venerdì 1 febbraio 2013

Come camminare senza catene.


È dai primi mesi del mio attuale blog che non faccio una lista. Cercavo appunto allora di smettere, o meglio di smettere di scriverle e basta, tralasciando di fare ciò che mi ero appuntata di voler fare. È passato più di un anno da allora, durante il quale ho cercato di imparare a ricordarmi le cose anche senza scriverle, perché il fatto di avere una lista mi metteva ansia. Ho provato anche a fare una lista, ben più soddisfacente, di cose già fatte e mai elencate prima, ma era evidentemente la lista in sé che mi indisponeva, nonostante allo stesso tempo fosse per me un bisogno. È un po’ come obbligarsi a mangiare perché il corpo e la mente lo richiedono per poter funzionare, e non perché mangiare piace: l’ora dei pasti diventa un incubo e ciò che era una necessità bio-filosofica diventa una punizione.
Sono successe tante cose nel frattempo: ho rischiato di morire uccisa dalla mia stessa famiglia (fisicamente) e sono caduta in depressione (mentalmente), ho preso un aereo che mi ha trasportata in una dimensione spazio-temporale parallela, ho fatto volare anche i mesi, da agosto in poi la mia memoria ha compresso i giorni, liberando spazio su disco, se non ci fossero persone e foto a confermare la mia presenza in certi luoghi ad una certa ora, il mio essere Spirito avrebbe preso forma nella vita reale, nessuno ne avrebbe più dubitato.
Arrivare a Berlino è stato come essere portata a Berlino da una persona che non c’era più, che non era più lì con me a spiegarmi perché ero a Berlino, quali fossero i suoi progetti per me: io personalmente sapevo solo che ero stata iscritta ad una scuola di tedesco, conoscevo l’indirizzo della casa in cui avrei abitato, avevo letto una mail che mi proponeva di vederci alle 16 per parlare di lavoro. Io personalmente avrei voluto passeggiare per le strade di Berlino come una volta, e se solo avessi saputo che la scuola e la casa e il lavoro ai quali venivo spedita si trovavano proprio a Berlino, mi sarei organizzata meglio.
Quella persona è morta, dopo una lunga agonia, ad agosto in Italia. E non mi manca. La accuso addirittura di non aver saputo organizzare il mio viaggio a Berlino come ci si aspetterebbe per un viaggio che avrebbe potuto cambiare la mia vita, un viaggio serio, importante. Quella persona ero io, lo Spirito nella casa. In quella casa.

A Berlino ero rimasta sola, dovevo arrangiarmi.

Ancora una volta è successo che le persone reali che conoscevo mi abbiano un po’ allontanata, con commenti vaghi che iniziavano tutti con “e adesso che sei a Berlino…” o che finivano con “eh.. tu te ne sei andata a Berlino…”. Incredibilmente, invece, il Consiglio Supremo delle Donne di CasaMia ha accettato di buon grado la mia scelta, aspettando paziente notizie sugli sviluppi. Sviluppi che io mi dimenticavo di dover avviare, mi lasciavo invece trasportare dalle conseguenze di azioni piccolissime intraprese in rari, minuscoli momenti di lucidità.
Molti non sanno nemmeno che sono a Berlino, altri, il Nonno, ad esempio, l’hanno saputo di recente; una volta appurato che le sue preoccupazioni di vecchio rincoglionito con conseguente pestaggio dei maroni delle Donne di CasaMia sarebbero diminuite se avesse saputo che lavoro, abbiamo detto al Nonno che lavoro a Berlino.
Perché la cosa importante a Berlino è questa.
Al secondo posto, ma spesso se la giocano all’ultimo tiro, ci sono le persone, e mi dispiace un po' vedere che le persone, per via delle mie scelte, anziché essere sinceramente felici che la mia vita migliori, si fingono felici per poi allontanarsi quatti quatti, cioè forse si fingono felici che la mia vita migliori mentre in realtà sono felici che io mi sia levata dai coglioni, perché pensano che sia quello che farò, invece non è così: io sono sempre lontana da tutti e da tutto, sono ferratissima nei rapporti a distanza, perché so che appena posso farò con piacere una capatina.
Meno persone da andare a trovare mi semplificano la vita, però che fatica farsene una ragione.
E al terzo posto c’è la casa, e stavolta non vivere in un ostello in camera con altre nove persone mi è stato molto utile per considerare sin dal primo momento, e nonostante estemporanei scoramenti da coabitazione, la possibilità di restare a Berlino come una valida, benché non prevista, alternativa. È che dal 2009 ad oggi, cioè dal mio rientro da Berlino fino al mio ritorno a Berlino, lentamente come solo io so fare, mi ero re-innamorata dell’Italia.
Un amore platonico, perché non sono riuscita a concretizzarlo in alcun modo, non mi sono goduta appieno il mio essere in Italia, perché la mia antagonista, ovvero la crisi economica sotto le sembianze della disoccupazione, mi remava contro, eppure proprio per questo l’amore è penetrato più in profondità: gli amori ostacolati sono i più romantici, ‘fanculo a quelli che superficialmente s’incazzano perché non rispondo al telefono, l’amore va oltre la raggiungibilità dell’utente, l’amore è nutrito dall’occhio della mente, quello che vede tutto superando i confini, superando a ritroso il tempo che passa, e superando anche il più veloce pessimista del sud, quello che dice che da noi non c’è nulla. Il nulla, vorrei spiegarlo una volta per tutte, è una pianta spontanea, cresce ovunque senza problemi, se invece vogliamo qualcosa, dobbiamo coltivarlo, il qualcosa non solo è una pianta da giardino ma richiede cure costanti, amorevoli, altrimenti muore. L’Italia è un giardino stupendo, che molti ci invidiano, a volte però lo trascuriamo e le piante perdono vigore, alcune muoiono. Eppure, in parte, questo suo essere incolto, questo suo arrancare per farcela, mi fa tenerezza. Siamo sempre insoddisfatti, vogliamo il giardino all’inglese però quando ce l’abbiamo, vantiamo un passato glorioso di giardini geometrici, lasciando credere a tutti che non abbiamo più il pollice verde, invece siamo solo andati avanti a provare nuovi giardini, ma ormai ci hanno convinti che volevamo solo imitare i giardini degli altri e che di nostro non siamo più in grado di coltivare nulla, dimenticandoci che quegli antichi giardini li avevamo resi così rigogliosi proprio noi. Come se un pollice verde potesse venire amputato così!

E va bene, lo ammetto, io per prima mi stanco delle solite cose e ho voglia di cambiare, di spostarmi, di vedere, di sperimentare, ed è proprio per questo che sono riuscita a re-innamorarmi dell’Italia, perché pur impossibilitata a viaggiare, non ho mai smesso di farlo, perché so che spaziare mi piace e allora ho trasposto il concetto dal concreto al metaforico e al virtuale e sono sopravvissuta. Ma tutto ha un limite: la sopportazione di una prigione, la fantasia per volare oltre quelle alte mura, la pazienza, la speranza, la fiducia in se stessi, la capacità di sorridere e ridere di tutto ciò che riguarda se stessi.

Ultimamente ho visto diversi film che mi hanno fatto riflettere su chi sono stata e su chi sono, se sono cambiata o no, come la penso o se ne ho mai pensato. Riferendomi a tutto questo che ho appena scritto.

La fuga di Martha
(cito me stessa, perché quando una cosa la dico bene, la ripeto): “La cosa che mi ha più colpito non è il lavaggio del cervello (e le violenze) che ha subito nella comunità in cui abitava e da cui è fuggita, bensì le somiglianze con il mio rientro in Italia dopo Berlino, nel 2009, anche lei si è beccata un bel po’ di ‘noi non lo facciamo, qui non si fa, così non va bene, devi cambiare, sei strana’ solo che lei naturalmente aveva motivi ben più validi per risultare strana, o per sentirsi spaesata senza capire perché, o di non capire le ‘regole’ altrui. […] C’entra solo un po’ lo stile, o la filosofia di vita, mi son segnata una frase che dice Martha, che probabilmente lei ripete a memoria come regola inculcatale dalla setta, ma che rende bene l’idea: ‘Sai non è colpa tua ma.. tu sai misurare il successo esclusivamente dai soldi e da ciò che possiedi. Ma non è quello il modo giusto di vivere’. E quando arrivi a pensare una cosa del genere, a crederci davvero, e poi ti ritrovi di nuovo in mezzo a persone che hanno il mutuo da pagare, che desiderano una televisione nuova, o che pensano sia importante andare a cena fuori e pagare molto per non sentirsi una merda, ti senti un po’ spaesato. Io ad un certo punto mi sono anche arrabbiata, con certe persone che cercavano di spiegarmi che sono io a sbagliare. Per certi versi Berlino non è una scelta coraggiosa, anzi è la più facile: qui non devo arrabbiarmi con nessuno.”

Young adult
Su Mavis ne ho sentite di cotte e di crude, ma alla fine mi sono immedesimata anche in lei, pur non essendo bella come lei, pur non essendo mai stata la reginetta del ballo, pur essendo sempre fuggita dalla mondanità e dalla vita sociale, benché segretamente invidiosa (disperatamente invidiosa) di non farne parte, pur non avendo mai davvero dato importanza a tutti gli aspetti superficiali della vita di una ragazzina, e proprio per questo divisa tra il voler far parte di un gruppo e il non “impegnarmi abbastanza” per riuscire ad entrarci, io Mavis la capisco. Sin da piccoli ci insegnano come dobbiamo essere e comportarci, se questo corrisponde a ciò che anche tutti gli altri cercano di essere e di fare tanto meglio, ma anche quando, come nel mio caso, le aspettative della famiglia sono decisamente anacronistiche, l’idea di base, ovvero adeguarsi a linee guida, passa e mette radici nella mente del più vispo bambino. Se pur con tutto il suo impegno, il bambino cede a quelle che un occhio benevolo avrebbe potuto definire senza metter troppi puntini sulle i “tendenze rivoluzionarie” o anche solo “smania precoce d’indipendenza”, un minimo di comprensione e qualche sorriso gli avrebbero risparmiato molti traumi da inadeguatezza. E ad esempio non gli sarebbe mai venuto in mente, da grande, di tornare in quel cazzo di paese a trovare presunti vecchi amici.
Entrambe abbiamo “costruito” la nostra vita altrove, la differenza tra me e Mavis è che lei è tornata convinta di ritrovare i suoi ammiratori di un tempo, io invece sapevo che a malapena sarei stata riconosciuta, ma entrambe, a quattr’occhi con i nostri ricordi del passato, siamo state trattate con gentile e sorridente condiscendenza a nascondere il distacco che c’era sempre stato, come se ammettere di essere diversi fosse un’offesa nei confronti del diverso.
Perché per molti “diverso” è sinonimo di “minoritario”, e non di “dissimile”.

La banda Baader Meinhof
“La gente, qui da noi e in America, deve consumare, mangiare, acquistare, in modo che non corra il rischio di pensare, sennò… potrebbe sviluppare una coscienza. E dopo organizzare una mobilitazione.” Questa frase di Gudrun mi ha riportato al mio 2009 ma anche alla mia infanzia. Quand’ero piccola i miei genitori, ad ogni mio comizio, ripetevano che dovevo essere contenta (e quindi stare zitta): “hai da mangiare e finché possiamo ti mandiamo a scuola”. Conseguenze del riscatto economico-sociale di contadini e minatori. Nel 2009, rientrata in Italia da Berlino, portavo avanti campagne contro il consumismo di massa fra i miei conoscenti, dai quali venivo regolarmente derisa, o al meglio etichettata e allontanata, dopo aver opportunamente riferito le mie parole al familiare più vicino, quasi ad invitarlo a tenermi a bada un po’ meglio, o semplicemente per chiedere, capire, come mai mi comportassi così, come mai mi rifiutassi di andare in un agriturismo la domenica, e ci scrivessi addirittura un articolo. Io ero solo scandalizzata da tanto sperpero in piena crisi economica. Siamo stati abituati a comprare tutto, anche ciò che non possiamo permetterci, anche ciò che non ci serve, anche ciò che non ci piace.
Io tiravo la cinghia da due anni, quando è scoppiata la crisi e ho lasciato il lavoro per tornare sotto l’ala conservatrice della famiglia, per scoprirla invece solo nascosta sotto la bandiera conservatrice, mentre la realtà era quella di una retroguardia consumistica sprovveduta e quasi ridicola, in virtù di un benessere fasullo misurato sullo sperpero da facciata e non sull’effettiva possibilità di spendere (e la spesa a sua volta era indipendente dalla necessità d’acquistare). Ho lottato per tre anni, ma sono riuscita a introdurre cinghie da tirare al momento opportuno, il baratto, il riuso dell’usato, il rifiuto dell’accumulo, la riflessione mirata alla risposta ad una semplice domanda “ci serve davvero o viviamo anche senza?”, e a riconsegnare a tutti il piacere dimenticato di un acquisto speciale, e magari costoso, di qualcosa di desiderato, assieme alla tranquillità che offre il non dover comprare per forza ogni giorno qualcosa in offerta.

Sulla strada
Questo è un romanzo, non un film, e all’inizio non lo capivo, mi sembrava troppo estivo, forse perché i miei lunghi viaggi in macchina alla scoperta del mondo li ho sempre fatti in estate, forse perché era estate nel libro (ma non sono sicura che all’inizio del romanzo sia estate), forse perché per me l’inverno è la stagione del raccoglimento, non del viaggio: per i viaggi io preferisco settembre, i viaggi per la vita intendo. Ogni mio arrivo in una nuova città è avvenuto a settembre, massimo ottobre, per ovvie ragioni (ovvie per me), nonostante spesso la decisione l’abbia presa prima, talvolta molto prima: spesso in primavera, altre volte ad agosto, in estate appunto. Lentamente sono entrata nella storia, che solo apparentemente è il mero racconto degli spostamenti sconsiderati di Sal, ad un certo punto lui inizia ad essere protagonista, a dire la sua, e le cose che dice mi piacciono, anche lui osserva chi lo circonda e riflette sui comportamenti delle persone, anche lui assapora la delusione sulla semplicità: “Io attaccai discorso con una splendida ragazza di campagna […]. Parlò di serate in campagna passate a fare il popcorn sotto il portico. Un tempo ciò mi avrebbe rallegrato il cuore ma poiché il cuore di lei non se ne rallegrava mentre lo diceva, capii che in esso non c’era altro che l’idea di ciò che si dovrebbe fare.”
A lungo, e per la maggior parte, però, Sal racconta del suo amico Dean, un “pazzo” che ha un suo modo di vivere, ma che non sta lì a spiegarlo, a giustificarsi, lasciando così spazio alla mania altrui delle etichette. Sal invece lo adora. “Ti dirò, Sal, chiaro e tondo,” dice Dean quasi alla fine “non importa dove io abiti, il mio baule spunta sempre di sotto il letto, sono pronto a partire o a venir buttato fuori. Ho deciso di lavarmi le mani di tutto. Tu m’hai visto tentare di rompermi il culo per farcela e tu sai che questo non ha importanza e che noi sappiamo il valore del tempo: come rallentarlo e camminare e guardare e solo fare delle scatenate baldorie vecchio stile, che altro genere di baldoria esiste? Noi lo sappiamo.” Il riassunto dei miei ultimi dieci anni: partita, buttata fuori, le valigie sempre pronte nell’armadio a mo’ di cassetto coi vestiti dentro. Ho cercato di farcela e di non dar troppa importanza a certe cose, ma l’unica cosa che sono riuscita a fare è stato imparare il valore del tempo e riuscire a rallentarlo, ma soprattutto a non farmi spaventare da lui. Il tempo mi terrorizzava. Sulla baldoria ho un concetto tutto mio, che è quello di “piacere”, quindi qualcosa di molto più delicato e discreto. Non mi piace uscire, non mi piace divertirmi nel senso comune del termine. Di solito esco da sola, o per una serata casalinga come quella di sabato scorso, che può anche concludersi con una sbronza; invece collego il termine “divertirsi” alla ricerca di una sensazione comunemente considerata soddisfacente, che non ho mai raggiunto. Prima del mio primo viaggio, quello verso Bologna, avevo cercato quella sensazione comune, ma non la trovavo, o meglio la raggiungevo ma non mi soddisfaceva come, dicevano, avrebbe dovuto. Ma solo dopo Bologna ho lasciato perdere le linee guida e ho iniziato a cercare diversamente, come un cane, prima timidamente poi sempre più decisa a trovare il mio tartufo, annusavo e seguivo l’istinto, e alla fine credo di esserci arrivata, al mio prezioso obiettivo, che non era quello delle altre persone che conoscevo.
Le ha conosciute anche Dean: “Hanno preoccupazioni, contano i chilometri, pensano a dove devono dormire stanotte, quanti soldi per la benzina, il tempo, come ci arriveranno… e in tutti i casi ci arriveranno lo stesso, capisci. Però hanno bisogno di preoccuparsi e d’ingannare il tempo con necessità fasulle o d’altro genere, le loro anime puramente ansiose e piagnucolose non saranno in pace finché non riusciranno ad agganciarsi a qualche preoccupazione affermata e provata […]” Io sono scappata da questo, e quando, cresciuta dentro, ci sono tornata, non ero pronta a ritrovarlo, l’avevo scordato, eppure mi sono ripresa (lentamente) dal primo scoramento e sono riuscita a dimostrare che si può vivere rilassati pur essendo puntuali e precisi, perché io sono la più puntuale e precisa, al limite del maniacale, ma allo stesso tempo la più polleggiata. Io scherzo, ma concludo il mio lavoro. Io sbuffo, ma risolvo i problemi. Io viaggio con la fantasia, ma aggiusto le cose che si rompono.
La donna con la valigia
Questo non è un film né un romanzo, ma il mio vecchio blog. Era solo un soprannome, all’inizio, che mi era stato dato in quel di Bologna, e che mi è rimasto attaccato fino a Berlino, quando è diventato un blog, il mio diario. In realtà all’inizio, presa nel vortice della semplicità (di necessità virtù), si chiamava Appunti berlinesi, ma una volta tornata in Italia è proseguito diventando il primo volume di una trilogia. La donna con la valigia va in missione raccontava i miei lunghi mesi di apprendistato a Berlino, come e cosa avevo imparato di me stessa. La donna con la valigia cade in un’imboscata raccontava i lunghi mesi di prigionia in Italia. Cito dalla mia introduzione al secondo volume della trilogia:
“La Donna vivrà nuove e difficili avventure.
La Donna scoprirà un mondo sotterraneo e infero.
La Donna incontrerà nemici insospettabili e sorridenti.
La Donna combatterà più volte contro l'istinto alla fuga e al vaffanculo a tutti.
La Donna dovrà reimparare a sorridere: ce la farà?
La Donna si porrà domande, corrugherà la fronte, sopporterà ed esploderà, brusca come sempre.
La Donna rifletterà, ragionerà, calcolerà, perderà il conto, riproverà, ci ripenserà, sospirerà sentendosi impotente.
La Donna impugnerà le armi, luciderà lo scudo, offrirà cene, si rifiuterà di fare favori.
La Donna scriverà.
Questo è il suo diario.”
La Donna con la valigia non è sopravvissuta, è stata uccisa, ma ha deciso di fare uno scherzo ai suoi assassini, infestandogli la casa. Il terzo volume della trilogia è il blog che state leggendo ora, era la fiaba di uno Spirito che cercava di vivere dopo la morte, alla facciazza di tutti, che cercava di spiegare come la pensa, approfittando del fatto che da morti si fa più paura al popolino superstizioso, per poi insegnargli, appena lo si è reso innocuo per lo spavento, che la superstizione è una minchiata, che bisogna avere idee proprie. Uno spirito rivoluzionario, amante dell’opposizione, sostenitore del mettere in discussione le cose più certe della vita, si era impossessato della casa tutta, al punto che il Consiglio Supremo delle Donne di CasaMia, posseduto più che mai, alla fine non solo ha accettato di buon grado il mio non pensare a fidanzarmi, il mio sbattezzo nonché la mia partenza per Berlino, ma aveva anche iniziato a mangiare i dolci preparati da me.


(Ester dei Mimes of Wine)

Django unchained
Il film inizia con una lunga marcia, e una canzone bellissima che l’accompagna. Un viaggio, durante il quale uno schiavo impara che anche lui, in quanto persona, ha dei diritti e un potere. C’è una persona che gli da fiducia per interesse, ma ad un certo punto, per i fatti della vita, Django lo schiavo si stacca anche da lui, ma non per questo si distacca dal suo obiettivo, finché lo raggiunge. Questo obiettivo lo aiuta a superare tutti gli ostacoli, anche in maniera violenta, ma d’altronde è questo quello che gli hanno insegnato sin da piccolo, gliel’hanno dimostrato sulla sua pelle. Noi siamo quello che ci insegnano, ma anche quello che impariamo, e possiamo imparare da chiunque qualunque cosa, da un certo punto in poi scegliamo noi, ma: si impara prima a scegliere o ad imparare? Imparare è più spontaneo, come respirare è legato all’istinto di sopravvivenza, scegliere invece è difficile, me lo ricordo ancora, di quando ho scelto di partire per Berlino (da una mia pagina, inedita, del 2012): “L’idea di partire non è come il solito schiaffo al malumore, che dopo un po’ il bruciore gli passa e si dimentica di averle prese e torna a tormentarmi. Stavolta si sta insinuando piano piano, perché anche per le cose belle mi devo preparare psicologicamente, in fondo abbassare la testa e sopportare, urlare un giorno sì e uno no a vuoto, e poi starci male, è molto più facile che scegliere un desiderio e cercare di realizzarlo.” Se imparare è per me come respirare, scegliere è più come camminare. Come camminare senza catene.

8 commenti:

  1. “L’idea di partire non è come il solito schiaffo al malumore, che dopo un po’ il bruciore gli passa e si dimentica di averle prese e torna a tormentarmi. Stavolta si sta insinuando piano piano, perché anche per le cose belle mi devo preparare psicologicamente, in fondo abbassare la testa e sopportare, urlare un giorno sì e uno no a vuoto, e poi starci male, è molto più facile che scegliere un desiderio e cercare di realizzarlo.” Mi rivedo totalmente in questa tua autocitazione. Cara Elle, è così dannatamente facile percorrere/scegliere la strada sicura, eppure c'è sempre un tarlo dentro che rode, a volte scompare, ma poi ritorna prepotentemente a galla, è sempre lì, non ci abbandona mai, quindi dobbiamo trovare il coraggio di scegliere i nostri sogni.
    Mi ha molto colpito il paragone tra l'Italia e il giardino, azzeccatissima! Io sono attaccata al mio paese perché è meraviglioso, pieno di potenziale non sfruttato e vorrei riuscire a realizzare i miei sogni qui, perché è la mia patria.
    Beh, ti saluto ex Donna con la valigia :-)
    Ps: Django... un filmone!!!
    Pps: Devo assolutamente leggere "Sulla strada"!
    baciii

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    1. Quel tarlo è terribile, e mi fa sentire stupida quando torna, perché mi rendo che appena andato via, io mi ero illusa che fosse per sempre, invece si era (l'avevo) solo nascosto, non eliminato.
      Io adoro l'Italia, adesso anche la colonna sonora di Django!

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  2. Ieri ho letto questa frase in Cecità : "Com'è fragile la vita se la si abbandona". Credo sia calzante per tutte quelle situazioni/rapporti che non nutriamo e non alimentiamo più...forse alla fine ci resta "accanto" solo chi conta davvero..il resto sono rami secchi. Vai avanti per la tua strada..fai tesoro delle tue esperienze..di ciò che ti dona piacere e anche di ciò che non te e dona..sarà più facile capire cosa vuoi e ancor di più cosa non vuoi. A volte finiamo per essere delle zavorre per noi stessi...ma quando riusciamo, finalmente, a liberaci di tutti quei condizionamenti mentali che ci tenevano prigionieri, torniamo ad essere noi stessi..o forse diventiamo davvero noi stessi..
    Ti sei liberata di quei lati di te che non ti piacevano..ed è positivo !
    p.s. Pian piano seguirò tutti i consigli in coda al tuo post..anche perché abbiamo una parte di percorso personale che ci accomuna molto.
    p.p.s. ma hai ricevuto l'e-mail che ti ho inviato il giorno in cui ero in treno in viaggio verso Padova ??

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    1. Non immagini nemmeno quante persone mi sia lasciata indietro nella mia vita, alcune non le dimentico, nel bene o nel male. Io non mi considero più una zavorra da anni, sono semmai un animale letargico: gli ultimi tre anni sono stati pesanti, ma non avrebbero potuto essere diversi, dovevano essere così, era la tappa successiva del mio percorso. Ripartire da lì è stato difficile, ma era arrivato il momento di una nuova tappa.

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  3. Ti conosco da poco, ma apprezzo molto. Alcune cose mi pare di averle già lette, ma forse sarà un deja vu, anche perché tu citi due delle opere da me più apprezzate della storia dell'arte, cioè Sulla strada di Kerouac, e il recente film di Tarantino, che sai bene quanto ho adorato. Sulla strada è un libro che tocca, bene o male, tutte le stagioni, anche se, chissà perché, a me ricorda di più l'inverno, con il protagonista con un simil Montgomery a scacchi rossi e neri. Per me, che ho letto quel libro, anni fa, più che singole frasi, resta in memoria il fatto estetico, e la voglia di cambiamento radicale di quei personaggi. Hanno fatto anche il film di recente, ma, pur avendo dei momenti belli, non ha la forza del libro (come poteva riuscirci? ... sarebbe stato un capolavoro assoluto). Del resto Sulla strada, per chi l'ha letto (ma anche per chi non l'ha letto e ne ha sentito parlare), è già un film ... sono partito per la tangente, e ho tralasciato, forse, il centro del tuo lungo, intenso, forte, interiore post/viaggio ...ma mi prende molto questo libro, e molti altri di quel scrittore nato il mio stesso giorno (l'ho scoperto guardando un video di una canzone di Bob Dylan, ambientato in un cimitero, dove c'era una tomba con la data del mio compleanno scritta sopra, che ovviamente mi ha preso ;)

    p.s.
    Stupenda Ester dei Mimes of Wine ... dove le trovi certe perle lo sai solo tu ;*

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    1. In qualche modo, sono riuscita ad inquadrare Sulla strada nel mio spazio e nel mio tempo: Berlino 2007-08. Pur nello spazio ristretto di una sola città, e in una decina di mesi totali, la mia vita allora è stata come quella di Sal e Dean. Senza progetti precisi se non continuare a camminare (nel mio caso): senza macchina e senza patente per la prima volta in dieci anni, senza soldi, rubacchiavo per mangiare (questa dichiarazione andrebbe precisata, ma per ora la lascio così), una volta sono andata alla caritas per avere qualche vestito, ho conosciuto più persone in quei pochi mesi che in tutta la mia vita precedente, e tutte mi parevano interessanti; ho smesso di dare importanza a certe cose (pettinarmi, truccarmi) e ho iniziato a darne ad altre (la curiosità di scoprire, di imparare), ho scoperto la bellezza di un incontro di un attimo (con quelli che da allora chiamo "amici di sorriso"), ho cambiato filosofia di vita, ho deciso di non "mettere la testa a posto". Mi sono cambiata radicalmente.

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  4. ciao Elle, sempre insuperabile in tutto quello che scrivi, e si' chi non ha letto Sulla Strada, ma credo che tutti cerchiamo di evadere da ciò che viviamo e ci sta stretto, ma lo scegliere un cambiamento è segno di maturità serve a ritrovare la nostra strada, perche è importante ritrovarsi per poter vivere serenamente almeno con noi stessi.Un caro abbraccio Alba

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    1. Ciao Alba, il cambiamento per me è fondamentale, non riesco nemmeno a immaginare di non cambiare più, sono cambiata così tante volte che lo considero parte integrate del mio essere "così". Forse non è una vera e propria evasione, ma un restare alle mie condizioni.

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