare in valigia quello aderente; non aver paura di arrotolare le magliette, e infilare i calzettoni nelle scarpe; lasciare fuori tutti gli oggetti piccoli, perché quelli devono essere inseriti successivamente nelle fessure fra un oggetto grande e l’altro: l’obiettivo finale non è l’ordine e la bellezza del bagaglio, ma la praticità; una novità degli ultimi anni in questa preparazione è sistemare i vestiti non sul fondo, ma di taglio (o perpendicolari al fondo, che dir si voglia) tanto il trolley per la maggior parte del tempo sta in piedi (ho calcolato) e così facendo non solo i vestiti non si appallottolano quando mettiamo il trolley in piedi (almeno quelli che non abbiamo già arrotolato volontariamente), ma si libera spazio alla sommità della valigia, spazio occupabile dalle cose che ci servono a portata di mano: portafogli, fazzoletti, cellulari, macchine fotografiche.
Durante la permanenza siete liberi di ripristinare l’ordine normale delle vostre cose, ad esempio vestiti separati da carica-batterie, boccette di profumo, pochette trucco, libri, videocamere e qualsiasi altro oggetto vi siate portati appresso, ma prima di ripartire non storcete il naso di fronte alla necessità di ripetere il gioco degli incastri con i vestiti sporchi piegati come nuovi o arrotolati ad arte (quindi non buttati alla rinfusa in una busta).
Se vi dico che il mio trolley di misure a norma ryanair pesava 8 chili e mezzo e che dentro c'era, oltre ai tacchi, anche il tomo simil-mattone di Anna Karenina mi eleggete viaggiatrice dell’anno?

Lunedì ho pensato che fare l’ospite stanca, che una settimana di ferie in cui devo comunque adeguarmi alla vita altrui è troppo, ma anche che se ho pensato questo significa che quest’anno non ero messa poi così male, col mio bisogno di fuga e di lontananza, in fondo io una vita che mi piace ce l’ho, non è perfetta né invidiabile, ma è mia e a me sta bene. Intanto a CasaMia progettavano di silurarmi, ma vi pare?!

La mia vacanza si è conclusa nel migliore dei modi: l’adorata e attesa neve è finalmente arrivata e la descrizione migliore della sensazione che mi ha suscitato è una frase dei miei vicini di posto fiorentini sul treno sostitutivo del rientro (io avevo il biglietto per quello che è stato cancellato a causa della neve, ma mi sono disperata? No): sembra di essere sull’orient express.



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