venerdì 27 luglio 2012

L'ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón.

Tre cose su cui riflettere e l’ombra del dubbio.
Ieri mattina ho finito di leggere il romanzo della settimana: L'ombra del vento, fregandomene dello Zwischentest di tedesco imminente, e godendomi due ore di attesa con aria condizionata a palla dentro l'ufficio postale che, se non mi avessero collegata a un'operazione delicata ed importante per la vita di un essere umano, mi sarei volentieri risparmiata a favore di chissà cos'altro, benché normalmente contribuiscano ad alimentare la mia fama di persona paziente fino all'annullamento di sé. Soprattutto se ho nella borsa un romanzo letto a metà, so essere molto paziente.
L'argomento del romanzo, dopo molte peripezie, intrighi, misteri, segreti e un'ambientazione libraria e poliziesca, è nientepopodimeno che l'amore vero. Ma io non l'avrei mai detto finché non sono arrivata al personaggio di Nuria, infatti fino ad allora il mistero del personaggio di Juliàn mi aveva distratto dal suo amore incondizionato ed eterno, mentre siccome attorno a Nuria non c'era nessuno mistero, anche se lei sembrava informata sui fatti del mistero di Juliàn, la mia attenzione si è potuta concentrare sull'elemento amore. A quel punto ho notato che un certo legame d'amore vero ci poteva stare anche a proposito di Daniel nei confronti di...
Non tutti gli amori di questa storia finiscono bene, e la storia sa essere davvero triste, nel suo ineluttabile destino d'amore. Ma l'amore non è l'unico argomento del romanzo, perché ci sono anche la conoscenza e la dimenticanza. Si inizia coi libri dimenticati, si finisce con le persone dimenticate, nelle parole di Nuria, parole che stavano per strapparmi una lacrima se non mi fossi accorta in tempo di essere seduta sul pavimento dell'ufficio postale, in attesa del mio lontanissimo turno. E poi c'è la conoscenza della verità: Daniel vuole scoprire a tutti i costi la verità su Juliàn, mentre Nuria pensa che sia meglio non far sapere a Juliàn la verità.

Un breve succo della storia sarebbe opportuno per quanti di voi non hanno idea della trama, ma è semplice, tranquilli: Daniel è figlio di un libraio, il quale conosce una sorta di bibliotecario che custodisce un'immensa biblioteca di libri "dimenticati" ossia di copie di libri che non appartengono a nessuno. Messo a parte del segreto della biblioteca, anche Daniel bambino può scegliere un libro, che diventerà suo. Sceglie quello scritto da Juliàn, autore di cui nessuno sembra conoscere la storia. A Daniel piace così tanto il romanzo che, al contrario, vuol sapere quanto più possibile sul suo autore, e piano piano nel corso degli anni ci riesce, coinvolgendo nella ricerca sempre più persone che gli danno indizi in più, benché parziali, utili a svelare il mistero. Perché sembra proprio che di mistero, e di segreto custodito a tutti i costi, si tratti. L'ex mendicante Fermìn, raccolto dalla strada da Daniel per esigenze logistiche della libreria di suo padre, e che si rivelerà un vero amico, aiuta Daniel a dipanare la matassa sempre più intricata, finché ad uno ad uno non vengono fuori tutti i personaggi della storia, vivi o morti o di nuovo vivi.
C'è la storia dell'amicizia, quindi, dell'amore adolescenziale mancato ma, chissà, forse mai davvero dimenticato, e c'è la storia dell'amore per la verità, della curiosità.
A parte la bellezza del romanzo, la capacità di Zafòn di scrivere e coinvolgere, eccetera eccetera eccetera, due argomenti hanno attirato in particolare la mia attenzione. No, erano tre. Quanti avevo detto? Tre.

L'amore: attendere per anni l'amore perduto, fermi, in attesa che sia lui a raggiungerci mi pare troppo comodo, ma anche poco conveniente. Vivere per anni in funzione di quell'amore perduto, senza riuscire a provare con nessun altro quella sensazione celestiale, senza poter provare per nessuno qualcosa di più di una profonda amicizia, mi pare già più realistico. Questo succede, e non è stupido, è amore. Ma si può davvero farlo? Non si rischia di buttar via la propria vita dedicandola ad un sogno? Non parlo di castità, badate bene, non lo fa più nessuno, parlo proprio di "buttarsi via" come persona (concezione comune di certo tipo di vita, di certa abnegazione) perché niente ha più importanza, e l'unica cosa che trascina nel sentiero della vita (non l'autostrada, troppo affollata, ma un sentiero riparato e nascosto) è la speranza di ritrovare quella persona, o meglio ancora: la certezza di poter amare per sempre e solo quella persona (ovunque sia finita), di non aver bisogno di cercare oltre, di aver già trovato l'amore.
Anche se la vita come ricerca dell'amore non mi convince, averlo già trovato e pertanto non sentire il bisogno di "vivere" oltre (non necessariamente biologicamente, ma di vivere come persona) mi sembra vero amore. Io però non credo che riuscirei mai a dedicarmi completamente al ricordo di una persona che potrebbe essere ovunque a godersi la vita alla faccia mia, e magari senza nemmeno immaginare che io qui mi struggo d'amore. Come invece ha fatto Nuria.

La conoscenza: su questa ho le idee più chiare, infatti ho sempre pensato di voler sapere tutto chiaramente e crudamente, perché l'idea di essere ingannata, anche solo con una bugia a fin di bene per non farmi soffrire, mi fa soffrire dannatamente. Mi da una sorta di senso d'impotenza e di oppressione. Ma quale grado di potere da, invece, non sapere di non sapere? Juliàn ad esempio non sapeva di non sapere tutto, non sapeva che i suoi amici più cari, che lo amavano tanto da non volere che soffrisse, gli davano lo zuccherino di una versione migliorata della realtà crudele, gli regalavano un mistero meno fitto, una giustificazione più lineare dei fatti. Fatti che erano sempre negativi, cattivi, ma per motivi diversi da quelli che gli raccontavano. Diversi, e quindi più negativi? Sicuri sicuri?
Con che diritto? Mi chiedo io alla luce delle mie convinzioni adolescenziali. Già, perché ora, alla mia età più avanzata rispetto alle mie prime riflessioni sull'argomento, penso che se ogni tanto qualche dispiacere nudo e crudo ci viene risparmiato, soprattutto quelli ai quali non si può metter rimedio, non è poi così male. Ma nascondere una morte, nascondere una cruda realtà non equivale a favorire la codardia di fronte alla vita? Prima o poi si deve crescere. Mi sono aperta infatti alla possibilità di essere "ingannati" a fin di bene, dopo aver letto questo romanzo, ma ad una condizione: che sia un "inganno" a breve termine, una piccola omissione (non una bugia bell'e buona) che faccia slittare fino al momento più opportuno la verità. Ci sono effettivamente dei momenti in cui io urlerei "Noo perché? Anche questo, noo!" e degli altri momenti in cui invece supplicherei "Dimmi qualcosa, anche se è brutto, ti prego, mi sto annoiando a morte". Il piacere di vivere va alimentato anche con le sofferenze, che sono quelle che, e non mi stanco ancora di ripeterlo, a me fanno sentire viva: una vita piatta di novità, belle o brutte che siano, equivarrebbe alla morte.
Una vita piena di sofferenze però, stiamo attenti, è una vita di merda. Ci vuole equilibrio.

La dimenticanza: dicevo che ne parla Nuria, quando dice che viviamo nei ricordi di chi ci ama (ma erano parole di Juliàn), e visto che la sua vita è stata un po' sprecata (da lei stessa, che sembrava aver trovato il suo scopo di vita nel non vivere veramente per se stessa, ma semmai per l'amore), chiede a Daniel di non dimenticarla mai del tutto, in modo che così possa continuare (o iniziare?) a vivere. Ma anche in altri punti del romanzo, e a proposito di altri personaggi, si parla del fatto che, indipendentemente dalle vette che hanno scalato in vita, le persone che non son riuscite a farsi amare, una volta morte o anche solo dopo essere partite, vengono presto dimenticate, come se non fossero mai esistite. A Juliàn invece non succede: è sparito, nessuno sa nulla di lui, Daniel impiega tanti anni a cercare di ricostruire la sua storia, eppure quelle poche persone che l'hanno conosciuto non si sono mai dimenticate di lui. Ed io mi trovo d'accordo: il ricordo è legato al piacere, la rimozione al dispiacere, e la vita continua nel ricordo che lasciamo.


Anche a me, dopo tante città e persone, succede di ricordare meglio solo le persone che hanno lasciato sin da subito una buona impressione, di averle addirittura mitizzate, nonché assillate in molti casi con le notizie di me, dei miei dentini, dei miei primi passi, della mia prima volta senza pannolino per un giorno intero, fino a costringerle ad odiarmi, a non rispondere e a cambiare numero.

Ma è sempre meglio della fine di Jacinta, che nonostante il suo tanto amore incondizionato, viene chiusa in manicomio e poi all'ospizio.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...