lunedì 16 luglio 2012

La ragazza delle arance di Jostein Gaarder.

Un ragazzo "riceve" una lettera del padre morto undici anni prima; quando suo padre è morto aveva 4 anni, e da allora ha vissuto senza di lui, con nessun ricordo a parte quelli fittizi delle foto e dei video. La sua vita era continuata.

Un padre, saputo di dover morire presto (per una malattia), scrive una lettera al figlio di 4 anni, un bimbo che spesso gioca davanti a lui mentre lui gli scrive, ma si rivolge al suo figlio futuro, adolescente, anni dopo, quando (spera) il ragazzo troverà la lettera (che lui nasconde). Immagina suo figlio già adolescente, in grado di capire molte cose ma non ancora tutte, inizia con questioni pratiche sul cambiamento del mondo in dieci anni (ad esempio: il vecchio computer del padre, con il file originale della lettera, è un vecchio fisso con ms-dos come sistema operativo), e per arrivare a cosa? Cosa racconta un padre a un figlio?
Gli racconta di sé, proprio come farebbe un padre col figlio, solo che lui non ha avuto questa occasione. Non solo non l'ha visto crescere, ma non gli ha nemmeno raccontato i suoi aneddoti. O meglio: non solo sa che non lo vedrà crescere, ma sa anche che non potrà raccontargli i suoi aneddoti, indirizzarlo e incoraggiarlo e sostenerlo e raccontargli tanti episodi della sua vita prima che lui nascesse. Però può ovviare almeno al secondo inconveniente: con una lettera di una quarantina di pagine.

E così un ragazzo che non ha mai conosciuto suo padre, che considera la sua morte come un elemento fisso della casa alla stregua di un quadro o di un soprammobile, finalmente ne fa la conoscenza, lo sente parlare personalmente con le sue parole di sé, esprimere i propri pensieri e le proprie idee; lo sente parlargli da padre a figlio, o da adulto ad adulto, di argomenti apparentemente poco importanti o poco determinanti per un adolescente, ma in cui lui incredibilmente si riconosce.
E così il ragazzo si riscopre figlio di quell'uomo nelle foto e nei video, ritrova un padre e un rapporto con lui, e somiglianze. E si sente più grande e maturo, all'improvviso, perché risalendo a parte della sua origine, ha ritrovato parte della sua identità.


E così io mi sono ritrovata a riflettere sul fatto che la morte non impedisce di (soprav)vivere ancora nel futuro in qualche modo, ad esempio nel ricordo di chi ci ha conosciuto, o nell'assenza, per chi non ci ha conosciuto, soprattutto se ci vengono dati sei mesi di tempo per scrivere una lettera. Un giorno qualcuno leggerà anche le mie pagine (molte più di una quarantina) e capirà: capirà me e le mie idee, forse i miei pensieri, ed io sarò, per quella persona, finalmente qualcuno. Postuma.

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