martedì 15 maggio 2012

Viaggio in Sardegna di Michela Murgia.

Negli ultimi giorni ho constatato come buona parte della mia vita, dai contatti umani alle ricette di dolci, dalle curiosità alla necessità di informazioni, fino alle preziosissime foto delle vacanze, si svolga tramite il computer e internet. Per quanto riguarda le foto delle vacanze da mostrare ai congiunti, potevo anche risparmiarmi la visione di una madre che sonnecchia, due o tre fossili che con lo sguardo fisso commentano "mm", e uno zio che da un sassolino nascosto sotto la sabbia nella foto del mare tira fuori l'ennesimo racconto di vita vissuta (con l'infanzia e la vecchiaia da pensionato come estremi temporali del raccontabile) e distrae tutti dalla presentazione delle foto. E dire che dopo il problema tecnico avevo convinto tutti dell'urgenza di riavere al più presto il mio computer proprio con la promessa delle foto! Non potevano cambiare argomento per farmi capire che le foto no, piuttosto ti paghiamo la riparazione così ti chiudi di nuovo in camera?

Per quanto riguarda gli aggiornamenti, invece, dopo mail, pagine di curiosità, voci depennate sulla lista mentale, letture, scritture e cervicale parlante, io sono stanca di avere di nuovo il computer, innanzitutto perché mi distrae dalla lettura del secondo libro che mi sono regalata al rientro dalle vacanze, a cui mi dedicherò dopo questo post. In secondo luogo perché rischiava di rallentarmi nella lettura del primo libro che mi sono regalata al rientro dalle vacanze (mi raccomando non mandatemi all'ipermercato con più soldi di quelli necessari per pane e companatico), ovvero Viaggio in Sardegna, un bellissimo quadro geografico, storico, culturale della Sardegna, che accompagna il lettore lungo undici percorsi sconosciuti alla sua fama di isola bellissima, e protegge dai "falsi amici" che questa procura agli incauti turisti. Della serie: non è tutto mare porchetto banditi e il-sardo-è-una-lingua-non-è-un-dialetto.
Mi è piaciuto perché spiega anche la storia, e la preistoria!, e le tradizioni, ma anche l'attualità (che rinnega le prime, dove può), e la cultura!, inoltre suggerisce posti incantevoli da vedere, ma svela anche cosa in Sardegna è impossibile o difficile da trovare (ad esempio negozi, al di fuori dei centri commerciali, che facciano orario continuato). Solo alla fine l'autrice si è persa del tutto, con un finale assurdo che non so se riportarvi o no ma... Insomma, ditemi voi se dopo aver descritto la Sardegna come un luogo dove ancora oggi, inconsciamente, persistono pratiche mentali ancestrali come considerare la donna il capo famiglia, l'elemento principale della società o, al massimo, un personaggio paritario rispetto all'uomo; se dopo aver detto a tutti che nell'arte del racconto tutti i sardi sono maestri, le donne anzitutto, grazie a quella loro necessità di tenere per sé il privato e raccontare solo il fantastico, ditemi se poteva concludere così: "Il racconto del focolare [...] ha rappresentato per secoli il diversivo alla quotidianità di cui la televisione ancora da venire avrebbe poi preso il posto, con i suoi quiz, le sue fiction e le sue scosciate veline, il nuovo emblema della femminilità isolana, in ordine di tempo le ultime janas* su cui fantasticare".
Ha spezzato l'incantesimo così.
Ma si può?

Ma è lo 0,001% di un libro che per il resto mi è piaciuto molto, un libro diverso dai soliti libri sulla Sardegna - e ve lo dice una che ne ha letti quasi tre, compreso questo.
Mi è piaciuto molto e ho pure sottolineato alcune frasi che mi hanno incuriosito, e che ora vi riporto perché voglio consigliarvi di leggerlo e poi vi lascio, e mi dedico al mio secondo libro, stavolta un romanzo.

Sul mistero che avvolge i nuraghe e la loro funzione:
"Nei racconti degli anziani è presente la memoria di un tempo in cui da ogni nuraghe se ne vedevano sempre altri due".

Sulla civiltà nuragica:
"Dallo studio delle statuine bronzee emerge nitidamente un altro elemento interessante: la pari considerazione dell'uomo e della donna nella società nuragica".

Sull'identità e sulle apparenze: ovvero sul legame tra la voglia d'indipendenza dell’isola e la "libertà di essere sardi solo per se stessi, senza sospingersi a vicenda a 'fare i sardi' per gli altri".

Sulle usanze: a quanto pare i sardi usano ancora oggi distribuire "a vicini e conoscenti le eccedenze di ogni grazia alimentare".

Sulla fama dell'isola:
"Quello che maggiormente determina il successo o l'insuccesso dell'impatto con la Sardegna, trattandosi di uno dei luoghi più presenti e delineati nell'immaginario comune, è la corrispondenza tra ciò che si vede e le aspettative di chi guarda".

Sull'insicurezza dei sardi camuffata da autoironia:
"E si finisce per ridere di ciò che di se stessi si crede appaia ridicolo agli occhi degli altri".

Sulle donne scrittrici:
"Non c'era praticamente nulla di strano che una donna divenisse narratore, anche di enorme fama, in un mondo in cui praticamente ogni focolare era a suo modo un circolo letterario".

Un errore finale (potevo non farci caso?):
"la volontà [...] di voler testimoniare".
Siccome il termine "volontà" esprime già il concetto di "volere" e viceversa, bastava dire "la volontà di testimoniare". Ma in questo era maestro il mio professore di informatica con i suoi “la capacità di poter essere capaci di riuscire”.

Infine, come biglietto da visita non della Sardegna ma del libro, vi riporto un brano più lungo sul mare, perché penso che, nonostante la Sardegna secondo me non sia "uno dei luoghi più presenti e delineati nell'immaginario comune", è senz'altro un luogo che, quando è presente nell’immaginario comune, è delineato attraverso il suo mare:
"Avere milleottocento chilometri di coste incantevoli, tutte diverse, può essere una fortuna molto meno invidiabile di quanto non sembri a prima vista alle migliaia di turisti incantati che vengono ogni anno in vacanza in Sardegna. Lungo i secoli i sardi sono diventati piuttosto consapevoli del fatto che il mare possa portare cose peggiori di turisti in bermuda e pesce fresco, e i più anziani conservano spesso nei suoi riguardi una sana diffidenza, al punto che anche nei paesi costieri è molto frequente trovare persone che si vantano di non aver mai imparato a nuotare".
Se volete scoprire il perché di questa particolarità, leggete Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non si vede, di Michela Murgia. Buona lettura. 


*Le janas (iànas) sono fate leggendarie (però io di fate storiche non ho mai sentito) o anche streghe che, dalle loro grotte scavate nella roccia (le domus de jana, ancora oggi visibili a occhio nudo in Sardegna, basta sapere dove guardare), uscivano solo di notte per non rovinare la loro pelle bianca.
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