giovedì 13 giugno 2013

Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo.

I tuoi confini, o Italia, son questi.

Carissima RosaLux,
è vero, non trovo stanza; ma qui, peggio che altrove. E poi.. - forse m’inganno – ma parmi di trovar poco cuore: né posso incolparli; tutto si acquista; ma la compassione e la generosità e, molto più, certa delicatezza di animo nascono sempre con noi, e non le cerca se non chi le sente.
Pur troppo questa galante gentaglia è affetta da generosità, perché non ha coraggio di vendicarsi palesemente; ma chi vedesse i notturni pugnali, e le calunnie, e le brighe!
Frattanto l’occasione mi ha smascherato tutti que’ signorotti, che mi giuravano tanta amicizia, che a ogni mia parola faceano le meraviglie, che ad ogni ora mi proferivano la loro borsa e il lor cuore! Sepolture! Bei marmi, e pomposi epitaffi, ma se tu li schiudi vi trovi vermi e fetore.
Quando penso agli ostacoli che frappone la società al genio ed al cuore dell’uomo, e come ne’ governi licenziosi o tirannici tutto è briga, interesse e finzione… io m’inginocchio a ringraziar la natura che dotandomi di questa indole nemica di ogni servitù, mi ha fatto vincere la fortuna e mi ha insegnato ad innalzarmi sopra la mia educazione.
S’io avessi venduta la fede, rinnegata la verità, trafficato il mio ingegno, credi tu ch’io non vivrei più onorata e tranquilla? …forse più che l’amore della virtù il timore della bassezza m’ha trattenuta sovente da quelle colpe, che sono rispettate ne’ potenti, tollerate ne’ più, ma che per non lasciare senza vittime il simulacro della giustizia sono punite nei miseri.
Quel che importa, si è (e tu in ciò sei d’accordo), che questa indole mia schietta, ferma, leale, o piuttosto ineducata, caparbia, imprudente, e la religiosa etichetta che veste d’una stessa divisa tutti gli esterni costumi di costoro, non si confanno; e davvero io non mi sento in umor di cangiar d’abito. Anzi buona o rea ch’io sia, ho la generosità, o di’ pure la sfrontatezza, di presentarmi nuda, e quasi quasi come la madre natura m’ha fatta.
Sarei matta se avendo trovato nella mia solitudine la tranquillità de’ beati, i quali s’imparadisano nella contemplazione del sommo bene, io per… per “evitare il pericolo d’innamorarmi” (ecco la tua stessa espressione) mi commettessi alla discrezione di questa ciurma cerimoniosa e maligna.
Nella società si legge molto, non si medita, e si copia: parlando sempre, si svapora quella bile generosa che fa sentire, pensare, e scrivere fortemente: per balbettar molte lingue, si balbetta anche la propria, ridicoli a un tempo agli stranieri e a noi stessi.
RosaLux! S’io dovessi far sempre la guardia a questo mio cuore prepotente, sarei con me stessa in eterna guerra, e senza pro. Mi butto a corpo morto e vada come sa andare.

Io non lo so… ma temo che la natura abbia costituita la nostra specie quasi minimo anello passivo dell’incomprensibile suo sistema, dotandolo di cotanto amor proprio, perché il sommo timore e la somma speranza, creandoci nella immaginazione una infinita serie di mali e di beni, ci tenessero pur sempre occupati di questa esistenza breve e dubbia.
E mentre noi seguiamo ciecamente il suo fine, ride ella frattanto del nostro orgoglio che ci fa reputare l’universo creato solo per noi, e noi soli degni e capaci di dar leggi a tutto quello ch’esiste.

Tanti affanni assediano la nostra vita,
che per mantenerla
vuolsi non meno che un cieco istinto prepotente
per cui siamo spesso forzati
- quantunque la natura ci porga
i mezzi per liberarcene –
a comperarla coll’avvilimento,
col pianto, e talvolta ancor
col delitto!

E per questo, oh quanto è men doloroso andar accattando porta in porta la vita, anziché umiliarsi, o esecrare l’indiscreto benefattore che, ostentando il suo beneficio, esige in ricompensa il tuo rossore e la tua libertà! Essendo più agevole approvar la virtù, che sostenerla a spada tratta e seguirla; e noi siam soliti ad associarci al più forte, a calpestare chi giace, e a giudicar dall’evento.
Ma l’infelice che serba la sua dignità è uno spettacolo di coraggio ‘a buoni, e di rimbrotto a’ malvagi. Pur troppo!, noi sfuggiamo d’intendere i mali de’ nostri amici; le loro miserie ci sono gravi, e il nostro orgoglio sdegna di porgere il conforto delle parole, sì caro agli infelici, quando non si può unire un soccorso vero e reale.

Ci fabbrichiamo la realtà a nostro modo; i nostri desiderj si vanno moltiplicando con le nostre idee; sudiamo per quello che, vestito diversamente, ci annoja; e le nostre passioni non sono in fine del conto che gli effetti delle nostre illusioni.
Così vaneggio! Cangio voti e pensieri, e quando la natura è più bella, tanto più vorrei vederla vestita a lutto. O illusione! Questa notte… tutto tutto mi gridava: infelice tu deliri! Spaventata e languente mi sono buttata boccone sul letto abbracciando il guanciale, e cercando di tormentarmi nuovamente e d’illudermi.
E tu, mia RosaLux, m’abbandonerai tu? L’amicizia, cara passione della gioventù, e unico conforto dell’infortunio, langue nella prosperità. Oh gli amici, gli amici! Tu non mi perderai se non quando io scenderò sotterra. Ed io cesso di querelarmi talvolta delle mie disgrazie, perché senza di esse non sarei degna forse di un’amica; né avrei un cuore capace di amarla.

Ahi società! E se non vi fossero leggi protettrici di coloro che, per arricchire col sudore e col pianto de’ proprj concittadini, gli spingono al bisogno e al delitto, sarebbero poi sì necessarie le prigioni e i carnefici? Io non sono sì matta da pretendere di riordinare i mortali. No no; io non voglio più respirare quest’aria fumante sempre del sangue de’ miseri. Non voglio più oltraggi, né favori da veruno degli uomini possenti. E fosse anche una debolezza; le debolezze degli uomini sommi vanno rispettate: e chi n’è senza, scagli la prima pietra.
O antica mia solitudine. Ove sei tu?
Mi compiaccio delle mie infermità, io stessa palpo le mie ferite dove sono più mortali, e cerco d’inasprirle, e le contemplo insanguinate… e mi pare che i miei martirj rechino qualche espiazione alle mie colpe, e un breve refrigerio ai mali che ho causati.

Mia RosaLux, tu non hai torto, mai, ma dove cercherò asilo? In Italia? Infelice terra! Premio sempre della vittoria. Potrò io vedermi dinanzi gli occhi coloro che ci hanno spogliati, derisi, venduti, e non piangere d’ira? Devastatori de’ popoli, si servono della libertà come i papi si serviano delle crociate.
Temo che spogliandoli della magnificenza storica e della riverenza per l’antichità, non avrò molto a lodarmi né degli antichi, né de’ moderni, né di me stessa… umana razza! Così noi tutti Italiani siamo fuoriusciti e stranieri in Italia, e lontani appena dal nostro territoriuccio, né ingegno, né fama, né illibati costumi ci sono di scudo; spogliati dagli uni, scherniti dagli altri, traditi sempre da tutti, abbandonati da’ nostri medesimi concittadini i quali, anziché compiangersi e soccorrersi nella comune calamità, guardano come barbari tutti quegli italiani che non sono della loro provincia, e dalle cui membra non suonano le stesse catene… Dimmi, RosaLux, quale asilo ci resta? …e perché io debbo dunque, o mia patria, accusarti sempre e compiangerti, senza niuna speranza di poterti emendare o di soccorrerti mai?
In tutti i paesi ho veduto gli uomini sempre di tre sorta: i pochi che comandano, l’universalità che serve, e i molti che brigano. E sia così: lascio il mondo com’è. Ma.. credimi, la fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia, due quarti alla sorte, e l’altro quarto ai loro delitti. “Goditi il mondo com’è, e tu vivrai più riposato e men pazzo”. Ma non è vile quell’uomo che è travolto dal corso irresistibile di una fiumana, bensì chi ha le forze e non le adopra. I governi impongono giustizia; ma potrebbero imporla se per regnare non l’avessero prima violata? E poiché l’umana schiatta non trova né felicità né giustizia sulla terra, crea gli Dei protettori della debolezza e cerca premj futuri del pianto presente.

Gli amori della moltitudine sono brevi
ed infausti:
giudica,
più che dall’intento, dalla fortuna;
chiama virtù il delitto utile,
e scellerataggine l’onestà che
le pare dannosa;
e per avere i suoi plausi conviene
atterrirla,
o ingrassarla,
e ingannarla sempre.

I mortali sono naturalmente schiavi, naturalmente tiranni, naturalmente ciechi. E s’io commetto un’azione dannosa ai più, io sono punita, mentre non mi verrà fatto mai di vendicarmi delle loro azioni, quantunque ridondino in sommo mio danno.  Ciascun individuo è nemico nato della società perché la società è necessaria nemica degli individui.
“Ma i debiti i quali tu hai verso la società?” Debiti? Forse perché mi ha tratta dal libero grembo della natura quando io non aveva né la ragione, né l’arbitrio di acconsentirvi, né la forza di oppormi, e mi educò fra i suoi bisogni e fra i suoi pregiudizi? RosaLux, perdona s’io calco troppo su questo discorso tanto da noi disputato. Posso dire: io sono un mondo in me stessa; ed intendo d’emanciparmi perché mi manca la felicità che mi avete promessa. Torno a piangere e a tremare, corrotta quasi dal mondo, dopo avere sperimentati tutti i suoi vizj… Ah no! i suoi vizj mi hanno per brevi istanti forse contaminata, ma non mi hanno mai vinta! …ho cercato virtù nella solitudine.

E scrivendoti, mi libero alquanto da’ mie’ pensieri, e la mia solitudine diventa assai meno spaventosa.
Addio, mia sola amica, addio.

Sempre tua,
Elle Ortis del Foscolo



(accostamento di brani dal libro Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo, con qualche adattamento di nomi, di genere, di punteggiatura e di accapo)
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