giovedì 4 aprile 2013

Valentino di Natalia Ginzburg.

Molto più di una semplice personalità multipla, ovvero dell’onniscienza.
Valentino è comparso per caso nella mia vita, era un pomeriggio di due mesi fa, forse tre, pensavo di andare in un museo, perché avevo finito presto di lavorare, faceva un freddo cane, e per niente al mondo mi sarei tolta i guanti, non prima di essere al caldo del museo. Lungo la strada, la solita bancarella domenicale di libri usati, mi sono fermata a darle uno sguardo, la voglia di comprare c’è sempre, la possibilità quasi mai, ma i libri usati hanno sempre ottimi prezzi tre per due ai quali è difficile resistere, e sapere che non sono propriamente una divoratrice di libri, quando questi sono in tedesco, finora non mi ha mai scoraggiata. Ad un tratto ho visto alcuni titoli in spagnolo, vuoi vedere che c’è qualcosa anche in italiano?, mi son detta, e così ho proseguito spedita, uno scatolone di banane dietro l’altro, finché ho trovato quello che conteneva i libri in italiano, e ho subito iniziato a seguire col dito guantato di triplo pile rosa i titoli sul dorso. Non ne conoscevo nemmeno uno, non a prima vista, ma qual è il problema?, si può sempre scoprire qualcosa di nuovo, mi son detta, tu leggi troppi blog di recensioni, non sempre si comprano libri di cui si è già letto, ho aggiunto cattiva, puoi osare come facevi una volta, ho pensato anche, incoraggiata però da alcuni autori conosciuti. E proprio mentre ero lì, con le mani nella scatole delle banane a frugare tra i libri usati, pronta a togliere i guanti per prendere le monetine dal portamonete, a costo di congelarmi le mani in un nano secondo, quindi decisa a trovare almeno due libri da prendere per usufruire del primo scaglione di sconto, quello del due per uno, è stato proprio allora che ho visto Valentino.
Uno sconosciuto, ma sua mamma la conoscevo già, perciò mi sono fidata di lui.

Valentino è viziato, vanitoso ed egoista, non si sa cosa faccia di preciso, perché quando è in presenza di qualcuno non fa una mazza. Studia, dice, all’università, e diventerà un gran dottore (questo lo dice suo padre), sarà ricco e famoso. Ha tante fidanzate, dice, e ogni tanto ne porta una in casa, e la famiglia la accoglie in pompa magna, perché in fondo, forse, si sente già la famiglia di un dottore, quindi si comporta di conseguenza. Sua sorella Caterina lo osserva, non c’è altro che lui, tutto il resto rimane sullo sfondo, almeno finché Valentino non incontra Maddalena, che lo vuol sposare, dice, che lo manterrebbe agli studi, aggiunge, che aiuterebbe tutta la famiglia, promette. La famiglia non vede la cosa di buon grado, ma non importa, ciò che importa è che questo racconto è narrato dal punto di vista di Caterina, in maniera scorrevole e infantile finché Caterina è piccola, un po’ meno quando Caterina cresce e inizia a lavorare eppure il suo sguardo resta, in qualche modo, sempre innocente, subisce sempre la presenza ingombrante, benché nullafacente, di suo fratello Valentino. Hanno anche una sorella, sposata con prole, che sta ancor più sullo sfondo, perché nelle famiglie a volte succede così, no?, che una parte si allontani, con varie motivazioni, in questo caso Clara non può soffrire quell’egoista viziato di suo fratello, a cui vanno tutte le energie, e i soldi, dei genitori, che quasi non si occupano delle figlie femmine. Un classico d’anteguerra.

Valentino è un libro degli anni Cinquanta, l’ho letto sul risvolto dopo averlo immaginato da tante piccole paroline, soprattutto alla fine, ho trovato termini e ortografia da groppo in gola per la nostalgia, perché mi hanno ricordato la mia infanzia, come:
cinzanino, ponche, rabarbaro (al bar)
Italgas, denari, anticamera (quella fisica, che oggi chiamiamo “sala d’attesa”)
water closet (quello della casa, scritto in corsivo come forestierismo)
telefonare dalla panetteria (sì, un tempo c’era chi non aveva il telefono nemmeno in casa)
asilo infantile (la scuola materna, e magari oggi è la scuola primaria o un altro nome altrettanto burocratico)
noialtre due (il “noialtri” mi ricorda mio zio di Torino, che era tutto un noialtri e voialtri)
presto (nel senso di “veloce”, in “parlava così presto”).

Valentino è un libro composto da tre racconti: Valentino è il primo, l’ultimo è il più bello, al centro c’è La madre. In ognuno dei tre racconti muore qualcuno tragicamente.

Ne La madre, il punto di vista è quello dei due figli, che vivono a stretto contatto fisico con lei, perché condividono la stessa stanza e lo stesso letto, eppure la sentono lontanissima, estranea, e benché questo secondo racconto, il più breve, non mi abbia appassionato come l’ultimo, o come Valentino (che all’inizio però mi ha preoccupata col suo stile perché mi pareva, ma non lo è, uguale a Lessico famigliare), ho incominciato già qui ad ammirare le strategie della scrittura: il punto di vista infatti è quello dei due bambini. Contemporaneamente. Che due bimbi abbiano lo stesso parere sulla madre, ci sta, anche se loro non parlano mai l’uno con l’altro della madre; ma ad un certo punto, quando necessario, il parere si sdoppia e uno pensa una cosa, l’altro ne pensa un’altra, eppure entrambi vengono presentati come aventi parere. Il parere è chiaro comunque già dal titolo: non “la mamma” bensì “la madre”, e ogni volta che questo termine riappare, si avverte tutta l’estraneità dei due bambini, che addirittura si chiedono come sia stato possibile nascere proprio da lei, perché non dalla nonna, invece, o dalla serva, che sono molto più accoglienti “con quei loro corpi caldi che proteggevano dalla paura, che difendevano dai temporali e dai ladri”. Che il punto di vista è quello dei due bambini, è chiaro.
Anche in questo racconto, quindi, il linguaggio è abbastanza infantile, non ci sono dialoghi, come invece poteva accadere in Valentino, vengono riportati solo pochi scambi, ad esempio quelli tra il nonno esasperato e la madre. Abitano tutti assieme e lei fa un po’ come le pare. E le viene lasciato fare quello che vuole, d’altronde ha acquisito la sua capacità legale di intendere e di volere col matrimonio, ma rimasta vedova ha perso l’appoggio della persona per antonomasia con la testa sulle spalle: un marito. Il punto di vista dei bambini è fortemente influenzato dai commenti dei nonni e della serva, che naturalmente non approvano il comportamento della madre, ciononostante non intervengono molto, perché dopo il matrimonio, è chiaro, è il marito che deve occuparsi dell’educazione di una donna, peccato lei sia rimasta vedova tanto presto. Il nonno ogni tanto tenta di riprendere il suo antico ruolo di custode d’una figlia, ma finisce ogni volta con un grosso litigio che, per amore dei bambini, si cerca di quietare, finisce che la madre si chiude in camera, si mette a letto, dove sono anche i suoi figli che hanno sentito tutto, e piange. Finisce che i bambini ancora di più si sentono a disagio, la sentono lontana e incomprensibile, perché danno ragione ai nonni, qualunque cosa sia successa (non l’hanno capito, e siccome il punto di vista della narrazione è il loro, non lo sappiamo con certezza neppure noi), perché in fondo sono i nonni (e la serva) le persone che si occupano di loro, loro non potrebbero mai dar ragione ad un’estranea.

Poi arriva Sagittario, il terzo racconto, anche qui c’è una mamma, anche qui la voce narrante è quella di una figlia. Stavolta le figlie sono due, c’è pure un genero e vari altri personaggi. Questo racconto è un capolavoro. Racconta la figlia, racconta la storia di sua mamma, la racconta con una sorta di intreccio di punto di vista interno laterale con indiretto libero esterno onnisciente. Insomma, la figlia sa tutto, ma proprio tutto ciò che succede alla mamma, come se fosse lei stessa la protagonista, e non la mamma, sa tutto come se fosse sempre presente, ma lo racconta con le parole della mamma, che sono spassosissime, l’è veramente un personaggio. E per di più un personaggio d’altri tempi, donna che si crede super intraprendente ed è superattiva, almeno quando si tratta di chiacchierare delle proprie iniziative (ma dovrei dire “idee”), una neo-cittadina decisa a dare una svolta alla propria vita (attualissima, questa donna). C’è prima una presentazione della donna, e qui sembra normale che sia la figlia a descriverla, ma poi la storia entra nel presente storico, seguiamo la donna passo passo nelle sue attività e, se da un lato il punto di vista è quello di chi segue con la telecamera la protagonista, dall’altro è chiaro che la figlia riporta gli avvenimenti con le parole della mamma, esattamente come se la mamma glieli avesse raccontati e lei, nel riferirceli fedelmente, le facesse un po’ il verso. Fino al colpo di scena delle prospettive, che si mischiano un po’ e si intuisce che da un certo punto in poi, invece, tutto ciò che è accaduto era rimasto un segreto, la mamma non l’aveva raccontato a nessuno, nemmeno alla figlia: sembra che il racconto sia successivo ai fatti, ma viene raccontato man mano fedelmente così come si è svolto, allo stesso tempo è così preciso che sembra che la figlia sia sempre lì, ed è così pervaso di dialoghi in stile indiretto libero che sembra che la figlia non sia mai lì, ma sappia sempre tutto solo per voce della mamma.
La voce della mamma, come ho detto, è uno spasso, i suoi commenti, i suoi giudizi, i suoi pareri su tutto, e il suo cambiare idea sulle cose, e poi tornarci, il suo seguire le mode, il non volerle seguire, o il suo fissarsi su certe cose, il suo sguardo critico sull’abbigliamento delle altre donne o sulle figlie che non ne azzeccano una (una parla poco, l’altra si veste male, una non s’è sposata, l’altra ha sbagliato marito). Quando poi fa la conoscenza di Scilla, abbiamo un personaggio in più di cui sentir parlare, dalla bocca della figlia che a sua volta riporta le parole uscite dalla bocca della mamma. Ogni tanto viene il dubbio che la figlia racconti ciò che ha visto coi suoi occhi, talmente siamo dentro la storia con lei, ma niente, poco dopo si scopre ancora che era il parere della mamma, fedelmente riportato, e che la figlia non c’era, e anzi quando le verrà raccontato tutto sarà di tutt’altro parere. In questo racconto dialoghi e virgolette proprio non ce ne sono, il discorso è costantemente indiretto e fedelmente riportato: la figlia dice quello che la mamma dice che Scilla ha saputo da una sua amica; oppure quello che la mamma ha pensato quando Scilla le ha detto quello che le aveva raccontato la sua amica.

Il termine usato dalla voce narrante per parlare della protagonista indiscussa è sempre “mia madre”, mai “mia mamma”, eppure è come se ci fosse simbiosi tra la figlia che narra e la mamma di cui parla. Se sostituissimo “la donna” o anche “la madre” a tutti i “mia madre” del testo otterremo un risultato poco diverso, dal punto di vista dell’esposizione grammaticale dei fatti, ma diversissimo per quanto riguarda le implicazioni di conoscenza dei fatti stessi: è l’intreccio di punto di vista interno laterale con indiretto libero esterno onnisciente a complicare le cose. Insomma ‘sta figlia c’era o non c’era? lo sapeva già o non lo sapeva ancora? Non è mera curiosità, è il fascino che ne ricava la lettura a spingerci a voler districare il punto di vista.

“Si sentiva stanca e turbata, con la testa confusa; e s’annoiava un po’…”: fin qui una descrizione dall’esterno di ciò che è successo al tavolino del bar, ma può anche essere il resoconto che fa la mamma alla figlia successivamente, no?
“…e s’annoiava un po’, come sempre quando c’era un altro che parlava invece di lei”: ed ora un commento della figlia sul modo di essere della madre, in conclusione dell’inizio di cui sopra. Metà frase esterna ma soggettiva della protagonista, l’altra metà esterna e soggettiva della narratrice.
“In seguito, guardando Barbara più attentamente, mia madre notò che aveva qualche lentiggine..”: la madre ha senz’altro raccontato alla figlia cosa aveva notato di Barbara, e la figlia ce lo riporta fedelmente.
Molto fedelmente: “…il naso un po’ a patata e i seni troppo grossi; a trent’anni, quei seni sarebbero stati cadenti. Chissà cosa succedeva di quei seni, a trent’anni.” Fino a “sarebbero stati” è la figlia che riporta le parole della madre (indiretto), con quel “succedeva” è come se la madre ci ripetesse le sue stesse parole (indiretto libero), la coniugazione non mente.
E con l’ultima frase, la figlia ci rivela che tipino è la madre, la possiamo facilmente immaginare nel pieno del discorso diretto in cui racconta alla figlia di quell’incontro, che a noi è stato offerto in un discorso indiretto (e libero): “Si sentiva stanca e turbata, con la testa confusa; e s’annoiava un po’, come sempre quando c’era un altro che parlava invece di lei. […] In seguito, guardando Barbara più attentamente, mia madre notò che aveva qualche lentiggine, il naso un po’ a patata e i seni troppo grossi; a trent’anni, quei seni sarebbero stati cadenti. Chissà cosa succedeva di quei seni, a trent’anni.

Solo una volta, o al massimo due, la narratrice racconta di sé, quasi una parentesi dopo un pomeriggio passato con la madre (quindi di quel pomeriggio possiamo credere di avere senz’altro una testimonianza di prima mano), torna a casa e ci racconta un po’ di sé, lasciando la madre a casa dell’amica Scilla. Poi aggiunge “Seppi poi che quella sera mia madre se n’era dovuta andar via col quadro”, e sembra di sentire la madre dirle: “me ne sono dovuta andar via col quadro”, ma anche la stessa figlia potrebbe raccontarcelo con queste parole, se venisse a saperlo da qualcun altro.
Anche le parole di Scilla, vengono riportate dalla figlia allo stesso modo: “Ma certo non bisognava dimenticare, disse Scilla, nemmeno la galleria d’arte: e conveniva scegliere un locale che si prestasse ad essere trasformato più tardi in una galleria d’arte: occorreva un locale spazioso, illuminato bene. […] Quale nome dare al negozietto? […] Mia madre non approvava che fosse un nome francese: negozi di quella specie, con nomi francesi, ce n’erano anche per i poveri della parrocchia”: alla fine i due punti simulano un discorso diretto, ma rimaniamo nell’indiretto, e nell’onniscienza della figlia. “I poveri della parrocchia”, ci avverte la figlia, è un’espressione che alla madre piace molto, e che torna spesso, ricordandoci così che tutto ciò che viene raccontato da lei è a sua volta un racconto della madre (che talvolta è a sua volta un racconto di Scilla).

Ed ora un riassunto dei vari salti di punti di vista di cui si può godere nel racconto Sagittario, stavolta segnalati dalla punteggiatura: nel brano seguente prima la figlia è presente dichiarata, e con quel “si capisce” sembra esporre quindi un suo parere su Jozek, invece no, riportava quello della madre, quindi il “si capisce” assume il ruolo di segnalatore di parole raccontatele da sua madre, nonostante la figlia sia lì presente; un punto e virgola separa la risposta di Jozek dalla frase della madre; poi la figlia descrive obiettivamente quando accade (la mamma va su tutte le furie) e aggiunge i due punti a segnalare indirettamente il successivo botta e risposta diretto tra Jozek e la madre, botta e risposta che poco prima era indiretto punto e basta; infine la figlia nomina il malumore della madre guardandolo da fuori (lo nota lei che è lì e la vede), e la decisione della madre guardandola dall’interno (sua madre lo pensa, ma potrebbe essere di nuovo un discorso indiretto che, reso diretto, sarebbe “penso che non lo inviterò più”); subito dopo però la decisione viene motivata scopertamente con un indiretto libero colorito come solo sua madre: “Mia madre rientrando trovò il solito Jozek, ed era un sabato e così c’ero anch’io; come sempre Jozek indugiava speranzoso di un invito a cena; e mia madre, ricordando che la signora Fontana aveva sempre ospiti a tavola, bruscamente lo invitò.  Durante la cena mia madre raccontò dell’incontro; e Jozek, si capisce, affermò di conoscere la signora Fontana, lui voleva sempre saper tutto e conoscere tutti; ma sì, la signora Fontana, una con le gambe corte e la vita lunga. […] Abitavano, l’anno prima, di casa vicino a certi amici suoi; la madre, una matta intrigante; la figlia, una giovane troia. A queste parole di Jozek, mia madre andò sulle furie: Jozek era una lingua maligna, un serpente. […] Mia madre rimase di malumore tutta la sera, e pensò che mai più avrebbe invitato Jozek a cena; era un maleducato, e s’era tirato nel suo piatto tre grosse fette di carne: e così non ce n’era più per domani.”
Insomma, sciogliere l’enigma non è una necessità, il piacere di leggere è salvo, semmai è una sfida a scoprire non tanto l’assassino quanto almeno, ma è la parte più difficile, quali e quanti punti di vista racchiude in sé la figlia.

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