lunedì 27 febbraio 2012

Sfumature.


Una volta ho fatto un sogno. Ho sempre sognato tanto e ricordato tutti i miei sogni tranne in quel periodo in cui ero alcolizzata ma questo sogno era diverso.
Era diviso in due parti importanti: la prima apparentemente era solo il mio incubo ricorrente, la seconda apparentemente era solo la trasposizione onirica del mio sogno ad occhi aperti.

Per tanti anni, appena lasciata una casa, ho sognato di doverla lasciare in tutta fretta, di avere la padrona di casa alle costole, o i coinquilini, il sogno si incentrava sulla persona che aveva premuto affinché io lasciassi quella casa al più presto, non sulla casa o sullo sfratto in sé. Finché non mi tranquillizzavo nella nuova casa, continuavo a sognare di essere cacciata dalla precedente: come incubo era molto realistico perché, benché si svolgesse in maniera differente, corrispondeva a ciò che era successo nella realtà, ossia ero stata sfrattata e avevo un certo numero di giorni a disposizione per cercare una nuova sistemazione e per portar via le mie cose, principalmente scatoloni di libri che, nei sogni, si moltiplicavano, e un letto che, nel sogno, si abbinava a mobili pesanti o che non riuscivo ad aprire per prendere le ultime cose in tempo utile. Nei miei sogni c’era abbastanza materiale per una serie tv in dodici stagioni dal titolo “60 secondi”.
Per tanti anni, ogni volta che trovavo qualcuno che mi piaceva, ho fantasticato sul giorno in cui l’avrei presentato a tutti gli altri, perché l’idea di una sorta di comunità che riunisse persone importanti mi aveva sempre affascinato, e mi dispiaceva pertanto che le persone con le quali mi trovavo bene fossero così scollegate fra loro: c’era un’amica di vecchia data, c’era un collega del vecchio lavoro e uno del nuovo, c’erano una o due cugine, c’erano persone fidanzate, altre sposate, altre irrimediabilmente single e più o meno in pace per questo, e così via, ma soprattutto si trattava sempre più di persone che vivevano in città distanti fra loro, che vivevano vite distanti fra loro, che avevano interessi distanti se non addirittura contrastanti fra loro, e l’unica cosa che avevano in comune sembrava fossi proprio io. L’idea della vita come una grande festa, come quelle che si organizzano per i matrimoni (ma senza matrimonio né sposo), in cui persone fra le più disparate, ma con un'unica grande amicizia in comune, si riuniscono e si divertono assieme, era il mio sogno irrealizzabile. E perciò anche il mio cruccio più grande.

Poi una notte lo sognai davvero. Il sogno era così semplice e allo stesso tempo così diverso dal solito da essere inquietante. Avevo sempre pensato che raccontare i sogni fosse inutile, perché è impossibile riprodurre le sensazioni surreali che si provano durante il sogno, perché non c’è nulla da interpretare e perché comunque noi stessi, da svegli, perdiamo quell’aura di realismo che ci aveva dato il sogno, e non siamo in grado né di percepirla ancora per poterla descrivere, né di trasmetterla a chi ascolta. Per la prima volta in vita mia raccontai il mio sogno: era troppo assurdo per tenerlo per me, e allo stesso tempo aveva poco di mistico. Era strano e basta.
Nel sogno lasciavo la mia ultima casa, nulla di strano, ne avevo già lasciate tante, l’avevo già sognato tante volte: sapevo già che la casa del sogno non era mai strutturalmente come quella in cui avevo vissuto sino ad allora, sapevo che il coinquilino di turno non aveva nel sogno la stessa faccia della realtà, sapevo che potevano comparire oggetti da traslocare che nella realtà non possedevo. Stavolta era comparsa una persona, un Aiutante inaspettato, una ragazza che conoscevo, con la quale diversi anni prima a modo mio mi ero confidata a proposito di un grave avvenimento, dal quale mai avrei creduto di potermi riprendere. Ciononostante a lei non avevo mai dato grande importanza, perché in quel periodo non davo più importanza a nulla, ma evidentemente il mio inconscio aveva tenuto in serbo la sua immagine di Aiutante nel momento del bisogno per rifilarmela al momento più opportuno, possibilmente in sogno, che magari mi fa più effetto.

Avevo bisogno di aiuto? Secondo la Sibilla Morena sì, lei ne sapeva una più del diavolo e interpretava sempre i sogni in favore dell’Amore quello vero, ma contro un’imminente ennesimo trasloco, un coinquilino Pazzo, e un’Aiutante inaspettata, pure lei e il suo Amore dovettero fare un passo indietro e lasciare spazio ad un’interpretazione alternativa del mio sogno.
Io avevo bisogno d’aiuto e dovevo accettarlo, dovevo lasciar perdere l’orgoglio.
Per la precisione la Ragazza apparsa nel mio sogno doveva portare la mia macchina carica verso la casa nuova, mentre io vagavo nella vecchia, impazzita alla ricerca di oggetti che, sebbene fossi sempre stata attenta a tenerli vicini a me proprio per non trovarmi impreparata al momento di un trasloco, sembravano improvvisamente dotati di vita propria e di spirito carnascialesco, e si spostavano dalla mensola dov’erano sempre stati, poco prima che io arrivassi alla mensola, ricomparivano su una sedia ma appena arrivata lì non ero più sicura di averli visti con i miei occhi, infatti non erano sulla sedia.
La Ragazza apparsa nel mio sogno doveva ritornare con la macchina svuotata ed aiutarmi a caricarla di nuovo con le ultime, davvero ultime?, cose, ma nel sogno non tornava.
Fra tutti quelli che potevano tornare, l’unico che non doveva, non così presto non ho ancora finito, era il coinquilino Pazzo, e invece eccolo lì a sbraitare che cosa ci fai ancora qui ti avevo detto di andartene. Non l’ho mai detto alla Sibilla Morena né a nessun altro, ma il mio incubo ad occhi aperti è sempre stato esser cacciata senza una spiegazione precisa: non avrei mai preteso di poter porre rimedio al malfatto, se ho sbagliato e devo andare via me ne vado, dicevo, ma almeno spiegatemi perché. Nella vita reale cercavo qualcosa e non la trovavo, la cercavo lì dove avrebbe dovuto essere e non la trovavo, proprio come nei sogni, perciò non riuscivo ad andarmene, perché non avevo davvero tutto, mi mancava ancora una cosa, la più importante: la spiegazione.

Una volta ho fatto un sogno e da allora mi sono sempre chiesta se un giorno si sarebbe avverato, non perché io creda ai sogni premonitori, ma perché dopo quella volta e per un certo periodo, uno dopo l’altro i miei sogni cambiarono, mi diedero nuovi segnali, e tutti si sono avverati, tranne questo. Anche quando ho sognato cose assurde delle quali ho detto subito “questo non lo farò mai, impossibile”. Uno di quei sogni aveva ratti neri sulla cenere del caminetto e poi in una valigia, la Sibilla Morena interpretò: problemi in famiglia, per risolverli chiudi la valigia.
Col cavolo, risposi io.
Eccomi qui.
Uno di quei sogni aveva uno strano appuntamento di lavoro.
Lavoro? Vabbe’, strano.
Uno di quei sogni aveva una macchina rossa che non tornava, una pianta verde incredibilmente cresciuta, una piazza piena di amici e degli strani anatroccoli.
Matilde è davvero cresciuta. Non ho più la macchina rossa. Ho finalmente degli amici, perché ho capito in quale piazza li posso incontrare.

La Ragazza apparsa nel mio sogno non tornava con la mia macchina, perché? Il coinquilino Pazzo non voleva saperne di darmi ancora tempo per portar via la mia roba, dovevo andarmene subito, ed io uscivo dalla stanza in cui ci trovavamo per attraversare il corridoio e uscire da quella casa che non mi voleva. Ma non potevo. Il corridoio finiva con alcuni gradini che scendevano verso la porta d’ingresso, come negli atri dei vecchi palazzi, ma la strada mi veniva sbarrata da tanti piccoli anatroccoli, minuscoli come una monetina, che uscivano da una scatola e attraversavano il corridoio in orizzontale, zampettando meccanicamente, ed io non riuscivo ad andare oltre. Mi spaventavano i pennuti? Non era questo, il fatto è che non potevo saltarli (erano troppi) senza calpestarli, ma io dovevo andare oltre, dovevo lasciare quella casa. Ero nel panico perché ogni volta che fra gli anatroccoli si creava uno spazio vuoto dove poter appoggiare il piede, subito lo spazio veniva occupato da un altro anatroccolo che non si capiva più bene da dove fosse spuntato. Avevo appena deciso di ucciderli tutti, quando la Ragazza Aiutante è apparsa al mio fianco, inginocchiata sugli scalini e rivolta verso gli anatroccoli, mi ha detto che dovevo aspettare. Non posso aspettare! Ho risposto agitatissima. Sì che puoi, vedi? Devi aspettare che crescano, vedi? Solo due di loro però erano diventate delle anatre un po’ più grandi, una grande e l’altra delle dimensioni di un anatroccolo normale (quindi non formato mignon come gli altri). Mi sembrava un processo lentissimo, io avevo l’ansia, dovevo andare e dovevo passarci sopra, eppure non sapevo più perché, infatti era come se anche la Ragazza, che aveva occhi solo per la crescita degli anatroccoli, pensasse fra sé e sé “ma dove vuoi andare?! ma cosa devi fare!”. Lei non capiva la mia fretta. Io non potevo aspettare.
La Sibilla Morena riuscì per un attimo a sfornare una delle sue perle sull’Amore, prima di sentire la fine del sogno, infatti buttò lì, giuliva: è l’Amore che tu vuoi calpestare, devi lasciarlo crescere lentamente, non è una cosa che puoi avere subito, devi saper aspettare e farlo crescere e nutrirlo, come si fa con gli anatroccoli per farli diventare adulti.
Io non ero mai stata una persona paziente. Lo sembravo quando venivo lasciata sola con una mansione noiosa e ripetitiva, perché sapevo sfruttare la dimestichezza data dalla ripetitività per perdermi nei miei pensieri. Ma con le persone a me vicine non ero mai stata paziente. Proseguii il racconto consapevole di poter togliere l’onnipresente Amore dall’interpretazione del sogno e sostituirlo con la più preziosa Amicizia.

Io ero in realtà già dall’altra parte della fila disordinata di anatroccoli dispettosi che si moltiplicavano a vista d’occhio, anche quando la Ragazza Aiutante mi ha fermata io ero già dall’altra parte, ciononostante ero agitata e ansiosa, ansiosa di ucciderli tutti, perché dovevo andare. Ad un certo punto ho potuto andar via: è stato quando la porta d’ingresso della casa con la parete tutta è scomparsa, e quegli scalini di un vecchio palazzo sono diventati gradinate da stadio comunale abbandonato, anzi no, da piazzetta di paese soleggiata e ridente, di quelle in cui ci si incontra con gli amichetti dopo pranzo, o dopo il catechismo, a dodici anni, per far bravate con la bici sui gradoni, per chiacchierare con le amichette e guardare da lontano, maliziose e timide al tempo stesso, i maschietti che fanno i valorosi sfracellandosi sul cemento ai piedi dei gradoni.
Accovacciata sulle gradinate, non avendo più anatroccoli da seguire nella loro crescita, mi sono girata e dietro di me c’era la piazza, una fontana al centro, asciutta, forse un albero, e diverse persone: qualche cugina, qualcuna delle ragazze di un corso che frequentavo in quel periodo, amiche recenti che però, a ben vedere, erano tali già da un paio d’anni, vecchie amiche dimenticate. Erano lì, mancavo solo io.
E la Ragazza apparsa nel mio sogno per aiutarmi, lei non c’era.
Ad un certo punto, prima che quello strano sogno diventasse un sogno normale e prima di svegliarmi, è arrivata la mia macchina rossa, carica come sempre negli ultimi anni, piena dell’ultimo trasloco, e guidata dalla Ragazza Aiutante, che è scesa e mi ha detto “eccola qua”, lasciandola in mezzo alla piazza. La domanda: “come mai sei qui e non alla casa nuova?” non mi è nemmeno venuta in mente, perché quello era già un altro sogno, e perché la mia attenzione era attirata dalla pianta dentro la macchina: gli ultimi traslochi infatti erano stati caratterizzati dalla presenza di Matilde sul sedile del passeggero; con Matilde sono andata anche in ferie, arrivavo in albergo con lei in braccio e spiegavo che non potevo lasciarla sola. A quei tempi avevo anche Bambù, ma nel sogno lui non c’era, io e Matilde abbiamo viaggiato anche assieme a Bambù, ma lui è morto, non ha retto l’ultimo trasloco. Anche Matilde, ho scoperto, è morta, ma non prima di riprodursi: forse per questo nel sogno la macchina era invasa dal verde delle sue foglie?
Nella macchina c’era anche la mia sedia Ikea pieghevole, che sul catalogo veniva mostrata appesa ad un gancio alla parete per risparmiare spazio nelle cucine piccole, e che era appesa ad un gancio anche nella mia macchina, dietro il sedile anteriore, ma non era sola: anche dietro il sedile del passeggero era appesa una sedia simile, benché nella realtà io ne possedessi solo una. Vediamo se indovinate come ha interpretato questo fatto la Sibilla Morena? Esatto: avrei trovato la serenità, rappresentata dal verde della pianta, solo una volta trovato l’Amore, rappresentato dalla seconda sedia, ma attenzione! La sedia in sé significa stabilità domestica, quindi niente più vagabondaggi.
Ma cosa c’entra l’Amore, protestai io timidamente, nel sogno ci sono tutte le mie amicizie, tutte assieme come avevo sempre desiderato. Questo è impossibile, disse lapidaria la Sibilla Morena, non si può avere tutti assieme nello stesso posto. Ed io di tutta l’interpretazione colsi solo quell’ultima frase. Mi appigliai solo a quella.

Questo è impossibile.
Ecco quale era sempre stato il mio problema: mi disperavo perché non riuscivo a riunire assieme tante persone così diverse che, forse, nemmeno per fare un favore a me si sarebbero sopportate fra loro. Mi disperavo per una cosa che era impossibile.
Ed io? Io perché frequentavo persone così diverse? No, non così diverse fra loro: così diverse da me.
Ed io? Io com’ero? Che persona ero?
Ho fatto tante cose da allora, nell’ambito delle mie amicizie, veramente di tutto: ho iniziato a camminare a testa bassa, ho di nuovo smesso di parlare, ho iniziato ad osservare davvero, a riflettere a fondo, solo apparentemente indifferente, a porre domande a me, a cercare ovunque, ma sopratutto in me, le risposte migliori. Ho iniziato a studiarmi. Non ho iniziato a credere ai sogni premonitori. Semplicemente il mio inconscio, come sempre, mi aveva suggerito quelle cose che io, troppo ansiosa e poco paziente, non vedevo nonostante fossero sotto il mio naso: io non ero così, io non volevo essere così.
Una volta ho fatto un sogno, e tutto ciò che sognai fu: me stessa, cosa non mi piaceva e cosa avrei voluto, e semplicemente raccontandolo ad un’altra persona, ho scoperto anche cosa avrei potuto ottenere, se solo avessi avuto pazienza, e cosa invece era impossibile, a meno che la pazienza non faccia miracoli. Ho fatto un sogno che era solo un sogno, però si addiceva così tanto a me!
Ho smesso di desiderare la piazza gremita come per una festa di matrimonio, e nel frattempo sono cambiata troppo per ricordarmi cosa ci trovassi di bello.
Ho imparato ad avere pazienza, a non stancarmi subito se un’amicizia non decolla, e ho capito che, quando l’amicizia parte subito in quarta, io per prima dubito della sua sincerità: io non sono così veloce. Se a quei tempi volevo amicizie subitanee era solo perché vedevo che per tutti gli altri era così, così semplice, e per me no; nei tempi lunghi in cui io riuscivo a trovare un amico, gli altri ne conquistavano dieci; nel tempo che impiegavo a convincermi che quella persona mi piacesse, gli altri avevano già dichiarato amore eterno, si erano tagliati sul palmo per il patto di sangue, avevano donato un rene, il midollo osseo e in alcuni casi anche la vita per il nuovo amico di turno, mentre io ancora mi interrogavo su cosa intendesse dire il mio amico (amico?) quella sera quando io non ho risposto subito.
Ho imparato che ognuno ha i suoi tempi, e i suoi modi, e i suoi gusti. È normale così.

Da allora i miei amici sono aumentati a vista d’occhio, non ci credo nemmeno io.
Da allora ho introdotto nuove specie di amicizia: una specie che mi piace molto è quella “del saluto”. I miei amici di saluto mi piacciono molto, non so nulla di loro, né il nome né cosa fanno nella vita, spesso le uniche informazioni sono dove lavorano e come sorridono. Le incontro sul lavoro, le riconosco per strada, ci salutiamo e ci sorridiamo, ogni volta. Talvolta qualcun'altro incuriosito mi chiede “lo conosci?” ma io no, non lo conosco, l’ho solo riconosciuto. A volte saluto ancor prima di ricordarmi dove l’ho già visto, e questo un po’ mi preoccupa, perché mi è capitato anche di incontrare persone che non mi erano piaciute, ma sono la minima parte.
Poi ci sono gli amici “del sorriso”. I miei amici del sorriso sono silenziosi quanto me, perché la situazione non richiede parole, sono persone che rivedo sempre nello stesso posto, di solito un posto neutro (cioè non è il posto di lavoro di nessuno dei due), ci vediamo per l’ennesima volta, talvolta abbiamo assistito assieme a scenette particolari, altre volte abbiamo fatto per dire qualcosa, ma non abbiamo mai parlato, entrambi però ricordiamo seppur vagamente l’atmosfera dell’episodio, e quando ci rivediamo, ci riconosciamo e ci sorridiamo. Ho anche molti amici di sorriso.
Poi ci sono gli amici “dello scambio fugace”, sono quelli che in qualche modo conosco, ma non so più dire amici di quali amici siano. Ci incontriamo, e scambiamo qualche chiacchiera veloce e superficiale, ma in qualche modo graditissima, si tratta di persone sorridenti che, se guardo da un’altra parte, chiamano il mio nome allegramente e, se sono girate da un’altra parte, mi invogliano a chiamare il loro nome allegramente, ad avvicinarmi, perché so che lo scambio sarà fugace ma piacevole.
Poi ci sono gli amici “di penna”. Sono quelli che mi scrivono davvero raramente, ma so che quando scrivono “mi manchi” sono sinceri, perché per me è lo stesso e neppure io scrivo loro spesso. È un “mi manchi” diverso da quello falso di chi inseguo per ottenere una risposta, per poter far sì che si tratti di un vero scambio e non di un accanimento tutto mio. Sono davvero pochi, perché non concedo fiducia in absentia, e infatti sono persone con le quali ho costruito un’amicizia ben prima della lontananza, della quale io non dubito più, nonostante lo scambio sia così rarefatto.
A volte mi vien voglia di ricontattare persone che non sento da un po’, ma in definitiva ciò che succede è che io scrivo loro due mail o lettere all’anno, per le quali ricevo una prima risposta più o meno immediata provocata da stupore: sono persone che non mi conoscono affatto, penso sempre, altrimenti non si stupirebbero di ricevere un mio scritto; segue promessa di sentirci più spesso, ma alla mia seconda mail o lettera non arriva risposta, forse scherzavano. Ogni anno però ci ricasco, ci ritento, e intanto gli anni passano.
Gli amici "di penna" invece non aspettano me per aver voglia di scrivermi, perché sono amici.


Gli anni intanto passano.
Ed io, cammina cammina, ho imparato a non separare il bianco dal nero nettamente, ho imparato le sfumature d’amicizia.

4 commenti:

  1. le sfumature d'amicizia sono mille e una, come le stelle nel firmamento. E saperne godere anche minimamente di ciò che gli amici, conoscenti, lontane presenze ci riscaldano il cuore, portano il sole in giornate altrimenti grige...

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  2. Cara Elle,
    ci sono volte in cui proprio ti invidio e questa è una di quelle.
    Io non sono mai riuscito a dare un inquadramento così preciso alla parola amico e amicizia e nemmeno sono così capace a riconoscerne le sfumature.
    Troppo spesso si utilizzano quelle parole a sproposito e io ne sono un po restio.

    Un abbraccio.

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  3. bellissimo questo panorama sull'amicizia cogli sempre l'essenza delle cose e queste pagine sono veramente belle

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  4. Erika ma quant'è vero quello che hai scritto!? E pensa che io non lo sapevo, e solo da pochi anni mi godo il mio nuovo firmamento, e accetto il sole dalle mie nuove stelle :)
    Sono ancora per le amicizie per la vita, ma non escludo le altre, però sono troppo legata alle selezioni per smettere del tutto di farne, solo che ora l'unico vero requisito è: se mi fa stare bene può restare altrimenti.. RAUS!! ;)

    Granduca, sei giovane, hai tutto il tempo per imparare a capirti e per capire l'amicizia: a me certe parole (o "paroloni" gridati) non piacciono, quando le uso lo faccio in maniera diversa rispetto agli altri e per questo mi incasino, mi illudo, rimango delusa.. e mi trovi d'accordo nel non usare certe parole a sproposito. Non c'è molto da invidiare, sono lentissima a capire, ma tutto sta nell'iniziare ;)

    Grazie Alba è una faticaccia, ma quando ci riesco sento di aver fatto un passo avanti nella mia vita, e ne sono felice, quando poi riesco a mettere tutto nero su bianco in maniera comprensibile se non addirittura piacevole da leggere.. che traguardo! :)

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