mercoledì 25 aprile 2012

Disoccupazione creativa.

Le amiche a volte mi pensano quando leggono il giornale.
Ho ricevuto ieri una lettera dalla mia amica RosaLux che, dopo aver letto della mia più recente quotidianità, ha pensato a me mentre leggeva il seguente articolo apparso su La Repubblica di non so quando, che io vi riporto dalla pagina internet del quotidiano (ah, sì, è del 13 aprile) mentre lei mi ha spedito il ritaglio di giornale nella sua lettera, come facciamo sempre quando ci vogliamo scambiare idee e impressioni. Secondo lei l'autore dell'articolo parla in qualche modo di me (evidenziazioni mie):

Il rinascimento delle metropoli/2 - È la disoccupazione creativa che ci difenderà dal mercato

Sono passati più di trent'anni da quando Ivan Illich scrisse un corrosivo pamphlet, "Il diritto alla disoccupazione creativa", nel quale teorizzava che contrariamente alle preoccupazioni sulla piena occupazione e al verbo di sinistra e di destra sul valore del lavoro c'era un'altra via, quella di concepire la propria disoccupazione come un'occasione straordinaria per uscire dalle logiche solite del salario e del mercato. Illich rivendicava uno spazio alla disoccupazione creativa nel quale si mettevano in dubbio le logiche che avevano trasformato il lavoro in qualcosa da fare per un salario e invece si riscattava la natura liberatoria di pratiche, azioni, saper fare, attività individuali e collettive che lui chiamava vernacolari. (segue dalla copertina) Vernacolare era secondo lui quello che nasceva dalla logica del fare qualcosa per sé o per gli altri, dall'orto all'asilo gestito in comune, dal mutuo appoggio al fare artigiano, artistico o letterario. Il diritto alla disoccupazione creativa leggeva nella schiavitù del lavoro salariato la peggiore delle maledizioni che l'uomo moderno si era inventato e nel recupero del fare per sé e per gli altri una magnifica strada per una società conviviale. Oggi le tesi di Ivan Illich sono riprese da Richard Sennett nel suo bel libro "Insieme" che racconta come i luoghi che più hanno costituito comunità e democrazia dal basso sono stati nella storia i "workshop", i laboratori artigiani proprio perché è nel fare con le mani, con il corpo e con gli altri che si crea quel legame che consente alle comunità di resistere alla stupidità suicida del capitalismo. L'arte del fare cose belle, utili, insieme cioè dell'avere un saper fare individuale o collettivo è ben lontana dall'idea di lavoro propugnata da un neoliberalismo che vorrebbe tutti dequalificati e decentrati e che sembra diventato più un piagnisteo bancario che un progetto di società. Strano che in un paese come l'Italia che ha inventato la qualità del fare ci si faccia prendere in giro da formule di rilancio dell'economia che non tengono conto dello straordinario potenziale che hanno le pratiche in cui la gente si realizza, sente di essere utile, sente di possedere un mestiere. Mi sono commosso poco tempo fa visitando un laboratorio di sarti di altissimo livello in un paesino sperduto e bello dell'Abruzzo: le mani del migliaio di sarti che vi lavoravano conoscevano stoffe e corpi che dovevano indossarle, sagomavano, davano il garbo a giacche, tendevano pantaloni e dettagliavano asole con una felicità che poi spiegava come mai tra i loro clienti c'era e c'è Obama, Clinton e tutti i James Bond. Ma la logica del lavoro artigiano di alta qualità è la stessa degli artisti che non pensano di "lavorare" quando dipingono o quando scolpiscono, o degli scrittori che non ragionano con un tanto a parola, ma con la soddisfazione che gli viene dalle trippe profonde mentre buttano giù le righe. Effettivamente la crisi attuale potrebbe essere un modo di uscire finalmente dalla logica risicata dei banchieri e degli economisti nostrani. È solo l'energia, la gioia, la creatività, quella che soprattutto hanno i giovani a potere inventare "valore". Il valore, e questo gli economisti una volta lo sapevano, esiste prima del denaro. In altri paesi è così che si è fatto il salto in avanti, dando spazio proprio a queste arti e a queste culture del fare e spremendo l'entusiasmo giovanile nelle passioni pratiche. Ma come si fa ad aspettarsi una cosa del genere in un paese come l'Italia che ha pianificato il genocidio dei propri giovani, che è stata la prima generazione a ricordo d'uomo ad avere deciso che per i giovani non c'era altra strada che quella di mettersi in ginocchio di fronte agli sdentati e pavidi adulti. In Cina, in Brasile, in Argentina, in India gli artisti, gli artigiani, coloro che si riappropriano delle risorse della terra, le cooperative di consumo, le cooperative di autocostruzione, l'educazione autogestita, i social network, l'informatica come accesso alle informazioni e come dibattito e discussione, tutto questo ha consentito e consente il "grande balzo in avanti". E non si tratta della banalizzazione delle idee di Ivan Illich operata oggi da coloro che si battono per la decrescita. La decrescita è ancora nella logica economica. Qui si tratta di riappropriarsi del valore del tempo, dei gesti, delle pratiche, dei saper fare e saper dire, del saper stare insieme e sapere gestire le risorse naturali e culturali. Il tesoro che i banchieri tanto cercano sta qui, e non si tratta di tirare la cinghia ma proprio del contrario dell'avere della vita e della società una concezione ricca e creativa. Quella che l'Italia ha insegnato al mondo nella sua passione per il bello, l'interessante, il fatto bene e che è stata cancellata dal ventennio più volgare che questo paese abbia avuto. Ma chissà che invece la crisi non aiuti anche noi a riscoprire il "valore" del valore.
FRANCO LA CECLA


Io adesso vorrei leggere sia Il diritto alla disoccupazione creativa di Ivan Illich, sia Insieme di Richard Sennett.

5 commenti:

  1. Buongiorno Elle, questo articolo lo avevo già letto. Credo sia una rappresentazione abbastanza reale di ciò che sta accadendo in questo paese, o forse ovunque. Ci troviamo in uno stato di alienazione totale, in cui tutti ( o quasi ) ci ritroviamo stereotipati in un ruolo che potremmo definire di "lavoratori" o "disoccupati". Ma in effetti, molti disoccupati, non sono veri disoccupati, sono persone che vorrebbero riuscire a fare della propria passione, della propria arte un lavoro. Il problema, è che in questa società di merda, sembra non essserrci nessun apprezzamento per chi vive al di fuori degli shemi, o meglio, per chi ha una mente che va al di fuori degli schemi. Io sono fortunata e sfortunata insieme, ho un buon lavoro, ma non lo amo più. Non lo amo più perchè tutto attorno è cambiato, il livello dei clienti e della gente in genere scende sempre di più. Qui si peggiora.Ora come ora, mi cago addosso all'idea di lanciarmi nel vuoto..per fare cosa poi ? Intanto Giuseppe, stà rischiando, stà trasformando il suo sogno in realtà, e spero con tutto il cuore, che possa volare in alto.
    Paradossalmente, seppur il lavoro, (sulla carta) è un diritto, forse la disoccupazione creativa , regala molte più soddisfazioni di tipo personale ! La verità è che siamo messi male.
    Buona giornata :)

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  2. Parole sante!
    Sono schiava di un lavoro sottoretribuito e ho dovuto rinunciare a tutte le idee e creatività che c'è in me. Mi hai messo voglia di fare qualcosa di bello.
    un abbraccio

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  3. Cara Elle, il problema occidentale del lavoro( quando leggo/sento welfare mi viene l' orticaria) si risolverà solo ponendo l' uomo al centro della nostra economia e non il denaro vero o virtuale che sia, uno stato, il mondo, fondato sulla finanza, implode, cosa che poi e' accaduta e non da adesso...solo che fino ad oggi tutti i mestieranti delle economia mondiale tenevano ben nascosto...ora la " crisi" e' esplosa in tutto il suo dramma... E' la soluzione e' proprio questa...porre l' accento sul cooperare, sulla creatività del singolo e di tanti, di cominciare a pensare come fanno già altri stati, dove il PIL e' stato sostituito dal FIL( felicita' interna lorda) o dal BES ( Benessere equo sostenibile) questo e' il " segreto" per esempio dell' Argentina o del Brasile, della nuova Zelanda e da poco dell' Islanda ed Iralanda, il processo e' lungo e doloroso, ma se cominciamo a parlarne nei nostri blog, nel nostro quotidiano, se cominciamo ad ipotizzare soluzioni diverse partendo sopratutto da noi, la conoscenza del " si può" prima poi come la goccia sulla roccia...creerà consapevolezza e costruirà speranze e le speranze movimenti...sono utopista? Sono un inguaribile ottimista? Una pazza da legare? Si lo sono...ma credo nell' uomo...un abbraccio :)

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  4. A me piacerebbe non fare un cazzo e basta.Ci vorebbe un saggio sul fancazzismo passivo :)
    A parte gli scherzi, l'articolo che hai postato dice cose sacrosante.Il limite della teoria però è che la si condivide in pochi, mentre il resto del mondo è in fibrillo per l'acquisto del nuovo iPad o di uno smartphone che cucini le uova.

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  5. Passo per un saluto veloce alla disoccupata piu simpatica che conosco!
    Ps non ho letto l'articolo. Il wifi lo uso come il sale.. A piccole dosi!
    Bacione da Cipro:-)

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