giovedì 23 agosto 2012

I tedeschi andranno anche al lago, ma le fregature vengono da me.


Oggi è il mio giorno libero, oggi è la mia prima domenica libera dal 13 aprile, se escludiamo quella passata in Italia.
Però non è la prima volta, domenica o lunedì, non importa, che faccio qualcosa che i miei conoscenti etichetterebbero come "socievole", annuendo soddisfatti perché sto migliorando nel carattere, ma di cui io mi pento presto. Ho accettato infatti di andare al lago con una mia collega, con cui ieri ho lavorato, e che trovo simpatica, o almeno ieri ci siamo divertite, al lavoro; mi aveva detto che mi avrebbe chiamato oggi per andare al lago nel pomeriggio, cosa che mi è sembrata subito ottima, dato che di mattina volevo combinare qualcosa a casa, ora non dico pulire davvero, ma almeno togliere un po' di armadio e di frigorifero dalla scrivania; naturalmente stamattina ero ancora contentissima all'idea di andare al lago ad abbronzarmi, non vedevo l'ora, anche se avrei voluto passare tutta la giornata a casa a riordinare, e magari anche pulire; l'entusiasmo è passato quando mi è sovvenuto che la mia pelle restia non avrebbe ottenuto granché beneficio da un sole pomeridiano, che avrei dovuto stendermi al sole più o meno dalle undici fino alle due, orario sconsigliato da tutti i medici, lo so, e che chissà se Steff mi avrebbe chiamato davvero.


All'una Steff ancora non mi aveva chiamato, ed io presa dall'ansia dell'abbronzatura da migliorare, ho deciso di andare qua di fronte, all'Engelbecken, fontana che non solo ha 16 zampilli, ma ha anche un perimetro fatto d'erba, su cui ci si può stendere ad abbronzarsi e dormire ninnati dal rumore dell'acqua che zampilla dagli zampilli, 16 in tutto. Sono scesa qua sotto dal quarto piano, ho attraversato la strada, ho scelto un posticino libero, ho steso l'asciugamano della kodak che ho trovato in bagno, mi sono spogliata (avevo il costume, tranquilli) e mi sono stesa a dormire; unica pecca: il prato è inclinato verso l'acqua e il sole era di lato, quindi mi sono dovuta distendere parallela all'acqua, con il fianco sinistro più basso di quello destro, ma d'altronde di abbronzature parziali ne ho a sufficienza, per quest'anno. Il tempo di fare tutto ciò, e mi squilla il telefono. La proposta era allettante, lo direte anche voi: vederci alla stazione di Warschauer Strasse, prendere il treno fino a non so dove, e da lì proseguire in bicicletta fino al lago, non so quale; ho accettato, fingendo di non essere già al sole, ma chiusa in casa ad aspettare la telefonata, e sono salita a casa a prendere quelle cose utili in viaggio che avevo però lasciato sulla scrivania perché inutili vicino alla fontana-laghetto di fronte a casa: il portafogli.

Alla stazione ho dovuto aspettare un bel po' dopo le due e un quarto, ora prevista per l'appuntamento, ma la maggior parte dell'attesa l'ho passata in compagnia, chi vedo infatti dopo appena cinque minuti passati sotto il sole? Poteva essere un'allucinazione dovuta al caldo, invece no, era davvero la mia collega nonché ex coinquilina, Ines.

Prima fregatura: la compagnia. Ho fatto finta di non vederla, ma figuratevi se lei non mi vede, ho risposto vagamente alla sua domanda cosa ci fai qui, ma figuratevi se io sono così fortunata da levarmela dai coglioni in un batter d'occhio, no, lei veniva con noi, perciò abbiamo aspettato insieme, e nel frattempo io ho bestemmiato contro la mia abitudine di non chiedere mai chi altri c'è con noi.

Seconda fregatura: l'orario. Il marito colombiano di Steff è risultato il colpevole ufficiale del loro ritardo, sicuramente perché non gliene frega un cazzo di levarsi di dosso questa nomea, tanto sa già che i tedeschi non gli crederebbero se dicesse che non è colpa sua, per questo quando erano ancora a cinque metri da noi, lui stava già chiedendo scusa per il "suo" ritardo, e infatti quando le hanno telefonato per avvertire Ines me l'ha detto: "con un marito colombiano, che puntualità può avere?" (ha parlato quella che con le scorciatoie allunga la strada di mezz'ora, vi ricordo). Intanto tra il loro ritardo e poi fare il biglietto e aspettare il treno giusto e salire sul vagone per le biciclette e arrivare alla stazione di Friedrichstrasse e prendere da lì la metro fino ad Alt Tegel, e da lì pedalare in mezzo ai boschi ancora per un quarto d'ora circa fino al lago, siamo arrivati lì all'ora di merenda, anche se le due banane erano in realtà il mio pranzo.


Terza fregatura: il sole. Tra nuvole e chiome degli alberi, ho fatto fatica a trovare un po' di sole per abbronzarmi, ma siccome sin da subito mi è scappato il commento sul sole, a Steff è sembrato giusto proporre di spostarci, per ben tre volte, per seguire il sole tra gli alberi e le nuvole; devo dire che spostarci è stato possibile non tanto per la gentilezza di Steff, ma perché era ormai talmente tardi che la gente stava andando via, lasciando liberi i posti al sole; ma d'altronde che speranza posso avere di essere al lago all'ora del sole, se ci vado con due mozzarelle tedesche?

Quarta fregatura: la pelle. L'avevo detto io, che l'ora del sole e l'ora della merenda sono incompatibili, forse le ragazze si sono ustionate anche con i chili di crema protezione totale più schermo aggiuntivo per chi ha il passaporto tedesco, non lo so, quello che so per certo è che io, nonostante fossi imbevuta di olio come un hamburger del Mc Donalds, sono tornata a casa olivastra come prima: che pelle coriacea!

Quinta fregatura: i soldi. Portare la bici sul treno costa 1 euro e 50 in più, entrare allo stabilimento sul lago costa 2 euro (scontato per studenti), mangiare fuori casa non lo so, perché a quel punto ho deciso di accontentarmi delle due banane divorate sul treno. Al ritorno, incuranti del fatto che io non ho una minchia di abbonamento comprensiva di titolare dello stesso, di bicicletta, di ospiti per il week end e di cane con guinzaglio*, tutti sono volati giù dalle scale della metro, bici a tracolla nonostante, per saltare in un baleno sulla metro che non solo era già arrivata, ma stava anche ripartendo, io per ultima, che tentavo di avvertire Steff che dovevo fare il biglietto, ci ho rinunciato quando ho visto che davvero ero l'ultima e loro erano tutti già dentro. Sul treno c'era uno di quei rompicoglioni che s'intromette per aiutarti appena accenni ad avere difficoltà in qualcosa, che sia una ciocca di capelli sugli occhi o una bici che vuoi ficcare nel treno prima che si chiudano le porte: grazie a lui la mia bici è riuscita a salire con me sul treno, anche se in verticale, con il culo all'insù, facendo ridere tutti, me compresa se non avessi avuto contemporaneamente fame, il pedale della bici di Ines infilato nel polpaccio sinistro, e il terrore di essere beccata da un controllore, in quella mezz'ora di tragitto fino in centro, e di conseguenza ricevere almeno 50 euro di multa.


Sesta fregatura: il post-giornatona-lago. Voi direte: ancora? Ma non ti è bastato? In effetti sì, mi bastava, ma siccome 
a volte sono scema come un'ape ubriaca, quando mi si chiede "noi andiamo un attimo al negozio, vieni anche tu?" Io rispondo sì. Fortuna che mi sono ripresa subito dal mio tedio, e ho rettificato la mia risposta con un semplice "anzi, io non vengo". Infatti non si può avere la prima domenica libera da due mesi a questa parte, e concluderla con la sesta fregatura: passare al lavoro dopo il lago.

Ma non è finita: per consolarmi del digiuno e delle altre fregature, ho deciso di dedicarmi una türkische Pizza dal turco di Schlesisches Tor, ossia vicino alla casa in cui abitavo con la bestia, dove la türkische Pizza è davvero buona, non come in Kottbusser Tor, perciò ho ignorato casa mia e ho pedalato sin lì; all'ultimo semaforo mi son sentita chiamare: erano il marito di Steff e l'amica di Ines (scusate ma il nome non l'ho proprio ascoltato, ero troppo sconvolta per aver scoperto che anche Ines era dei nostri), che non sono andati in negozio con le mie colleghe tedesche, ma stavano rientrando verso casa e così, pur passando per strade diverse, ci siamo ritrovati lì al semaforo. Io ho fatto la tedesca, ossia ho riso per la combinazione di ritrovarli lì, ho detto un "Hallo", ma non ho fatto nessun accenno ad unirmi a loro, o a spiegare dove stavo andando (a casa, ufficialmente), né a scusarmi se non lo facevo: bella l'integrazione, no?
Dal turco ho preso la mia pizza turca, e mentre l'aspettavo ho sentito una voce maschile che mi diceva "Entschuldigung" ed io mi sono girata, piena di speranze per un futuro in coppia, ma era solo il turco che mi chiamava incazzato perché la pizza era pronta ma io gli davo le spalle e guardavo il cielo. Ho preso la bici per cercare una panchina in mezzo a tutta quella cacca di piccione (la zona non è brutta come Kottbusser Tor, ma nemmeno di gran lunga migliore, ahimè) e ho attraversato al semaforo, assieme ad altre cinquanta persone che andavano e venivano dalla stazione, in generale per andare a vederla in qualche bar, intendo la partita Germania-Polonia, e l'ho capito dalle strisce color bandiera tedesca che alcuni giovani avevano sulla faccia, e dalla ghirlanda di fiori finti degli stessi colori che alcune ragazze avevano al collo; ho sorpassato tutti da sinistra, al semaforo, un po' fuori dalle strisce, esatto proprio dove finisce la discesa del marciapiede e inizia il gradino alto, proprio quel gradino che ha fatto rimbalzare la bici, che io tenevo con entrambe le mani e per la precisione con una mano destra vuota e una mano sinistra impegnata a tenere, non troppo stretta per non spappolarla, la mia cena, cena che nel rimbalzo è balzata a terra, sull'asfalto, perdendo nel colpo anche due o tre cipolle julienne, e colpendo nella caduta chissà quale merda di piccione o sputo di essere umano; fortuna che non sono tipo da parolacce, altrimenti non avrei detto solo quello scocciato "mapporca d'una..".
Dopo la cena, consumata su una panchina sgangherata dietro la stazione, con un bambino che batteva il ritmo con una pietra sulla panchina a fianco, e i gas di scarico del traffico dell'ora di punta, e un po' di salsa alle erbe sulla maglietta, sono tornata a casa.

*a parte il cane (del quale non sono certa) le altre sono tutte reali possibilità di abbonamento ai mezzi pubblici

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