lunedì 9 luglio 2012

L'ultima estate di Joan e altri racconti di Marco Goi.

Un bambino è seduto da solo su una panchina al parco.
Si avvicina un uomo con un lungo impermeabile.
Il bambino ha due occhioni grandi e marroni, coi quali fissa l'uomo con l'impermeabile lungo e con un sorrisone che si è appena fermato davanti a lui:
- Ciao bel bambino, cosa fai qui tutto solo? –
- Niente. –

(Elle, 1998)
(Credo che in origine fosse una barzelletta, ma non ne sono sicura, io comunque la raccontavo come tale)

A me piace leggere storie con un bell'incipit, al quale si ancora qualcosa di fluido, che a sua volta si concluderà in modo anche inaspettato, e nel frattempo il corpo della storia mi avvolge coinvolge e rapisce, ed io finisco di leggere con addosso la sensazione di essermi appena svegliata, un po' rincoglionita ma con un bel ricordo, o un ricordo fastidioso, di qualcosa che ho sognato e che non sono sicura di poter ricordare nel dettaglio.
Per questo motivo per lungo tempo non ho letto raccolte di racconti, infatti un racconto anche lungo è troppo breve per fare in tempo a capire come prendermi e portarmi via di mia spontanea volontà. Ma capita sempre quella raccolta di racconti che fa cambiare idea, nel mio caso non erano racconti, ma una raccolta di reportage e considerazioni di viaggio. E i blog, poi, non sono raccolte di racconti? Collegati cronologicamente, ma mica tutti sono un diario, in alcuni ogni giorno si parla di un argomento diverso.
Invaghirsi di una storia non sbragati sul letto o sul divano, bensì con la schiena eretta su poltrona ergonomica davanti ad uno schermo non è altrettanto semplice, per questo motivo per lungo tempo ho evitato gli eBook, precisamente fino a quando Amazon non mi ha proposto di scaricare gratuitamente il Kindle sul pc offrendomi anche vari titoli, in italiano e pure in tedesco, altrettanto gratuitamente. Come dire di no?
Di tutti questi titoli non ne ho letto ancora nemmeno uno, in compenso ho già letto altri due libri che ho recentemente messo sul pc. Di uno di questi vi parlo oggi.


Il motivo per cui li ho letti è che "conosco" coloro che li hanno scritti e volendo posso pure "parlarci", perché entrambi hanno un blog. In realtà l'autore della raccolta di cui parlo oggi lo "conosco" più niente che poco, ma cosa importa? Si tratta di Marco Goi, che è conosciuto nella blogosfera come Cannibal Kid e/o il Ragazzo Cannibale, e che ha un blog in cui recensisce film e serie tv (ma anche libri e cd), per la precisione e basandomi su quei pochi post che ho letto, i film li prende per il culo, anche quando il voto è 7/10 o 8/10 il suo stile è quello. Ci capito sempre attraverso il trampolino di liste di blog preferiti su altri blog che seguo, ed è proprio così che ho scoperto che ha scritto un libro, una raccolta di racconti, perché son finita lì il giorno in cui lo annunciava al mondo intero. Dopodiché ho letto una prima recensione, ma solo in occasione della seconda recensione ho dichiarato che l'avrei letto, anche perché quel giorno Marco in un commento sotto il post ha scritto che il libro è ora disponibile in eBook gratuito, ed io mi sono fiondata a scaricarlo. Non ho promesso che ne avrei scritto né Marco me l'ha chiesto esplicitamente (c'è stato uno scambio di commenti fra noi sotto la recensione in questione), ma ora eccomi qua.

acquistabile/scaricabile qui
Il problema del leggere un'opera prima auto pubblicata è che, anziché lasciarmi trascinare dalla storia, io mi faccia prendere dai ricordi, soprattutto se i primi racconti della raccolta mi ricordano i miei primi racconti macabri; e soprattutto se da alcuni mesi leggo libri che insegnano a scrivere racconti brevi (perché dovrei scriverne uno per quel corso che ho detto di seguire, al quale per ora risulto solo iscritta, non impegnata, però ho comprato e letto i libri); il problema di leggere un'opera prima è che potrebbero esserci delle imprecisioni, ed io non ho voglia nemmeno di leggere le mie cose, per questo motivo, figuriamoci quelle degli altri. Quindi io adesso che cosa dico?
Ve lo dico subito.


A me le storie macabre piacciono. Non quelle con gli zombie, ma quelle in cui qualcuno muore in qualsiasi modo. A me le storie assurde piacciono, non quelle con personaggi che nella realtà non esistono, ma quelle che quando finiscono ti fanno pensare che manca un pezzo o che il racconto non ha senso. E mi piacciono anche le storie che nascondono fra le righe qualcosa, qualunque cosa sia. E pure quelle che si ingarbugliano un po', perché il narratore si intrippa, o è strafatto, non è dato saperlo, cioè quelle storie in cui non per forza viene spiegato tutto, ad esempio perché il narratore prima parla in un modo poi in un altro? Cos'ha bevuto nel frattempo? Le storie ognuno se le può interpretare come vuole, per questo mi piacciono quelle che non seguono la trama standard e che non finiscono come da prassi. O che non finiscono affatto.

Nell'insieme, i racconti de L'ultima estate di Joan migliorano stilisticamente man mano che si va avanti, lo stile varia da racconto a racconto ma è sempre quello, però ad un certo punto comincia ad esser meno spigoloso, più fluido, ad un certo punto mi son resa conto che leggevo più fluidamente, mi sono resa conto di essere già a pagina 100 di 200, che per me su schermo non è poco. Va bene la curiosità di andare avanti, e poi forse l'impressione di minore spigolosità mi è stata data solo dal fatto che a pagina 100 avevo ormai acquisito e fatto l'occhio allo stile di Marco, e ai trattini soprattutto, ma ora che l'ho finito confermo che tra il primo racconto e l'ultimo c'è una netta differenza, un bel divario, e l'unica cosa che hanno in comune è che sono due dei racconti che mi sono piaciuti di meno (vabbe' sono anche entrambi suddivisi in capitoli).
Perché non basta la forma, conta anche la sostanza, e fra tutti io ho preferito i racconti macabri, assurdi, irriverenti e proprio per questo molto realistici, e proprio per questo mi son piaciuti e sono andata avanti.

Nell'insieme, ad un certo punto sostanzialmente vengono nominati in maniera esorbitante pompini e seghe, al punto che una come me che in vita sua non ha mai pensato di farsi fare un pompino avrebbe potuto porsi alcune domande sulle abitudini e i pensieri maschili. Ora, facciamo finta che sia tutto parte dell'aspetto macabro di questi racconti (ve l'ho mai detto che io con gli aggettivi son negata?), e quindi della realtà che raccontano, cioè se uno ingaggia uno zombie per farsi fare un pompino (la metto così per non svelarvi troppo) vuol dire che nella realtà non glielo fa nessuna persona reale, ma soprattutto: se non l'avesse fatto non ci sarebbe stata storia, o sarebbe stata la storia di uno che va a puttane, e che novità sarebbe?
Ora lo so che si fionderanno qui personaggi d'ogni tipo con in comune un'unica cosa: usare "pompino" come chiave di ricerca su internet. Ma a me non piace usare puntini e asterischi, né parole lasciate a metà, perché io scrivo le parole a metà solo quando effettivamente chi parla viene interrotto. E so anche che le donne si dividono tra chi i pompini li fa e ci tiene molto a farlo sapere, e a far sapere che lo considera normale, anzi si augura che gli uomini continuino ad averne bisogno ventiquattro ore su ventiquattro, e le donne che, non si capisce se ne facciano o no, in ogni caso hanno deciso di interpretare nella loro vita il ruolo di chi si scandalizza, non tanto per il fatto che gli uomini non pensino ad altro (anche se spesso le donne la mettono in questi termini), quanto per il fatto che se ne parli, e che si usi proprio la parola "pompino" che, onomatopeica com'è, da un po' fastidio se ripetuta ad ogni pie' sospinto. Io appartengo alla categoria che usa la parola per dare fastidio alle donne che si fingono scandalizzate (dalla parola, non dall'atto in sé): cioè alla categoria numero 3, non c'è da stupirsi, e se guardate bene anche dal punto di vista linguistico appartengo alla categoria numero 3: quella che sfrutta le regole grammaticali dell'uso del pronome, del giro di parole, del soggetto/oggetto sottinteso per evitare spiacevoli ripetizioni, nonostante sappia perfettamente che per attirare certi personaggi nel mio blog basta anche una sola occorrenza.

Ma torniamo alla raccolta di racconti, e giustifichiamo la presenza esorbitante di seghe e pompini non tanto con la scelta dell'autore di voler raccontare e descrivere una fetta specifica della società, dato che penso che qualsiasi uomo a qualsiasi grado di istruzione e a qualsiasi livello socio-economico sia un potenziale segaiolo che però preferirebbe un pompino, quanto con la volontà, appunto, di infastidire e stordire e lasciare interdetti o anche piacevolmente soddisfatti e moderatamente (o chi più o chi meno) divertiti.
Ho tirato fuori la storia del pompino perché, onomatopeico com'è, sa essere l'emblema universale* del fastidio che si prova a leggere di certe cose, infatti secondo me alcuni racconti di questa raccolta sono belli proprio perché fastidiosi (ricordiamoci anche la storia del mio rapporto con gli aggettivi) e lo stile contribuisce alla sensazione di fastidio, e non solo perché di onomatopee ce ne sono tante e meno volgari - e nemmeno solo per i trattini. Pertanto secondo me entrambe, forma e sostanza, veicolano lo stesso messaggio che, poiché le storie ognuno se le può interpretare come vuole, secondo me è: la vita non è come la dipingono le commediole d'ammore americane, dove tutto è bene quel che finisce bene, dove tutto finisce, sì, ma bene e dopo essersi svolto in maniera trasparente e spiegabilissima.
(*In realtà una parola che a me indispone molto, ma molto, è "mutandine")

Un filo conduttore, che in realtà non conduce (o sì?) ma semplicemente riappare, è la musica. A partire dall'indice chiamato "playlist", l'ho pensato ogni volta che uno dei personaggi del racconto si infilava le cuffie nelle orecchie e iniziava ad ascoltare, e alla fine ho pensato anche ma chi minchia sono questi Crystal Castles? E così li ho cercati:



Naturalmente da Marco mi sarei aspettata, o avrei considerato molto più probabile, che ci fossero molti riferimenti cinematografici, ma siccome io di cinema so una mazza, se ci sono non li ho capiti, e le uniche volte che una frase m'è sembrata già sentita, si trattava di una strofa di canzone, e pure brutta, nulla di cui vantarmi per le mie conoscenze e intuizioni. Ciò significa che non è detto che i riferimenti cinematografici non ci siano.
Il racconto che mi è piaciuto di più è Halloween Halloween, ma il brano che propongo non è preso da lì, e mi ricorda qualcosa che non è un film e nemmeno una canzone, poteva essere una barzelletta ma non lo è.

– Scusi, signore. Lei è Dio?
– Ragazzo, – fa piano il signor Stevens, guardandosi circospetto intorno. – Ma come diavolo hai fatto a scoprire il mio segreto? – È tranquillo. Non c’è nessuno che li sta guardando.
– Beh, signore. La barba bianca non l’aiuta certo a camuffarsi…
– Ah già, che stupido, – sorride il signor Stevens. – Tu dimmi invece che cosa fa un ragazzino così intelligente tutto solo anziché starsene a giocare con gli amici?
– Vede, è una lunga storia… È tutta colpa di quella signora Linderman. Io… Io… La odio.
– Hey, ragazzo, – lo ferma il signor Stevens poggiandogli una mano sulla spalla. – Non è una cosa bella da dire. E non è una cosa bella odiare le persone.
– Mi scusi, signore. È solo che io volevo giocare con Mike a Guitar Hero, e quella…
– Guitar Hero, hai detto? – lo interrompe il signor Stevens folgorato. – Guarda te che combinazione! Stavo giusto andando a casa a giocarci, – tira fuori il suo più bel sorriso e propone: – Ti va di fare una sfida?
John si guarda le Nike Silver e si ferma a riflettere. Gli viene in mente sua mamma che gli ripete per la 153a volta di non andare mai con degli sconosciuti. Mai e poi mai.
– Ma in questo caso è Dio, – pensa John. – Come non fidarsi del grande e misericordioso Dio?

6 commenti:

  1. grazie per aver letto il libro e grazie per la recensione!
    molto personale, devo dire, e sicuramente hai dato un punto di vista tuo su molte cose a cui non avevo pensato. interessante soprattutto l'excursus sui pompini, :D che in effetti diventano un protagonista aggiunto dei racconti più goliardici, in cui il riferimento sono le commedie alla americani pie.

    tra gli altri riferimenti cinematografici espliciti c'è poi quello a closer nel finale di enjoy coca. per il resto credo in effetti che la mia scrittura sia influenzata più dalla musica. le citazioni delle canzoni italiane sono per lo più parodistiche e non piacciono nemmeno a me come pezzi, mentre le canzoni inglesi citate sì (grandi crystal castles!).

    è poi interessante che tu dica che i racconti migliorano via via, visto che personalmente ho inserito i miei preferiti all'inizio. cosa che conferma come i giudizi siano sempre soggettivi.
    mi fa piacere comunque tu abbia letto tutto, spero divertendoti. ;)

    comunque, se posso chiederti, come mai la scelta della citazione dal racconto faith? cosa ti ricorda?

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    1. Ciao Marco. Ah, American Pie giusto, almeno i trailer li conosco, cavoli. Pensavo però a riferimenti più precisi come quello a Closer, una frase, una scena, ma se dici che non ce ne sono altri mi tranquillizzo, anche se non dovrei perché Closer l'ho visto eppure il riferimento mi è sfuggito, come giustificarmi? Closer l'avevo visto in tedesco e credo che quella frase la dicano in inglese, vale come scusa? O avrebbe comunque dovuto far suonare un campanello? I riferimenti musicali li ho presi come parodistici, giuro, però non volevo vantarmi di averli riconosciuti, perciò son rimasta sul vago ;)
      La soggettività la fa da padrona, e non solo, talvolta il parere, come le impressioni e sensazioni, cambia rileggendo dopo tanto tempo, in base anche alla predisposizione iniziale. In un altro momento magari il pompino co-protagonista non mi avrebbe fatto ridere, oppure avrei colto il riferimento a Closer, o non avrei indicato Halloween Halloween come preferito, chissà :)
      La citazione da Faith mi ha ricordato la pseudo-barzelletta che ho scritto all'inizio del post. Non saprei più dire chi mi ha raccontato quella storiella, so solo che mentre tutti chiedevano "sì ma come finisce? cosa succede al bambino??" io ridevo, perché era come se il bambino avesse detto allo sconosciuto "non sto facendo niente e tu fatti i cazzi tuoi", perciò l'avevo riciclata come barzelletta.

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  2. posso capire se non hai colto tutti i riferimenti, dopo tutto io non sono nemmeno riuscito a cogliere il riferimento all'inizio del tuo post ahahahah :D

    qualche altro riferimento ai film qua e là ci può essere, ad esempio il racconto è notte alta e sono sveglio è nato un po' come parodia di notte prima degli esami, ma poi si è sviluppato in maniera propria.
    halloween halloween comunque è anche uno dei miei preferiti, però per me il numero 1 naturalmente è il racconto che dà il titolo alla raccolta :)

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    1. ;) e c'è pure gente che perde tempo a precisare che ogni riferimento è puramente casuale.. se sapessero!

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  3. Davvero niente male questa recensione, molto approfondita ed interessante per il ponte che si crea tra te e quello scellerato del mio rivale.
    Plauso per la riflessione sui pompini.
    Appena tiro fuori il mio romanzo, a questo punto, ti toccherà recensire anche quello!

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    1. Grazie Ford, e benvenuto nella Casa dello Spirito. Attento però, guarda che sei stato tu il ponte fra me e il Cannibale, prenditi le tue responsabilità!
      La riflessione è nata perché il protagonismo del pompino salta all'occhio ;)
      Allora forza con questo romanzo, il western è un genere che mi manca!

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