martedì 18 dicembre 2012

Forse è solo una tendenza del periodo.


Giorno 1.
Non importa.
Giorno 2.
L’ho detto che non importa? Sì, l’ho detto.
Giorno 3.
Ho sempre pensato che a chi dice che non importa, importi eccome.
Giorno 4.
Non è che non importa, è che ora non ci voglio pensare.
Giorno 5.
Però ci penso.
Giorno 6.
Dovrei smettere di pensarci, perché in fondo non importa.
Giorno 7.
Ma se ci penso vuol dire che m’importa? Non è detto.
Giorno 8.
Voglio solo capire, mica è chiedere molto.
Giorno 9.
Se ci penso così a lungo è molto, sì!
Giorno 10.
Se sapessi come smettere di pensarci sarebbe meglio.. almeno per mantenere l’apparenza di una a cui in fondo non importa.
Giorno 11.
E perché mai dovrei fingere che non m’importi?
Giorno 12.
Non è per fingere, è che obiettivamente non si dovrebbe dare troppa importanza a certe cose.
Giorno 13.
O a certe persone?
Giorno 14.
Uff, non mi sopporto più.
Giorno 15.
Sembro una che non ha un cazzo da fare, non si possono passare quindici giorni a pensare sempre alla stessa cosa poco importante, e per di più senza cavarne piede. Lo so, lo so, è che non la capisco, questa cosa, non so come comportarmi, non so cosa pensare, eppure tento di pensarci, faccio ipotesi del cavolo giusto per passare il tempo, poi prendo decisioni a caldo, e poco prima di metterle in pratica le metto in dubbio, e riprendo a pensarci, imperterrita, perché non posso capire da sola una cosa che ha fatto qualcun altro. E perché non glielo chiedo? Perché ho paura della risposta, mica sono scema che mi metto da sola nella condizione di avere conferma della più assurda (e intollerabile) di tutte le mie ipotesi, ma perché devo sempre far ruotare tutto attorno a ipotesi e conferme? Eh, perché di conferme ho bisogno, e in mancanza le ipotesi sembrano buone sostitute, anche se a volte sono troppe, accidenti alla mia fantasia!
Giorno 16.
E allora ‘fanculo!
Giorno 17.
Non se lo merita..
Giorno 18.
Adesso la stronza sarei io?
Giorno 19.
Perché dobbiamo sempre ridurci ad etichettare noi stessi e gli altri?
Giorno 20.
È solo questione di rispetto.. o meglio.. insomma.. È che a volte non è questione di rispetto, o di mancanza di rispetto, è che uno magari non ci pensa, si distrae, abbiamo tutti altro per la testa (tutti tranne me, e va bene)  e.. uff!
Giorno 21.
Non sarebbe tutto più semplice se tutti mi lasciassero in pace? Se nessuno mi cercasse? Se nessuno mi trovasse affascinante (versione edulcorata di “strana”)! Certo che lo sarebbe. Se tutti rispettassero i miei ritmi, anziché lamentarsi perché sono distante. Non sono distante! Sono solo lenta. È il ritmo, il problema, non la posizione! Non sarebbe più semplice se..
Giorno 22.
A cosa serve pensarci, tanto non ne esco. Pensarci serve a far evaporare la situazione, sparire. Però cavoli, ventidue giorni appresso ad un solo pensiero è grave!
Giorno 23.
L’ho detto che sono lenta? Sì, l’ho detto. E poi non è vero che non ho nient’altro da fare, nient’altro a cui pensare.
Giorno 24.
Il problema è la realtà. Devo stare attenta quando mi affaccio nella realtà, devo stare attenta a scegliere la realtà giusta a cui affacciarmi, una realtà che non sia troppo diversa da me, perché io sono flessibile e influenzabile, mi lascio modellare, poi il modello mi sta stretto e comincio a provare fastidio.
Giorno 25.
Ecco cosa non mi piaceva: aver constatato che quella realtà da fuori sembrava simile alla mia, e invece! Eppure ho mantenuto il mio sangue freddo, ho mantenuto il mio sorriso distante (ma dolce), ho mantenuto il senso dell’umorismo (sono più simpatica di come sembro, mi è stato detto) e ho proseguito sul binario parallelo, a distanza di sicurezza (mica sono una senza paura), ma un po’ più vicina, troppo. Ho proseguito ma mi è mancata l’aria poco dopo, inaspettatamente: mi sono stropicciata gli occhi ma continuavo a non mettere bene a fuoco. Ho proseguito ma mi sono sentita inaspettatamente inadeguata: questa non è la mia strada, non posso proseguire parallelamente a questo! Non ne sono capace..
Giorno 26.
Io non sono così..
Giorno 27.
Quella strada. Quelle parole. Quel significato. Avrò capito bene? Quale altro significato può avere un oggetto indicato col dito? Già, un oggetto.
Giorno 28.
Io non sono così.
Giorno 29.
Continuo a pensarci, da sola. Non ho il coraggio di parlarne perché mi fa sentire stupida anche solo pensarci, ma la verità è che mi sento come una che non ha capito niente. O che è stata fraintesa.

Giorno 30.
Mi piacerebbe ogni tanto sedermi a quel tavolo con il mio sguardo perso in altri mondi. Alzare lo sguardo e trovare un sorriso che non mi vede, che va oltre me, che mi chiede cosa ti porto. Ordinare il mio solito whisky senza ghiaccio e contemporaneamente fare una battuta del cavolo: col whisky senza ghiaccio ci sta bene anche una battuta maliziosa con risata finale, per far capire che è solo una battuta. Mi piacerebbe che le mie battute venissero capite sempre, così come i miei sorrisi dolci e le mie lacrime malinconiche, vorrei che non venissero interpretate come (il solito) bisogno d’affetto e compagnia, ma come semplice bisogno di vivere. Mi piacerebbe alzare lo sguardo dal mio whisky e incontrare un altro sorriso malinconico, e un altro bisogno di battute (anche maliziose, perché ci siamo intesi), un’altra voglia di silenzio, un altro coraggio di avere segreti, perché è un diritto averne e poi sono così affascinanti. Mi piacerebbe, se alzassimo entrambi lo sguardo dal nostro bicchiere, che i nostri occhi ne incontrassero altri due, sorridenti e scuri, come se nascondessero qualcosa, e che anche da loro venisse fuori qualche battuta, e che iniziassimo a ridere, fino alle lacrime, senza dover spiegare il tipo di lacrime, perché le lacrime sono un bisogno che non si compra, non serve dar loro un codice univoco. E mi piacerebbe fra tutte queste risate, attraverso le lacrime, veder riapparire il sorriso di prima che ci chiede posso portarvi ancora qualcosa. Dopo una battuta gentile che scatena rissate fragorose, gli diremmo senz’altro siediti con noi, dai! E lo farebbe, ci scommetto, perché l’ha capito che siamo tutti simili, che vogliamo solo attraversare questo Mondo senza dar fastidio, senza il bisogno di lasciare impronte sugli altri che non siano un ricordo vago di quel sorriso malinconico, di quella lacrima nascosta fra le risate e il troppo whisky, perché importante è ridere e piangere, non render conto del perché. Mi piacerebbe che il ricordo più bello di quella serata rimanesse a me, a noi, non agli altri avventori che ci hanno visti ma non ci hanno capiti, che ci hanno guardati e poi compatiti.
Giorno 31.
Abbiamo fatto 30, facciamo 31. Circondata da persone che mi vogliono bene, in un Mondo all’aria aperta, iperattiva, socialmente al top, con le idee sempre chiare, pronta a urlarle ai quattro venti anche se non interrogata, sicura di ciò che faccio e pronta a lottare contro gli sciocchi arrampicatori: non sono io.
Agli arrampicatori rido in faccia: si vive bene anche in basso, cretini, lassù vi beccate i fulmini prima di tutti.
I quattro venti non mi hanno mai sentita parlare, credono sia muta, ma stiano tranquilli, una cosa posso urlarla anche io: io non sono così!
Io sono lenta. Ma alla fine ci arrivo anche io. E continuerò ad esser lontana, ma ad essere, continuerò a vivere di giorno di sorrisi dolci e a bere whisky appena cala la notte, a ridere di giorno e a immalinconirmi la notte, o il contrario, non lo so: continuerò a non capire e ad avere dubbi, continuerò ad aver bisogno di stare sola e continuerò a voler conoscere tante nuove persone.
Di giorno i miei sorrisi mi procureranno altri sorrisi e abbracci di persone che mi trovano fantastica e che spariranno all’imbrunire senza salutare, e purtroppo so già che saranno tante e che daranno la colpa a me, e so già che io mi sentirò in colpa e poi cercherò di capire e poi cercherò di smettere di pensarci e poi, forse, ci riuscirò.
Di notte il mio bicchiere di whisky mi procurerà chiacchiere, risate, battute, mi divertirò davvero come non mi era mai capitato prima (mi sembrerà così), piangerò, vedrò sorgere il sole e andar via tutti, so che tutti mi saluteranno con un abbraccio, si diranno felici di avermi conosciuta, mi faranno i complimenti perché sono simpatica e reggo bene l’alcool (a loro sembrerà così), un’ultima pacca sulla spalla, come buoni amici, occhi negli occhi, perché ci siamo intesi: e sarà allora che aprirò gli occhi.

E capirò.

Capirò il giorno e la notte. Capirò che spesso gli altri mi fraintendono. Non importa che sia giorno o sia notte. Non importa che mi abbraccino subito, convinti di aver capito tutto di me (sei simpatica, sei dolce, sei intelligente – sì, e mi piace il numero tre, bravi). Non importa che, proprio come me, abbiano bisogno di tempo per osservare, per convincersi che sono una di cui ci si può fidare (sei di compagnia, fai battute pungenti, e vai in bagno a pisciare un mucchio di volte – infatti ho bevuto, bravi).
Questo non importa, perché dipende dalla visione del Mondo che una persona ha, e la visione del Mondo è una specie di nocciolo che spunta fuori quando la superficie impostata si consuma: a volte scoppia subito, complice una frase casualmente appropriata, altre volte si logora lentamente, e quando rimane solo il nocciolo, si rivaluta anche la buccia, perché siamo persone e tendiamo a dare un senso logico alle cose che non capiamo.

Ma non tutti sono in mala fede, tendiamo a dipingerci un pochino più belli, pur rimanendo noi stessi, per insicurezza più che per frode. Tendiamo ad annuire troppo velocemente, prima di capire che ciò che ci è stato offerto con tanta gentilezza è aria fritta. Tendiamo a sorridere anche quando non capiamo, per evitare che l’altro pensi che non è stato capace di spiegarsi. Tendiamo ad essere tolleranti, quando siamo di buonumore. Tendiamo a volerci fare a tutti i costi un’idea subito, perché capire (o crederlo) ci da sicurezza. Tendiamo ad avere paura di non essere all’altezza. Tendiamo a sparire. Tendiamo alla paranoia.


10 commenti:

  1. uhm...rifletto!
    penso che sia sempre meglio chiedere che farsi 31 pippe
    anche se scritte magistralmente...sopratutto le conclusioni.
    peccato che io non possa bere whisky, sarei un ottima compagnia di lacrime gaudenti...va bene lo stesso un'acqua tonica ?!

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    1. 31? Questo è solo il riassunto di un lungo periodo di quelle che i non ho mai chiamato né pippe né paranoie, bensì riflessioni: rifletto sugli altri e su me stessa (perché reagisco così? è solo una delle domande). E non chiedo mai, perché purtroppo ho esperienza di persone che minimizzano, che svicolano, che mentono.. e alla fine anche qualcuno dice chiaramente la verità, potrei non crederci.
      Almeno così arrivo ad una conclusione magistrale ;)
      Il whisky è una sorta di simbolo, per me, ma nella realtà quando siedo a tavolino ordino cappuccino con poca schiuma e brioche al cioccolato, purtroppo per il cameriere a qualsiasi ora, anche nel cuore della notte.

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  2. Io sono pipparola. Come sai "perché" è la mia domanda preferita..però sono anche molto diretta, nel senso che chiedo..il problema nasce quando pur chiedendo, non ricevi risposte...bé, ovvio che li le seghe partono alla grande..c'è una "sega" che mi porto dietro da mesi...e questo soliloquio, fino al giorno 21/21 potrebbe essere il mio...però immaginatelo che va avanti da fine agosto. Arrivo alla decisione di metterci un punto, e non ci riesco..odio le cose in sospeso, quelle dove non ho capito qualcosa..quelle dove mi mancano i pezzi..odio non capire cosa passi nella testa di qualcuno..e mi chiedo, ma è tanto difficile comunicare ? Dirsi le cose ? Anche le più brutte ? Non ci si sentirebbe più in pace ? Non lo so..io esterno, chiarisco, chiedo...e vivo malissimo nel limbo..in questo momento, ad esempio, mi sento come una nave incastrata tra gli scogli..mi sa che un whisky, ogni tanto, farebbe bene anche a me..per le lacrime..no problem..di quelle ce n'è in abbondanza..Elle, questo post è bellissimo !
    Buona giornata :)

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    1. Già, chiedere talvolta è inutile tanto quanto ipotizzare ad oltranza. Anche io me la porto dietro da agosto, partire non è servito, in questo caso; odio le cose in sospeso: istintivamente direi come al giorno 16, poi però mi sembra che sia come coprire con una coperta un problema che sotto rimane, non si risolve. Perciò proseguo coi pensieri. E non è nemmeno detto che la realtà, la verità, sia brutta! Solo che non lo so! E il non sapere non è piacevole.
      Grazie Mary, buona serata :)

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  3. Io invece credo che valga la pena farsi un po' di pippe se poi vengono fuori riflessioni belle e intense come queste. Ma "cavarne piede" da dove viene?

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    1. Penso sia un'espressione tradotta da Elle dal tedesco, così di getto, un po' come quando i partenopei traducono scinn 'a munnezz con scendi l'immondizia (mi permetto perché ho origini partenopee).

      Scusatemi la chiosa poetica, poi Elle potrà contraddirmi ma credo che l'origine dell'espressione sia quella.

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    2. Silvia, Anche io la penso così, è che a volte devo sfogare il percorso simil-paranoico che mi ha portata alla riflessione finale, perché è proprio così: più ci ricasco, più mi rendo conto che è proprio con questi pensieri che non dovrebbero portare a nulla, che io invece a qualcosa arrivo. Non all'obiettivo che spontaneamente viene in mente, ossia scoprire che minchia è successo e perché proprio a me, bensì al risultato secondario e a lungo termine di capire cosa mi piace e cosa no, o chi mi piace e chi no, insomma chi sono.

      Firma, ebbene no, l'espressione è italianissima, si appoggia all'accezione (del verbo "cavare") "levar via" e significa "non riuscire a districarsi da qualche affare o situazione imbrogliata". In tedesco non sono ancora così brava da conoscere espressioni idiomatiche da tradurre! (in realtà peggioro di giorno in giorno)

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    3. In effetti mi era venuto il dubbio, tipo quando mia moglie mi dice: "cavati dai...", vabbè vado a dormire. Buonanotte.

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  4. ... le pippe mentali credo facciano parte dell'essere donna, perché l'uomo davvero non se ne fa e io un po' li invidio.
    Se però le tue pippe portano a poesie come questa ben vengano, anche se a pensarci troppo su si sta male! Banale, ma... domani è un altro giorno, di nuovo Giorno 1 e chissà cosa ti porterà!

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    1. Invece credo che se le facciano anche gli uomini, anche se assumono proporzioni e sfumature diverse. Loro ad esempio se le fanno preventivamente, mettono le mani avanti, non chiedono nemmeno loro quando temono che la risposta li fregherà in qualche modo. E poi stanno lì a chiedersi perché proprio a me questa palla al piede. Però, ripeto, le proporzioni cambiano drasticamente.
      Grazie per aver definito "poesia" questo sfogo, oggi è davvero giorno 1, e visto che, principalmente, da agosto mi chiedo perché io sono così (e non solo perché certe persone si comportano così con me, questo è secondario, nel mio caso), e me lo chiedo per l'ennesima volta nella vita, credo di aver almeno risolto questa delicata e più importante questione. Per tutto il resto, rimando i diretti interessati al giorno 16 ;)

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