giovedì 11 aprile 2013

Cause the sweetest kiss I ever got is the one I've never tasted.

Questa è la storia vera di un amore condiviso.
Mi innamorai la prima volta che sentii quelle note. Era una chitarra, credo, forse un banjo, non lo so, io non me ne intendo. Suonava, questo conta, ed io mi lasciai rapire.. ah, ecco il violino. O cos’era. E poi quella piccola pausa per riprendere fiato, entrava un altro strumento in scena, più cupo, che tracciava la linea della malinconia, tornava il violino, o cos’era, la chitarra non abbandonava, anzi.. ora attaccava seriamente. Ora iniziava davvero.

L’ascoltavo mille volte al giorno, mi sembrava impossibile che fosse stata composta una canzone così bella, la mia canzone. Faceva parte di un album che avevano degli amici miei, persone che frequentavo così, solo perché mi lasciavano entrare. Credo lo facessero perché non parlavo molto, ero per loro come una sorellina piccola che stava seduta in un angolo buona buona a disegnare. Non disegnavo, ma ascoltavo, affascinata dai loro discorsi rivoluzionari, avrei voluto essere come loro. Da grande.
C’erano le cassette, allora, e si usava registrarci i dischi per farli girare, uno dei ragazzi ne fece una copia per una ragazza che gli piaceva, le disse che doveva assolutamente ascoltarlo che lui era un genio, un rivoluzionario, uno che vedeva lontano. Establishment, le diceva, ti rendi conto che prima d’ora questa parola qui da noi non esisteva? Lei però ce l’aveva con lui per qualcosa che era successa nel gruppo e non volle la cassetta, che rimase lì. Io la vidi, lui mi mostrò il vinile originale, ai tempi ancora rarissimo, e mi spiegò che era un genio, non si sapeva come fosse arrivato, non si sapeva proprio nulla di lui, ma cantava delle grandi verità. Da quando l’aveva sentito, ogni volta che esponeva una sua teoria, e voleva aver ragione, ripeteva “and that's a concrete cold fact”. Era quasi il suo motto.

Woke up this morning with an ache in my head
I Splashed on my clothes as I spilled out of bed
I Opened the window to listen to the news
But all I heard was the Establishment's Blues.
Gun sales are soaring, housewives find life boring
Divorce the only answer smoking causes cancer
This system's gonna fall soon, to an angry young tune
And that's a concrete cold fact. (6)

Anche allora, come tante volte dopo, la mia vita cambiò per via di un regalo che era destinato ad un’altra. A quegli incontri io arrivavo sempre la sera tardi, quando le ragazze erano state accompagnate a casa, e i ragazzi, tornati soli, iniziavano a parlare di politica. Se i miei avessero saputo che non ero lì per coltivare il mio giardino di perbenismo sociale, né per studiare, me le avrebbero date di santa ragione. Io però ero lì per imparare, e dopo quella volta che presi uno schiaffo da mio padre perché avevo ripetuto, a tavola per di più, una frase contro il governo che avevo sentito dai ragazzi, imparai ad evitare di esporre in famiglia quelle che, lentamente, stavano diventando le mie idee. O almeno, questo, lo speravo. In realtà ero in qualche modo intimorita da quei discorsi rivoluzionari, anche perché da varie parti cominciavano a concretizzarsi in lotte, eppure avrei voluto essere così anche io. Così coraggiosa. Ascoltavo, i discorsi e la musica, la musica di quel rivoluzionario, e questo mi affascinava immensamente: sono nata negli anni Sessanta, a quei tempi le famiglie bianche cercavano di apparire per bene, anche le povere, era molto importante per distinguersi dai neri, sono cresciuta con la consapevolezza che questa distinzione era sbagliata, perché i miei genitori mi insegnarono che davanti a dio siamo tutti uguali, eppure nella vita di tutti i giorni anche loro si adeguavano alle leggi razziali, e se da un lato essere bianca era un vantaggio che mi sembrava regalato, dall’altro odiavo i miei perché non prendevano posizione contro i neri, ma neppure contro il governo, anche se a casa, con mezze frasi, il governo lo criticavano. Ma andare contro il governo significava la prigione, alcuni ragazzi di quelli che frequentavo ci erano finiti solo perché avevano suonato in un gruppo che cantava canzoni sospettate di essere comuniste. Per questo io avevo paura e non scesi mai in strada a protestare. Ma questo successe dopo. Quand’ero piccola vivevo in un limbo di incoscienza, non capivo da che parte dovevo stare, e così rimasi affascinata da quei ragazzi conosciuti una sera d’estate, perché loro ebbero il coraggio di schierarsi, appartenevano a quella minoranza di bianchi che non approvava l’apartheid e che voleva fare qualcosa per cambiare la situazione in Sudafrica. Io invece passavo ogni notte in loro compagnia prima di tutto per stare lontana da casa. Anche per questo, quel disco, mi conquistò subito, mi sembrava parlasse di me, in qualche modo. O di come avrei voluto essere. Se ne avessi avuto il coraggio.

Street boy
You've been out too long
Street boy
Ain't you got enough sense to go home
Street boy
You're gonna end up alone
You need some love and understanding
Not that dead-end life you're planning
Street boy
You go home but you can't stay
Because something's always pulling you away
Your fast hellos and quick goodbyes
You're just a street boy
With the streetlights in your eyes
You better get yourself together
Look for something better. (11)

Conosco ogni canzone a memoria, e quando le riascolto sento un groppo di.. di nostalgia inaspettata, erano altri tempi e un po’ li avevo scordati. I bianchi hanno questo difetto.
Normalmente si acquista la colonna sonora di un film, perché si è visto il film e la sua musica è piaciuta. Io questa volta sono andata al cinema per sentire di nuovo “dal vivo” una scaletta di canzoni che conosco come se le avessi scritte io, è da mesi che ascolto l’album della colonna sonora, ed è da una vita che ascolto i due album da cui sono tratte quelle canzoni. Ero seduta in una sala da venticinque posti in un cinema di periferia a Berlino, e aspettavo di incontrare il mio passato, aspettavo la colonna sonora della mia vita.
Ed è stato un po’ come tornare a quel concerto, solo che non era un concerto, era un docu-film che mi ha riportato indietro nel tempo, agli anni Settanta, alla mia giovinezza, a quei pazzi impegnati dei miei amici che bevevano, si drogavano, facevano politica, e affollavano le strade con gli striscioni, le prendevano dalla polizia militare, finivano in prigione, forse venivano anche torturati, non volli mai saperlo, e siccome venivo trattata come la sorellina piccola, nessuno me ne parlò mai esplicitamente: a me veniva raccontata l’opposizione pulita, quella fatta di parole, io al massimo aiutavo a scrivere le frasi sugli striscioni, controllavo l’ortografia e mi guadagnavo carezze sulla testa da parte di tutti. E non credevo di poter fare di più.
Non credevo, allora, di essere brava con le parole, perché sapevo che esistono persone che cantano perfettamente la verità in faccia a tutti. Una verità semplice, “a concrete cold fact”. Ecco a chi avrei voluto assomigliare io. Da grande.

And you claim you got something going
Something you call unique
But I've seen your self-pity showing
And the tears rolled down your cheeks.
And you assume you got something to offer
Secrets shiny and new
But how much of you is repetition
That you didn't whisper to him too. (2)


Anche per questo mi innamorai di lui.
Della sua musica prima di tutto, perché io avevo sempre creduto nel potere della sola musica, poi, grazie a quegli amici che lo vedevano come un dio potente, venni raggiunta anche dalle sue parole, e mi rinnamorai di lui, perché a quel punto oltre che romantico, mi sembrò anche intelligente. Com’ero innocente.
Nessuno sapeva come fosse arrivato in Sudafrica, qualcuno portò il primo vinile, di un primo album, che subito spopolò proprio per i suoi contenuti, testi così innovativi e lungimiranti, così veri e coraggiosi, non se ne erano mai sentiti dal dopoguerra, la censura era molto severa, alcuni argomenti, come il sesso e le droghe, erano assolutamente proibiti. Ma non solo questi. Dall’estero non poteva entrare nulla che non fosse stato preventivamente approvato, e quando il disco di Rodriguez iniziò ad avere successo e a diffondersi, venne subito sequestrato. Sin dall’inizio era stato difficile trovarlo, nessun negozio di dischi lo aveva, ricordo ancora le ricerche disperate, che si concludevano sempre con l’ennesima cassetta registrata, perché il disco era introvabile. Questo aumentava il suo fascino. Poi le copie arrivarono e tempo dopo, non ricordo quanto dopo, cominciò a circolare anche un secondo disco. Nel primo c’era una foto in copertina, un hippie coi capelli lunghi e gli occhiali da sole, "un’americanata", come diceva mio padre delle cose d’oltreoceano, ma Rodriguez era considerato un rivoluzionario anche per questo: era psichedelico. Secondo me era grezzo e basta, non era quella foto ad attirarmi, bensì la sua musica. La copertina del secondo album mi piacque di più, portava sempre gli occhiali da sole, ma sembrava più umano, o meno drogato, perché è seduto sui gradini di una casa.



Questo album riuscii a procurarmelo originale sin da subito, in fondo le amicizie nell’ambiente non mi mancavano, perché volevo quella copertina, quella foto. Io, se guardavo solo la foto, inizialmente non ci vedevo un genio, ma un ragazzo come me, avrà avuto allora la mia età, soprattutto quando cantava “cause the sweetest kiss I ever got is the one I've never tasted” (3) pensavo che fosse uno come me, uno come noi che, però, cavoli se sapeva parlare! Se guardavo solo la copertina, alla fine pensavo anche io che era proprio un genio, un ragazzino così aver scritto certe cose.. e averle messe in musica in maniera così.. sublime.
Ascoltavo e riascoltavo le sue canzoni e mi chiedevo se anche io un giorno sarei diventata come lui. Lo speravo proprio..

Born in the troubled city
In Rock and Roll, USA
In the shadow of the tallest building
I vowed I would break away
Listened to the Sunday actors
But all they would ever say
That you can't get away from it
No you can't get away
No you can't get away from it
No you can't get away. (7)


Volevo essere come Rodriguez, perché lui era riuscito ad andar via, aveva solcato l’oceano ed era arrivato sino a me, a noi. Ce l’aveva fatta, aveva diffuso le sue parole, la sua musica, nel nostro mondo chiuso. E aveva contribuito un po’ a cambiarlo, perché ci aveva dato la convinzione di poterlo fare.
Col suo arrivo a Città del Capo, diverse band di bianchi cominciarono ad ispirarsi a lui per la loro musica di protesta, anche band che suonavano altri generi musicali, era come se lui avesse spiegato loro quali parole usare, e come usarle, per farsi sentire.
Contemporaneamente molti fan iniziarono la ricerca disperata di altri suoi album. Pareva esistessero solo questi due, perciò si diffusero presto anche ipotesi sull’interruzione della sua carriera. Le più accreditate volevano una morte spettacolare, una morte sul palco, una morte simbolica ma allo stesso tempo molto triste, secondo me: si diceva infatti che, in occasione di un concerto andato malissimo, si fosse sparato un colpo alla testa, davanti al suo pubblico, oppure che si fosse dato fuoco con la benzina, sul palco. Queste ipotesi che, per l’epoca, non erano poi così assurde, visto che sul palco ai grandi concerti succedeva di tutto, contribuirono ad alimentare la curiosità sulla sua morte: era scomparso, questo era certo, ma come? Allo stesso tempo non saperlo accresceva il mito. Anche la censura ebbe presto la sua parte, perché i testi di alcune sue canzoni erano troppo espliciti, ad esempio Sugar Man faceva senz’altro riferimento alle droghe, e questo non era accettabile. Le copie dei dischi vennero sequestrate dai negozi e marchiate prima di essere rimesse in circolazione: sul retro della copertina, sul testo della canzone venne scritto “avoid” e poi sui vinili venne raschiato il punto corrispondente alla traccia. Naturalmente appena si sparse la voce, tutti cercarono di avere il disco, soprattutto i giovani andavano matti per le cose proibite. Una sera a tavola ne parlarono pure i miei, “quel drogato”, disse mio padre, e se avesse saputo che io ero una dei contrabbandieri che registrava su cassetta il disco per gli amici degli amici mi avrebbe buttata in mare con una pietra al collo.

Sugar man, won't you hurry
'Cos I'm tired of these scenes
For a blue coin won't you bring back
All those colors to my dreams
Silver magic ships you carry
Jumpers, coke, sweet Mary Jane. (1)

Passarono gli anni e Rodriguez rimase sempre un mito. In ogni casa che si rispettasse dal punto di vista musicale c’erano tre dischi, pietre miliari dei Settanta a Città del Capo: Beatles, Rolling Stones e Cold Fact di Rodriguez. Il titolo dell’album dei Beatles non lo ricordo, non m’avevano mai detto molto quei sbarbatelli; i Rolling Stones non li conoscevo neppure, forse una canzone senza sapere chi fossero; ma Cold Fact!
Di Cold Fact ricordo ancora il giorno in cui finalmente comprai il vinile originale (ma non buttai mai la cassetta che registrò il mio amico per quella ragazza), e quando venne pubblicato il cd, oramai lavoravo ero adulta e potevo acquistarne tutte le copie che volevo. Più lo ascoltavo più mi sembrava di scovarci nuovi significati, sfumature nascoste, o forse semplicemente il mio senso dell’interpretazione cresceva con me, e con quelle parole sempre in testa, e le reinterpretava e riadattava a qualunque aspetto del mio modo di essere. Passarono gli anni, e le nuove generazioni ancora crescevano e sperimentavano sulle note psichedeliche di Sugar Man. Eppure ancora nessuno sapeva nulla di lui. Sul libretto del cd, comparve una frase che diceva tutto, ovvero dichiarava il nulla: non si hanno molte informazioni su Rodriguez, se qualche fan vuol giocare al detective si faccia avanti.


Un mistero affascinantissimo. Un fantasma. Un genio scomparso nel nulla. Le informazioni riportate sui primi vinili erano inutili, neppure il nome era univoco: Rodriguez sulla copertina, Sixto Rodriguez sul disco, combinazioni di Sixto, Jesus e Rodriguez per le singole canzoni: da chi erano state scritte, in definitiva? Compariva anche un certo Rod Riguez. Nei testi delle canzoni, poi, i riferimenti a città e luoghi erano diversi e fuorvianti, si andava dagli Stati Uniti all’Europa, ma nemmeno lì nessuno aveva mai sentito nominare Rodriguez o i suoi album. C’era però la casa discografica statunitense, e seppi poi che davvero un fan si offrì volontario, e fra le altre cose contattò anche la casa discografica: in fondo, se in Sudafrica erano stati venduti milioni di copie del disco, i soldi dovevano essere pur andati a qualcuno, no? Un erede o chi per lui. Ma questa pista risultò una porta sbattuta in faccia, cosa che insospettì tutti. Con l’avvento di internet venne pure creato un sito dedicato, Searching for Sugar Man, con la foto delle copertine degli unici due dischi noti, in modo che se qualcuno l’avesse riconosciuto, avrebbe potuto informare i suoi milioni di fan in Sudafrica.
Mi capitava di sentir parlare di queste ricerche, ci si scambiavano le informazioni. Io ero combattuta tra la curiosità di saperne di più sul mio amore, e il non voler sapere altro, in fondo se fino ad allora era riuscito a conquistare un intero Paese pur rimanendo sconosciuto, forse conoscere i dettagli ci avrebbe deluso, no? Avevo paura che mi crollasse un mito.

Fino alla svolta: venne rintracciato uno dei produttori dei dischi di Rodriguez, che raccontò una storia tristissima di un genio che scriveva canzoni bellissime e impegnate che nemmeno Bob Dylan (o forse solo lui fino ad allora), disse che erano riusciti a procurargli un contratto con una importante casa discografica, ma che i suoi dischi non ebbero successo: incredibile, aveva il potenziale, ma non aveva un pubblico, disse, non capimmo mai perché i suoi dischi furono un flop, perché era semplicemente magnifico. E raccontò, scuotendo la testa, la storia tristissima del conseguente abbandono delle scene di Rodriguez, ma alla domanda su come fosse morto si fece una gran risata. Rodriguez è vivo. Nessuno ci credette. Poi, sul forum del sito una frase, un numero di telefono e, dopo, una telefonata, e quella voce inconfondibile. Allora ero già un po’ fuori dal giro, la vita va così, ma riuscii comunque ad essere fra le prime a ricevere la notizia, tramite degli altri amici appassionati che avevano collaborato indirettamente alla ricerca, e per un attimo mi mancò il respiro.
Era vivo.
Dopo fu tutto un turbinare, di cui mi arrivarono solo notizie sparse, fino a quella più importante: Rodriguez in persona, vivo più che mai, aveva accettato di venire a Città del Capo per un concerto. Era ormai il 1998 e la mia vita stava affrontando una svolta drammatica che mai avrei creduto, e se quell’anno Rodriguez, il mio Sixto Rodriguez, non fosse resuscitato dai morti per venire in tour in Sudafrica, credo proprio che ora non sarei qui a raccontarvi questa storia.
L’ho conosciuto. L’ho visto, l’ho abbracciato in lacrime, il mio amore. In mezzo a migliaia di altri suoi fan: c’era pure un uomo con quella copertina hippie tatuata sul braccio; lui ha firmato un autografo a tutti, tranne a me. Io non gliel’ho chiesto, non ho mai creduto nell’utilità di un autografo, io volevo stringerlo forte, stringere lui. Stringere di persona quella voce, quella musica, quei suoni che mi avevano cambiato la vita negli anni Settanta e che me l’avevano salvata in quel Novantotto e che nel frattempo non mi avevano mai lasciata. Volevo stringere quel sorriso timido e modesto, felice di potersi esibire di fronte a migliaia di persone che, mentre lui lavorava in fabbrica, lo adoravano come un dio, e che, mentre lui si lasciava alle spalle il tentativo di cambiare le cose grazie alla sua musica, cambiavano le cose grazie alla sua musica. Lui, una persona semplice, ma profonda. Le sue, canzoni semplici, ma profonde. E il nostro, un amore semplice, ma profondo.

Al concerto, il basso, o che cos’era, ripeté il suo breve giro iniziale per dieci minuti buoni, mentre la folla continuava ad urlare estasiata, e quando Rodriguez iniziò a cantare, tutti iniziammo a cantare con lui, con le lacrime agli occhi e la voce rotta. Nessuno ci credeva, era come se ci avessero detto che Elvis Presley era risorto, lui che era morto ufficialmente, perché di lui si sapeva tutto da sempre, ma non di Rodriguez, e invece eccolo lì, il nostro Sugar Man. Avevamo pagato il biglietto, eravamo lì, il nostro cuore batteva al ritmo di quel notissimo basso, ma non ci credevamo ancora, finché non lo vedemmo sul palco, finché non cantò, e allora cantammo con lui, fra le lacrime e le risa.

I wonder how many times you've been had
And I wonder how many plans have gone bad
I wonder how many times you had sex
And I wonder do you know who'll be next
I wonder I wonder wonder I do. (4)

C’è chi va al cinema per vedere un film, e poi compra l’album con la colonna sonora, e c’è chi compra un album con una colonna sonora, fa un tuffo nel passato senza salvagente, e poi va al cinema a vedere il film che racconta la storia di questo amore condiviso con milioni di altri sudafricani per quasi trent’anni. C’è chi va al cinema e nemmeno si accorge che c’è una colonna sonora, e chi invece segue il film seduta in punta di poltrona, fremente in attesa di sentire la prima nota familiare, sarebbe arrivata da destra o da sinistra?, mi preparavo di nuovo al concerto più bello della mia vita.
Mi innamoro ogni volta che sento quelle note. È una chitarra, credo, forse un banjo, non lo so, non me ne intendo. Suona, questo conta, ed io mi lascio rapire.. ah, ecco il violino. O cos’è. E poi quella piccola pausa per riprendere fiato, entra un altro strumento in scena, più cupo, che traccia la linea della malinconia, torna il violino, la chitarra non abbandona, anzi.. ora attacca seriamente. Ora inizia davvero.

 
* I numeri tra parentesi alla fine di ogni brano citato indicano la traccia corrispondente nel disco Searching For Sugar Man, colonna sonora dell’omonimo docu-film, che comprende brani dei due album di Rodriguez: Cold Fact del 1970 e Coming from Reality del 1971, e di un terzo album incompiuto.

* Il mio innamoramento musicale è vero, mentre non è vero che sono nata e cresciuta in Sudafrica negli anni Sessanta: il Sudafrica non so nemmeno dove sta di casa, conoscevo solo le parole “apartheid” e “afrikaans” e qualcosa del loro significato. Tutto il resto è preso dalle interviste presenti nel docu-film Searching For Sugar Man di Malik Bendjelloul del 2012.

*I brani non sono riportati in ordine cronologico né di apparizione nel film, ma a sentimento.

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