giovedì 21 marzo 2013

Pulp. Una storia del xx secolo di Charles Bukowski.

Mi accontento di poco. È il resto del mondo il problema.
In negozio, talvolta, sono confusa, infastidita dai turisti alla cassa, sempre i soliti, sempre gli stessi. Già dalla mattina.
Turista: - Prendo queste cartoline. –
Elle: - Uno, due, tre.. Cinque euro, grazie. –
- Purtroppo ho solo cinquanta euro. –
- E perché non cerca meglio in quel portafogli? –
- Come, prego? –
- Ho detto: bel portafogli. –
- Ah, grazie. Tenga. –
- Ah, sì, i cinquanta euro. Allora sono cinque, venti, quaranta. A lei. Arrivederci. –
- Grazie. Non è che per caso ha anche i francobolli? –
- Dirlo prima, no? –
- Come, scusi? –
- Dico, per la Germania, no? –
- Sì, per favore. –
- Per favore una ceppa. –
- Scusi? –
- Se ha fretta.. –
- Fretta cosa? Mi scusi, non capisco.. –
- Le do un sacchetto, se ha fretta.. –
- … -
- Per i francobolli, ma ci sente? –
- N.. no, grazie, li attacco subito. –
- Vabbe’, come vuole, sono due euro e venticinque, paga con la carta? –
- No, dovrei avere cinque euro. –
- Certo che ce li ha, glieli ho appena cambiati, no? –
- S.. sì, ma dove li ho messi? –
- Oddiossanto. Si vuole dare una mossa? Ho la fila.. –
- Do.. ah! Eh? Ma non c’è nessuno.. –
- Vuole discutere con me? –
- … -
- Eh? -
- N.. no, tenga. Due euro, ha detto? –
- Due e venticinque, cazzo, ma oggi tutti qui venite? –
- … -
- Grazie, il resto? Ah, lo vuole.. e allora lo prenda, è lì. Arrivederci. –*

La prima impressione è di fastidio, la seconda di curiosità. Aiuta il numero di pagine, nemmeno duecento, e poi è una sorta di giallo, credo, si scoprirà qualcosa alla fine, spero.
È la storia di un investigatore privato, Nick Belane, raccontata in prima persona da lui, al quale si rivolgono diverse persone per affidargli i loro casi dietro raccomandazione di un certo John Burton che, però, Belane non conosce. In ogni caso Burton si fida di lui e gli manda cani e porci.
Questi casi in qualche modo si intrecciano fra loro, ma non in maniera risolutiva, anzi ad un certo punto sembra che abbiano in comune solo il non poter essere risolti. Ma è davvero così, o è Belane che non lavora con il metodo giusto? Ma ecco che lentamente, e non senza inciampi, Belane porta tutti i casi alla soluzione, o quasi tutti, e allo stesso tempo si ha l’impressione che i casi si risolvano da sé, quasi cadendo in prescrizione, o con aiuti esterni affatto merito dell’investigatore. Uno se vuole può pure vederci lo zampino del destino, io no.
E nemmeno Belane, perché lui sa che il merito è tutto suo, sa di essere il migliore, il super investigatore, “il più dritto detective di Los Angeles”, me cojoni. La sua vita si svolge tra casa sua, dove però ha un vicino invadente, il suo ufficio, di cui tutti sembrano avere la chiave, e un numero indefinito di bar, gestiti e frequentati dai personaggi più assurdi, ma in fondo tutto il mondo è pieno di persone assurde, e questo lo nota anche Belane: “Finii il mio drink e uscii di là. Si stava meglio per strada. Camminai senza meta. Qualcosa doveva cedere e non sarei certo stato io. Cominciai a contare tutti gli scemi che incontravo. Arrivai a cinquanta in due minuti e mezzo, poi entrai nel bar successivo”.
Questa degli scemi l’ho notata pure io.

Ieri al lavoro, ad esempio, un tipo che stava tra lo scaffale dei boccali da birra in ceramica con coperchio in zinco e la parete con le calamite da frigorifero a forma di Porta di Brandeburgo continuava a fissarmi. Sentivo che mi guardava. Il negozio era vuoto, c’eravamo solo io, lui e il tirocinante nuovo che mi hanno affidato, un cinese che non capisce niente, né io capisco lui. Ho finito di leggere il capitolo e ho chiamato il tirocinante per ordinargli di portare un’altra pila di guide turistiche in italiano. Per agevolallo cerco di usare più parole possibili con la elle, così si sente a casa quelle poche volte che gli pallo. L’unica sua particolarità è un casco di capelli spioventi sul volto, che si uniscono al cappuccio della felpa di due taglie più grandi, che si unisce al pantalone del pigiama che usa al lavoro, che si unisce al pavimento. Ha sempre le mani in tasca, quindi di solito di lui vedo solo il naso e quei cazzo di occhi corrugati a punto interrogativo ebete.
- La pila, eh? – ha chiesto.
- Sì, un’altra pila, solo più alta. –
- Più alta? Più molti? Quanti? –
- Quelli che puoi. –
- Cosa vuol dile? –
- Non lo sai? –
- No. –
- Beh, mentre vai a prenderli, pensaci. –
Si è allontanato.
Il cliente vicino allo scaffale dei boccali da birra e alle calamite da frigorifero ha attirato la mia attenzione con un cenno della mano, e ha urlato:
- Sei italiana, vero? –
- No, non sono italiana. –
- Hai una bellezza tipica italiana. -
- Non me ne frega un cazzo se ho una bellezza tipica italiana. –
- Ti sei offesa? –
- Mi hai offeso tu? –
In quel momento il tirocinante è tornato con la pila di guide turistiche in italiano, le ha appoggiate alla cassa accanto al libro che stavo leggendo, ha lanciato uno sguardo veloce al tizio vicino allo scaffale dei boccali da birra, e ha detto con tono triste:
- Non penso che tu sia una donna gentile. –
- E chi ti ha detto che potevi pensare? –
- Non sono obbligato a lispondeti. –
- Nemmeno a restare, se è per questo. –
- Non parlare più con quella! – ha urlato il tipo vicino allo scaffale dei boccali da birra, come fosse al mercato del pesce e non in un negozio di tutto rispetto.
- Tu pronuncia solo un’altra parola e ti rifilo una pedata su per il culo! -**

Belane ci accompagna nella sua quotidianità lavorativa, da quando gli viene affidato il primo caso anomalo, fino alla risoluzione dello stesso, cioè al pagamento, o mantenimento di una promessa, dipende dai punti di vista, in ogni caso questo ci insegna a stare attenti alle espressioni che usiamo, perché qualcuno potrebbe prenderle per promesse, appunto.
“Culo” e “coglioni” sono le parole che Belane usa più spesso, “ti inchiodo il culo” e “testa di cazzo” le sue frasi preferite. Fra le bevande la fanno da padrona vodka e scotch, mangia male, è grasso, scommette sui cavalli, cioè perde le scommesse, si indebita, incontra poche donne, ma decisamente affascinanti, anzi dovrei dire eccitanti, eppure non ci sono scene di sesso, nemmeno una, nada, nix, anche se quattro volte si arriva ai massimi livelli di eccitazione, sempre bloccati sul più bello, una volta addirittura da un mostro alieno, nascosto sotto una delle due donne più belle che Belane avesse mai visto. Poco male, per come la vede lui: “Eravamo seduti da circa mezz’ora quando entrò qualcuno. Un’altra donna. Si guardò in giro e poi venne a sedersi sullo sgabello alla mia sinistra. Due donne significano il doppio delle grane rispetto a una. Adesso avevo grane da tutte e due le parti. Ero chiuso in una morsa. Ero fottuto.”

Sono quasi duecento pagine di fatti inverosimili, come gli alieni dai poteri magici:
“- … l’ho vista fare certe cose. –
- Per esempio? –
- Be’, levitare fino al soffitto e cose del genere… -
- Lei beve, Grovers? –
- Certo, e lei? –
- Non funzionerei senza… -“
Duecento pagine di piccoli gesti: “Spensi il sigaro, mi misi il cappello, andai alla porta, la chiusi a chiave, raggiunsi l’ascensore e scesi al piano terra. Uscii sulla strada e rimasi fermo a guardare il via vai di gente. Lo stomaco cominciò a ribellarsi e camminai mezzo isolato fino a un bar, l’Eclissi, entrai, mi sedetti su uno sgabello. Dovevo pensare.”
Duecento pagine di riflessioni profonde: “Cominciai a pensare alle soluzioni della vita. La gente che risolveva le cose solitamente aveva molta tenacia e una buona dose di fortuna. Se tenevi duro a sufficienza di solito arrivava anche un po’ di fortuna. Però la maggior parte delle persone non riusciva ad aspettare la fortuna, quindi rinunciava. Non Belane. Non era un senzapalle, lui. Era roba di prima qualità. Un ardito. Un tantino fannullone, forse. Ma furbo.”
Duecento pagine di americanate: “Entrò e chiuse la porta. Presi la chiave e li chiusi dentro. Poi tornai alla scrivania e cominciai a spingerla lentamente verso la porta del cesso. Era una scrivania molto pesante. La spostavo di un centimetro per volta. Un inferno. Ci misi dieci minuti per spostarla di quattro metri. Poi la spinsi direttamente contro la porta.”
Duecento pagine di normale vita vissuta: “Poi si grattò le palle e sbadigliò”.

Duecento pagine di quotidianità condivisibile: “Era solo un lavoro, per l’affitto, per l’alcol, in attesa dell’ultimo giorno o dell’ultima notte. Un riempitivo. Che stronzata. Avrei dovuto essere un grande filosofo, avrei detto loro quanto eravamo stupidi a starcene in giro a riempire e a svuotare i polmoni d’aria”, dice Belane.
Ma in realtà Belane è già un filosofo: riceve soffiate sbagliate, prende granchi e si caccia nei guai, prende multe e non le paga, è perseguitato da allibratori, strozzini e padroni di casa a cui deve soldi, fraintende e fa figure di merda, va in bianco, viene sballottato da un bar assurdo all’altro dietro una pista che non esiste, a fare domande a persone ottuse che gli fanno perdere tempo, vive giornate di lavoro inconcludenti, e non sembra avere vere e proprie giornate di vita personale, certi giorni si sveglia depresso, ma la sera, la sera come tutti torna a casa: “Chiusi la porta. Mi sedetti e trovai mezzo sigaro spento nel posacenere. Lo accesi, feci un tiro, mi andò di traverso. Riprovai. Niente male.
Mi sentivo introspettivo.
Decisi che per quel giorno non avrei più fatto nulla.
La vita consumava, consumava all’osso.
Domani sarebbe stato un giorno migliore.”

Oggi ho lavorato tutto il giorno nella libreria, perché hanno provato a prendersi il tirocinante cinese per fargli fare il lavoro sporco, ma lui riesce solo a sporcarlo di più. Allora hanno chiamato me, la super tirocinante da una vita, la più tirocinante dei tirocinanti. Ho mollato le calamite da frigorifero al loro triste destino di regalo inutile, e sono andata in libreria.
Mentre ero lì che facevo la muffa alla cassa, è arrivato uno dei clienti più fedeli, che è pure amico del Grande Capo, conosce a memoria i titoli di tutti i nostri libri, ma il mio nome non l’ha ancora imparato.
- Sei fortunato, - gli ho detto, burlona come sempre – ti sei perso per un pelo quell’ubriacona di Elle. Era qui che si vantava della sua nuova macchina da cucire marca Necchi. –
- Lascia perdere quella, - mi ha risposto ignorando il mio sorriso simpatico – hai una copia firmata de Il muro di Berlino 1961-1989 con le fotografie dell’archivio di Stato di Berlino? –
- Naturalmente. – ho risposto piccata.
- A quanto la vendi? –
Ho sorriso ammiccante: - Tu a quanto la vorresti? –
- Ci.. penso.. – ha balbettato.
- Scusa un attimo. – gli ho detto sbrigativa, poi mi son rivolta a un tipo che a pochi passi da noi sfogliava la prima edizione de Gli anni Venti a Berlino:
- Tu! Rimetti subito il libro sullo scaffale e levati dai coglioni! –
Il cliente alla cassa mi ha guardata sgranando gli occhi.
E io: - Ci credi che qualcuno entra perfino con il gelato in mano? – gli ho detto calcando la voce su “gelato in mano”, e fissandolo dritto negli occhi mentre mi chinavo leggermente verso di lui sul banco.
- Credo.. a cose ben peggiori. – ha balbettato.
Poi mi sono rivolta di nuovo al tipo:
- Ehi, tu! – ho urlato – VAI FUORI DAI PIEDI! –
Con un sussurro timido, il cliente alla cassa mi ha chiesto: - Ma.. perché ? –
- Io capisco al volo quando NON HANNO VOGLIA DI COMPRARE. – e ho urlato l’ultima parte in modo che il tipo mi sentisse. Quello ha posato il libro sullo scaffale e si è diretto verso l’uscita.
Il cliente mi fissava con insistenza, siamo rimasti lì in piedi a guardarci senza parlare, poi ha iniziato: - Ma.. –
Ma che cazzo. Ho fatto un passo indietro dalla cassa: - E tu non rivolgermi mai più la parola. E non fare niente, niente di niente che possa infastidirmi o ti faccio saltare la bocca da quella faccia di cazzo che ti ritrovi! –
Lui mi ha fissato ancora per qualche secondo in silenzio, poi si è scosso dal suo torpore del cazzo e si è avviato verso la porta senza mai voltarsi indietro.
Mentre la porta si richiudeva alle sue spalle, un uccellino è entrato saltellando nella libreria. Era un uccello carino. Mi ha guardato e io l’ho guardato. Poi ha cinguettato debolmente: “cip!” e non so perché mi ha fatto sentire bene. Mi accontento di poco. È il resto del mondo il problema.**

***

Pulp. Una storia del xx secolo di Charles Bukowski, tradotto da Simona Viciani e con un’illustrazione di Emiliano Ponzi in copertina.
L’edizione che ho letto io ha una prefazione della traduttrice che spiega i retroscena della stesura di questo romanzo, il significato che aveva per l’autore e per i suoi affezionati lettori, le differenze coi romanzi precedenti. In copertina c’è un’illustrazione molto particolare: il fumo nero del sigaro è a forma di colonna vertebrale, la camicia è fuori dai pantaloni, lui è nella bara, al suo fianco c’è uno scheletro con un abito rosso molto sexy e rossetto rosso, che ha una mano infilata nei suoi pantaloni (non nella tasca); è un’immagine che riassume in una sola scena tutto quello che c’è scritto nella prefazione, non ciò che verrebbe da pensare sulle prime vedendola, ossia che si tratti del solito gioco del dottore e dell’infermiera, in cui l’infermiera lavora mentre il dottore sta fermo e se la gode, bensì è qualcosa di molto più maturo: è la morte che lo tiene per le palle.


*questo brano è inventato di sana pianta, seguendo lo schema di una conversazione presente nel libro
**questi due brani sono rivisitazioni di brani tratti dal libro, con parti prese pari pari da diverse pagine e altre parti che ho modificato e/o integrato per adattarle alla mia quotidianità lavorativa

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