sabato 7 luglio 2012

Tre atti e due tempi di Giorgio Faletti.

Io Faletti me lo immagino vestito da poliziotto. Non credo di averlo mai seguito quando si vestiva da poliziotto, ho solo un’immagine ricordo, però ho anni di esperienza in battute di spirito, e quando leggo i suoi romanzi riconosco il comico che c’è in lui. Anche ora che il suo stile narrativo è migliorato tantissimo, da quel punto di vista, fra le righe, nella trama, il comico c’è sempre.
I suoi romanzi mi piacciono*, il thriller c’è, ma nel primo mi aveva lasciata perplessa quell’overdose di giochi di parole frizzanti, di battute, di doppi sensi da seguire. E anche oggi, mentre leggevo il suo ultimo romanzo, sono ritornata su certe penultime frasi, infatti del suo stile ho imparato che, se l’ultima frase mi suona strana, non è perché non è un bravo narratore, ma è perché io mi sono distratta sulla penultima frase, e una volta giunta all’ultima non ho notato immediatamente il riferimento.
Ad esempio, ad un tratto ho letto la frase “temo che dovrà credere a tutti e tre”.
Tre? Non ha elencato tre cose alle quali credere, me ne sarei accorta, vista la mia fissazione col tre, vuoi vedere che c’era il giochino e io non l’ho afferrato?
Eccolo, infatti, nella penultima frase: “forse non riesce a credere a me, forse non riesce a credere alle sue orecchie”. Notate la finezza? Le orecchie sono due, quindi deve credere a tre cose.
Questo è il Faletti migliorato, perché il primo romanzo era pieno zeppo di queste espressioni, e ciò che fermava l’attenzione e faceva corrugare la fronte per la perplessità era invece leggere una frase normale e lineare.

La mia esperienza come lettrice che si immedesima, mi porta invece a notare i dettagli. In un thriller, anche se non è un giallo, sono importanti. La differenza fra un thriller e un giallo infatti non è che l’assassino nei thriller di solito è uno psicopatico serial killer, mentre nel giallo è l’ossequioso maggiordomo, ma sta tutto nel punto di vista del lettore.
Nei gialli il punto di vista del lettore è lo stesso di chi indaga, cioè al lettore vengono fornite tutte le informazioni che ha anche chi indaga, il lettore sente tutte le frasi che sente chi indaga, e se una scena non si verifica in presenza di chi indaga, il lettore non ne saprà nulla. Lo dimostra il fatto che alla fine, quando si scopre l’assassino, quando si scopre come ha fatto e quando si scopre come l’ha scoperto chi indaga, ogni lettore dirà: “cavoli è vero!!” Il lettore è potenzialmente in grado di scoprire l’assassino a dieci pagine dalla fine, quando chi indaga dice “ora ho capito!” ed esce dalla stanza per andare a cercare conferma della sua ipotesi. Non ci sono mai veri e propri colpi di scena, anzi una volta un professore di letteratura contemporanea mi disse che una regola del genere è che tutti i personaggi del romanzo vengano presentati entro i primi capitoli, perché da un certo punto in poi il lettore deve essere in grado, volendo, di svolgere la sua indagine da solo.
Nel thriller non è così, il lettore si siede e si gode la descrizione dell’assassino e dei suoi pensieri malati già dall’incipit, per poi ritrovarsi seduto in punta di sedia, tesissimo, già dopo i primi capitoli, poi si rilassa perché chi indaga si sta avvicinando alla verità, e il lettore lo sa, perché parallelamente segue le mosse dell’assassino, ma ecco che di nuovo comincia la tensione, perché chi indaga si allontana di nuovo, anzi si avvicina troppo, ma dall’altra parte, sta per cadere anche lui nella trappola e non è detto che in un thriller non muoia anche lui, o comunque finisca male e il suo posto venga preso da qualcun altro. Il punto di vista del lettore di thriller è quasi onnisciente, perché sa cosa pensa l’assassino, sa se l’assassino è vicino a chi indaga, sa molte cose prima di chi indaga ed è pure in grado di dire “no, non andare, è una trappola!” a chi indaga, ma anche nel thriller a volte, fino a metà romanzo, l’identità precisa dell’assassino rimane nascosta. Il bello del thriller non sta nell’astuzia del lettore, che scova l’assassino grazie agli indizi, ma sta nella continua tensione, nel sudore freddo che lo avvolge quando si sta avvicinando alla soluzione, e questo torna ciclicamente per tutto il romanzo, perché la prima volta può essere anche a un terzo dall’inizio, e pertanto il lettore non è portato a pensare che tutto sta per risolversi di già: ci sarà la complicazione, il colpo di scena, l’ostacolo, la mossa stupida a rivoltare di nuovo tutto fino alla prossima pelle d’oca. Nel mezzo ci sono anche le descrizioni della vivisezione della vittima, dell’odio puro con anamnesi psichiatrica dell’omicida, della depressione psicologico-esistenziale del poliziotto che convive con il male puro, e tante altre cose che in un giallo non ci sono, perché un giallo di trecento pagine sarebbe noiosissimo.

Grazie alla mia esperienza come lettrice, se il protagonista si mette in tasca un cellulare non suo, e da nessuna parte prima o dopo il gesto c’è scritto che quel telefono viene spento o messo sul silenzioso, io comincio ad agitarmi, perché il protagonista potrebbe essersi appena inculato, oppure perché l’ha fatto l’autore, scordando questo piccolo particolare. Cerco sempre di consolarmi pensando che è un dettaglio irrilevante, che quel cellulare non verrà più nominato, o che cadrà dalla tasca finendo la sua batteria nello squillo a vuoto, inascoltato, e che sarà proprio questo il dettaglio rilevante del romanzo. Ecco, Faletti si è ricordato che quel telefono poteva squillare da un momento all’altro e mettere nei guai il protagonista, per questo motivo non riesco a dire che lui non è un bravo romanziere.

Ma questo romanzo non è un thriller, e l’argomento è il mondo del calcio e delle partite, di cui io non so nulla, a parte che si gioca in undici ma potrei sbagliarmi, perciò ci sono stati dei momenti in cui Faletti si è ricordato di precisare cose sulle quali io non avrei avuto alcun dubbio, perché non posso averne neanche volendo, mentre sono sicura che un lettore più addentro di me (e ci vuole pochissimo) si sarebbe insospettito subito: il protagonista infatti si spaccia per allenatore, ed io non ho battuto ciglio quando l’ho letto; era rischioso, certo, se l’avessero scoperto si sarebbero chiesti con maggiore preoccupazione dove fosse finito l’allenatore quello vero, l’avrebbero cercato; invece questo problema a quanto pare è secondario, rispetto alle conseguenze che la sostituzione avrebbe avuto sulla partita se fosse stata scoperta: il protagonista non aveva il patentino da allenatore, quindi la partita sarebbe stata annullata, o comunque contestata dagli avversari, soprattutto se gli avversari avessero perso. E io non lo sapevo.

Certo ci potrebbe essere qualcuno che gli rilegge il romanzo e glielo corregge, di solito anzi c’è, perciò mi chiedo perché nessuno abbia corretto il suo uso di “reciproci” quando il portiere si riscalda prima della partita, parando le palle che il suo allenatore gli lancia. Entrambi i portieri di entrambe le squadre. Cioè di portieri mi pare ce ne siano due per ogni squadra e infatti la frase precisa è: “i portieri si alternano con i reciproci allenatori negli esercizi…” e da questa frase io immagino che i due portieri di una squadra si alternino alla porta per fare gli esercizi, e lo stesso succeda per l’altra squadra. I “reciproci allenatori” non vuol dire nulla, forse intendeva dire “rispettivi”, ovvero ognuno si allena col proprio allenatore, non con quello dell’altra squadra; invece “reciproco” significa che una stessa cosa si riferisce a due persone, una nei confronti dell'altra, ad esempio un sentimento reciproco o assistenza reciproca: significherebbe che anche l’allenatore si sta riscaldando? Nemmeno, perché anche volendo dare questo significato l’espressione sarebbe sbagliata: avrebbe dovuto scrivere che portiere e allenatore si "allenano reciprocamente" (?). O è come dico io, oppure confermiamo che io di calcio non ne capisco nulla, ed è per questo che la frase non mi quadra.
Un’altra cosa che mi ha lasciata perplessa è che ad un certo punto “i ragazzi rientrano per l’intervallo” e sono fradici perché ha iniziato a piovere, “a tre minuti dalla fine” viene fischiata una punizione, ed io fra me e me ero contenta perché questa partita finalmente sarebbe finita e saremmo arrivati al dunque che però, lo sapevo, non era la scoperta dell’assassino, e invece no: “qualche minuto dopo un fischio ha segnato la fine del primo tempo”. Scusate ma il primo tempo e l’intervallo non sono la stessa cosa? Che intervallo hanno fatto prima, la merenda? Un minuto di raccoglimento per riposarsi? No, perché le maglie fradice se le cambiano alla fine del primo tempo, vanno negli spogliatoi e il narratore lo precisa che fanno anche questo. Insomma non capisco se sia un altro intervallo di cui non conoscevo l’esistenza, se sia un refuso cronologico, o se sia un’anticipazione narrativa ma a quel punto avrei da ridire sulla consecutio temporum, ma di brutto. Anche io voglio sfoggiare espressioni latine.

A proposito di calcio, davvero a me non me n’è mai fregato un pallone bucato, perciò credo che l’unico modo che avessi di guardarci dentro (e per di più dalla parte degli spogliatoi, e non dei tifosi, che è sempre meglio) fosse proprio quello di leggere per puro caso un romanzo che ne parla, perché se fosse stato per me, avrei continuato a non saperne nulla. Con questo romanzo ho imparato cose assurde che nemmeno immaginavo: la formazione va consegnata all’arbitro? E perché mai? Viene decisa una formazione!!? Io da pischella ho giocato a pallavolo per un anno (dovrei dire “stagione” ci scommetto) e non solo non ricordo una consegna all’arbitro, ma nemmeno avevo idea che la scelta dell’allenatore di mettermi in prima o in seconda linea fosse parte di una “formazione di gioco”. Cavoli, ero pure titolare, ma evidentemente totalmente fuori dal giro.

Una cosa che mi è piaciuta molto dell’ambiente descritto è quel senso di fiducia e di fedeltà che è molto sportivo, che io, che a volte tendo a denigrare le donne ed esaltare gli uomini, attribuisco sempre agli ambienti maschili forse perché, come recita il luogo comune, le donne sono più invidiose, o comunque reagiscono all’invidia in un modo che a me non piace: anziché sfidare l’antagonista per dimostrare di essere migliore rispetto a lei, la si infanga per dimostrare che lei non è migliore. Non è assurda come strategia? Siccome non sono una sportiva non so dire se nello sport le donne siano migliori che nella vita sociale, familiare, lavorativa.
Comunque non volevo dire questo, in realtà volevo riportarvi la frase che mi è piaciuta nel romanzo, e che non è direttamente legata al mondo dello sport, bensì al mondo della vita e alla luna della seconda occasione (per usare, con orgoglio da imitazione, un’espressione molto falettiana, perché quando leggo un romanzo io assorbo sempre un po’ dello stile e della lingua, quindi oggi per qualche ora penserò e scriverò secondo i sui giochi di parole e le sue metafore):

“- Sai ancora usare i pugni? -
- Sì. -
- E hai ancora voglia di farlo? -
- No. -
- Se vuoi puoi stare in magazzino. Serve qualcuno che sia forte e che non rompa i coglioni. -
Il passato, per quello che è possibile, me lo sono lasciato alle spalle. L’unica cosa che non ho scordato è quell’incontro in un pomeriggio di primavera, in uno spogliatoio, con un uomo che mi ha dato fiducia.
L’unica, forse, che io non abbia tradito.
Quando è morto, sono andato al suo funerale e ho lasciato un biglietto di condoglianze. Sopra c’era scritto solo Grazie. E sotto, come firma, Uno che non ha mai rotto i coglioni.”

(ps perché son pignola: fra l’una e l’altra di queste frasi ce n’erano altre che, se non ci fossero state, sarebbe stato meglio: così nudo e crudo questo scambio secondo me rende ugualmente l’idea, se non addirittura meglio, ma Faletti è così, a volte esagera con le spiegazioni).

Infine, nelle ultime pagine, per un attimo Faletti mi diventa Fabio Volo, ed io mi preoccupo perché non vorrei pensare che davvero gli uomini sono così, mi crollerebbe un mito: il protagonista ha addirittura riconosciuto il profumo per ambienti nel salotto, ma si può?? Spezie e ambra per la precisione, e questo mi fa sentire poco femminile perché non saprei proprio dire che profumo abbia l’ambra, a meno che non sia quello dell’ambra liquida della crema corpo dell’Erbolario, ma ero convinta che l’ambra fosse una pietra, quindi è una pietra profumata? Evviva l’ignoranza. Il protagonista di Faletti invece lo sa, forse lo comprava per la moglie, dai.
Siccome non posso analizzarvelo frase per frase, se volete sapere altro, leggetevelo, io in fondo ho capito solo che non è un thriller e che non parla di chimica.


*non ne ho mai comprato uno però..

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