venerdì 15 marzo 2013

Non ti muovere di Margaret Mazzantini.

Una storia in un racconto nel romanzo.
Scrivere una recensione è difficile, si sa. Esistono vari tipi di recensioni, di cui cito i primi tre che mi vengono in mente.
1) Recensione obiettiva ed esperta con paragoni con altre opere dello stesso autore e con opere simili di altri autori, all’interno di un filone o del panorama nazionale di tutti i tempi, se invece si tratta di un’opera prima, analisi dettagliata di pregi e difetti dello stile, della lingua, dei contenuti, ricerca di tracce di plagio, ovvero di spunti malriusciti, ricerca di un eventuale autore maestro, scelta di un soprannome che inizi con “novello..” e grido per questa nascita infine, se il maestro non si vede, e soprattutto se si vede che ce ne sarebbe stato bisogno, consiglio dell’esperto su come migliorare, se non addirittura parere in odor di stroncatura.

Una recensione del genere io non riesco a scriverla, innanzitutto perché non conosco i predecessori proprio di nessuno, col panorama nazionale sono ferma a Dante e non l’ho nemmeno letto tutto, e per cogliere somiglianze in quanto già letto non dico che dovrei ricordarmi di cosa parlava il libro, ma almeno saper citare autore e titolo mi sarebbe utile.
Ad esempio ho appena finito di leggere Non ti muovere e, all’inizio mentre leggevo, obiettivamente pensavo: “Uh, bellissimo questo inizio, la scelta di raccontare proprio questa scena e proprio in questo modo, con questi spazi bianchi fra punti chiave del racconto (peraltro sempre azzeccati da qui alla fine del libro), e questo punto di vista che sembra giungere dall’alto, ma subito avvolge e penetra il racconto, come se il narratore fosse presente, invece non c’è ancora ma questo si scopre dopo, quando la scena è già cambiata, quando lui si materializza nella storia, ed esce dalla premessa pronto ad entrare nel vivo del suo racconto, ed è chiaro anche se non esplicito il motivo per cui inizia a raccontare (su questo mi sono ricreduta, il vero motivo, più sottile, si scopre alla fine), cioè l’inizio è una sorta di scusa (non una cornice, ma proprio un la) per una storia più lunga e più intensa, quasi una confessione (mi pareva, all’inizio, ma non lo è) di un uomo che si vuole raccontare e però basta con queste storie di borghesi insoddisfatti, che se queste cose non le aveste le vorreste, ve lo dico io, e cosa credi tu, che se fossi povero e ignorante apprezzeresti la tua povertà e ignoranza? La seconda non sapresti nemmeno di averla e la prima te la terresti proprio perché da ignorante non immagineresti mai di avere anche tu diritto alla ricchezza, fermo restando il dubbio sulla tua capacità di ottenerla, e poi di quale ricchezza vogliamo parlare? No, perché per essere davvero ricco ti basterebbe sfruttare la tua (ipotetica) intelligenza per far fruttare la tua ricchezza (di qualunque tipo sia) in maniera costruttiva, anziché piagnucolare perché vorresti un’altra vita altrove, sappi che per fare il medico senza frontiere, se il tuo problema è davvero che in ospedale guadagni troppo, ti basta girare l’angolo della tua città e sei in una periferia, che da quando esistono le città (e ti sto parlando del 1200 al più tardi) sono piene di cenciosi, loro sì, che sono in questa situazione contro la loro volontà e non sanno come uscirne, non tu che non vorresti l’attico in centro, la moglie bellissima e la carriera avviata ma puoi sempre scegliere di lasciare tutto, le palle, ti mancano, solo quelle”.

Ma veniamo al secondo tipo di recensione.
2) Recensione soggettiva, ovvero l’insieme di sensazioni che il libro stimola, ovvero una recensione inutile, se è vero che le recensioni vengono lette da chi vuole avere un’idea generica della trama e della qualità del libro, per poterlo leggere e farsi emozionare, innanzitutto perché le emozioni sono soggettive, e poi perché nello stesso soggetto possono variare in base al periodo in cui si legge un romanzo (e dico “periodo” per semplificare perché le variabili, anche nello stesso periodo, sono tante).

Ad esempio a me forse ultimamente capitano solo storie di persone che stanno ferme, eppure si lamentano perché vorrebbero essere altrove, sanno addirittura dove, però non si muovono, proprio come il protagonista, nonché voce narrante di Non ti muovere, frase che lui ripete a tutti nel corso del romanzo, vorrebbe che tutti si fermassero, invece quello fermo è lui, ne è pienamente consapevole, anzi proprio per questo vorrebbe che tutti si fermassero: vorrebbe averli vicino, e non farli soffrire, eppure sembra proprio che tutto ciò che renderebbe felice lui quando lo vuole lui, farebbe però soffrire gli altri, allora sta fermo, non si muove, o si muove pochissimo quasi senza impegno, ma quel poco basta a cambiare le cose, a cambiarle dall’interno, in maniera invisibile ad occhio nudo, soprattutto all’occhio degli altri (o questo lo crede lui).
È l’ennesimo esempio di qualcuno che ha quasi raggiunto, già in giovane età (ha 40 anni o poco meno), l’apice della sua vita: studi universitari e carriera, in quest’ordine; amicizie consolidate e inspiegabili, con annesso divieto di porsi domande, perché se si tratta di persone apparentemente obiettivamente raccomandabili non importa che ci si senta diversi o addirittura estranei, si è amici da sempre e questa è una garanzia; infine l’amore e il matrimonio, con conseguenza di suoceri e figli, questi ultimi spesso sono prima di tutto tanto attesi nipotini. Alla pensione ci pensiamo poi, se proprio vogliamo pensarci, per ora preoccupiamoci di allevare i nostri figli secondo la sana educazione che abbiamo ricevuto dai nostri genitori, quella che ancora oggi ci opprime, solo che con l’età adulta abbiamo imparato a sorridere ciononostante, e anche se il nostro sorriso sembra vero, noi sappiamo che non lo è, ma anche questo è previsto dall’educazione che abbiamo ricevuto, e ci tranquillizza sapere che i nostri figli, che ora si ribellano al sorriso forzato e tengono il broncio, un giorno finalmente impareranno a proprie spese a sorridere sempre, e ci tranquillizza pensare che quel giorno ci diranno “avevi ragione”.
E allo stesso tempo ci opprime sapere che noi stiamo insegnando ai nostri figli ad auto-opprimersi consapevolmente, a non muoversi dal solco nel solco del solco dei secoli nei secoli e così sia.

3) Oppure, molto più semplicemente, si fa un elenco dei personaggi, anche dei minori, se è ramificato di considerazioni sui loro rapporti è meglio, così sembra che abbiamo letto e capito il libro, si traccia un filo dello svolgimento, aggiungendo qualche commento se questo non è cronologico e se i salti nel tempo appesantiscono e confondono, infine si cita una frase preferita o esemplificativa del romanzo, si aggiungono i propri buoni propositi per l’anno nuovo, ad esempio leggere più libri di questo autore, e si augura a tutti buona lettura, sperando che basti questa scheda a far prendere in considerazione l’idea di leggere il romanzo con tante grazie a noi per il consiglio.

Io ad esempio ho scelto due frasi preferite e esemplificative da Non ti muovere.
“Il tempo lavora così, Angela, con sistematica gradualità. Un invisibile ma implacabile movimento di usura. La trama dei tessuti si allenta e si riassesta sul telaio delle ossa, e un giorno, senza che nessuno ti abbia avvisato, indossi la faccia di tuo padre”.
“Ognuno di noi, Angela, sogna qualcosa che scardini il suo mondo ordinario. Lo sogni seduto sul divano, sbracato in mezzo ai benefit che la vita ti aggiunge ogni giorno. D'improvviso, spinto da un ridicolo moto di rivolta, cerchi l'osso dell'uomo che ti sarebbe piaciuto essere. Ma per tua fortuna sei avvolto da un bendaggio di adipe che si è ben assestato intorno a te per proteggerti dagli spigoli, e dalle stronzate che ogni tanto ti racconti”.
In entrambe le frasi, ciò che mi ha colpito di più è quel nome per inciso “Angela”.
Fra i personaggi del romanzo infatti c’è pure lei, eppure non verrebbe da includerla nella lista, se non forse all’ultimo posto, perché non parla mai, non si muove mai, c’è e non c’è, ed effettivamente non c’era all’epoca dei fatti raccontati; è quasi sempre solo una parentesi nel racconto, solo nelle prime pagine del romanzo vengono nominate alcune sue caratteristiche che suo padre, nonché voce narrante, ricorda. E se non fosse la protagonista di quella primissima scena e, forse proprio per questo, la destinataria del racconto successivo (nonché di quello stesso riepilogo dei fatti, come se non li avesse vissuti lei stessa), Angela non esisterebbe come personaggio, nemmeno come scusa per un incipit stilisticamente perfetto.
Ci si dimentica di lei per pagine e pagine, finché la narrazione incontra un rigo bianco che ci catapulta tutti di nuovo nella stanza in cui si trova quando suo padre inizia a raccontare. Ma fra uno di questi ritorni dal flash back e l’altro spuntano qui e lì solo piccoli incisi, questi “Angela” fra virgole che danno la pelle d’oca, perché ci ricordano che lei, Angela, c’è ancora, c’è di nuovo, c’è già, nonostante la storia sia un’altra, e fino alla fine continueremo a chiederci cosa c’entra Angela, qual è il suo segreto? C’è un segreto, o suo padre vuole semplicemente raccontare questa storia, vuole confessarsi e ha scelto lei perché il caso l’ha portata in quella stanza dalla quale non può muoversi?

“Non sto cercando pietà, non sto cercando nulla, Angela, credimi, non so nemmeno io perché ritorno a queste cose”. Questo dice Timoteo, ossia la voce narrante, verso la fine del libro, e per me la lista dei personaggi potrebbe finire qui, perché nonostante la storia che Timoteo racconta ad Angela sia un’altra, e questa a sua volta possa essere vissuta e quindi analizzata secondo almeno tre differenti aspetti della vita di un uomo, e nonostante mi sia chiesta più volte se davvero un uomo pensa queste cose, se davvero le racconterebbe a sua figlia, se davvero le direbbe così, per me questo romanzo è semplicemente la storia del rapporto di un padre con sua figlia: un rapporto a distanza in cui non è il fatto che sua figlia in questa storia non c’entri nulla a determinare lo spazio fra loro, né il tentativo di avvicinamento è dato dalla mera confessione di fatti che potrebbero macchiare l’immagine che una figlia ha di suo padre: senza peccato, antico, responsabile, palloso, nobile e rassicurante, venerabile e proprio per questo irrimediabilmente distante.
Il punto è un altro: pur con tutta la buona volontà data da tutto il senso di inadeguatezza che determina tutto un voluto apparente disinteressamento, un uomo quando diventa padre smette di essere un uomo. Non in assoluto, bensì agli occhi di un figlio, o meglio: agli occhi di un figlio non è mai uomo, ma nasce (con lui), e muore, come padre. Uno impiega una vita di delusioni e fatica a costruirsi come uomo, o un’estate di consapevolezza determinante a rinascere come uomo, ma i suoi figli, sia che lo chiamino “papo” sino al giorno del proprio matrimonio sia che lo mandino affanculo già dalla quinta elementare, lo vedranno sempre come un padre circoscritto in un ventaglio di caratteristiche predeterminate, dal quale “scegliere” che tipo di padre essere, ad esempio un padre che si accontenta di guardare crescere la figlia convincendosi che le basti la complicità con la madre. Invece dietro questa immagine di padre c’è sempre un uomo e, cosa più assurda per una figlia (o un figlio), c’era anche prima, quando la figlia non c’era, non era desiderata né pensata.

Sin da subito, in gesti minuscoli e parole semplici si avverte il legame di questo padre con la figlia. Non ti muovere, Angela, non ti muovere. Di solito il colpo mi arriva, se mi arriva, inaspettato nel finale, questa è la prima volta che una storia mi fa piangere nelle prime pagine, e poi ancora ogni volta che quel padre torna dal suo racconto lontano a quel capezzale di figlia, e questo nonostante le sensazioni per la gran parte del romanzo siano altre: fastidio, disgusto, disapprovazione. Ogni volta che dice “Angela”, ogni volta che la chiama “figlietta mia”, indipendentemente da quello che vuole dire (il mio amore era un altro, figlietta mia, non tu, non tua madre), traspare tutto il suo essere padre, io vedo tutta la loro complicità, il loro affetto reciproco abitualmente nascosto dalla quotidianità. E ogni volta, ho sentito tutte le mie lacrime agli occhi.


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