sabato 14 settembre 2013

Quattro soli a motore di Nicola Pezzoli.

Una recensione del put.
È sempre difficile leggere senza pensieri preterintenzionali un libro di cui si è sentito parlare tanto e sempre bene. Le aspettative sono alte, ma anche la diffidenza non manca, a me soprattutto. Così ho aspettato che il polverone, quello che avevo contribuito a sollevare, si calmasse, e di trovarmi in una condizione psico-fisico-temporale fertile, prima di sedermi a leggere.
Sin dall’inizio non sono mancate le sottolineature e gli appunti a margine (non è vero, li ho scritti sulla primissima pagina del volume), né i pensieri, i ricordi, le riflessioni più concrete, queste dettate dalle più svariate associazioni o esigenze mie personali, come ogni volta che si legge un libro, che piaccia o no.
La prima riflessione concreta, ad esempio, è nata da questo fatto che, se tutti dicono che un libro è bello, io mi entusiasmo, penso “finalmente un bel libro”, lo voglio, ma poi lo apro con diffidenza. E se Corradino fosse antipatico? E perché mai Corradino dovrebbe essere antipatico? Mah, non sarebbe neanche il primo protagonista, che mi sta antipatico. E poi, parlo proprio io!

Corradino si avventura nottetempo nella Casa...

Decisa a non fare l’antipatica, ho iniziato a leggere di Corradino che subito mette le mani avanti con la storia non chiamatemi Scrofa, e prima di poter ribattere perché mai dovrei chiamarti Scrofa, sono stata catapultata indietro nel tempo, a quando esser chiamati Scrofa era la prassi ineluttabile dei più onesti. Ma per poco, perché Corradino inizia subito dopo a parlare della Valcuvia, poi dei suoi genitori, papà violento e mamma affettuosa ma triste e stanca, poi di quell’estate del 1978, ed io, lungi dall’immedesimarmi (non c’era tempo), matita rossa alla mano (reduce da un mammone tedesco), mi sono preparata a depennare frasi mammone e buoniste e a sottolineare incongruenze con la vita reale. E nonostante Corradino ranzasse via le piante del padrone di casa, vivesse in questa realtà non facile dove pure la fabbrica del nonno era andata a ramengo, tifasse per l’altra squadra e mettesse soprannomi a tutti, io solo a pagina 31 mi sono tranquillizzata, quando Corradino voce narrante mi ha mostrato di essere, nonostante tutto, abbastanza aderente alla realtà: “Un carro decrepito, col pianale smangiucchiato dai tarli, sostava sul retro della fattoria, a ridosso del noce e dei meli, subito prima del prato che dolcemente inclinava a diventar montagnetta. Poco più in là della porta posteriore della stalla e prima del noce e dei meli c’era una specie di piscina rialzata però piena di merda […] di stronzini di pollame e boasse di mucca […]”.

Corradino sul retro della fattoria.

Che gli stronzini di pollame venivano detti “i sghiti” dai proprietari della piscina, viene spiegato tra parentesi, che quella che veniva chiamata “boassa” di mucca era la sua merda me lo sono immaginata io. Così come ho immaginato cosa volesse dire “ranzare”, mentre “andare a ramengo” mi ha ri-catapultata indietro nel tempo, perché quest’espressione la conoscevo già, ma chissà dove e quando la conoscevo. Ma solo da pagina 31 ci ho fatto davvero caso, e così, leggendo leggendo, ho trovato sempre più parole dialettali, a volte chiaramente distinguibili tra lombarde e venete (nel senso che le venete erano chiaramente attribuite ai personaggi veneti, tutte le altre le attribuivo io alla Valcuvia e dintorni), ma anche alcune parole che non sentivo da tanto. Il tutto perfettamente amalgamato ad un italiano come non se ne trovano più. Da allora non ho più temuto d’incontrare frasi mammone, e mi sono pure dimenticata di tenere da conto passaggi significativi e pagine di pura poesia del put, perché avevo occhio solo per le parole e le espressioni, e la mia matita ha smesso di essere inquisitoria, per diventare curiosa: vacca merenda, non capiva un’ostia, baùco, piciorla, sbausci e sbausciando, trussavano, purcascia, pastrugno, scendrùn, pitùr, spantegata, ciòspar; ma anche marcar male, veridico, le muffe cantine, stornare, in quella, pedissequamente (che minchia vuol dire “pedissequamente”?); e poi aritmetica, camposanto, scimunito, intrallazzi, stupidera, ciarpame, a mancina. E cacchio. Pure io pensavo che cacchio non fosse una parolaccia! E immarronita? Chi non si immarronirebbe a saperlo che si può usare questa parola? Ad esempio io mi immarronirei in una sala d’attesa, così, per rendere l’idea. E siccome mi sembra un neologismo bello e buono, ma che un tempo sarebbe potuto uscire dalla mia bocca, me la sono segnata fra le parole che conoscevo già.
La parola che mi ha colpito di più, però, è il put, così tanto, perché così adattabile, che potrebbe facilmente sostituire la minchia, che a sua volta sostituì la merda, nel mio vocabolario di tutti i giorni. Le espressioni che hanno attirato la mia attenzione sono distribuite per tutto il libro, e hanno mantenuto vivo il mio interesse non per le sorti del piccolo Corradino, ma per le parole che avrebbe scelto per raccontarmele.

La fabbrica del nonno va a ramengo.

In questo libro, infatti, Corradino racconta la sua storia in prima persona. La prima parte della prima parte del libro potrebbe essere una sorta di premessa, in cui il contesto della storia viene esposto solo in stretta misura dalla voce di un bambino di undici anni (“tanti ne avevo nel 1978, l’estate in cui divenni un assassino”), o di un adulto che ricorda la sua infanzia. Anzi, il linguaggio usato non è né di un bambino che parla al presente, né di un adulto che ricorda, semmai è il tono di un bambino che, solo un anno dopo i fatti, racconta l’accaduto a un suo coetaneo: si giustifica, si vanta, si sfoga, si spaccia per duro e magari in certi momenti lo è davvero, in ogni caso ormai è passata. I bambini dimenticano in fretta e hanno una memoria formidabile, i bambini si concentrano sulle persone e il più piccolo fatto acquista importanza fondamentale. I bambini di certe cose sanno poco, e quando ne parlano vanno per imitazione, e questa suona spesso libresca. Ma nella prima parte del libro ci sono i fatti, ci sono i commenti nudi e crudi di un bambino cresciuto in campagna, ovvero lontano da certa affettazione cittadina, e c’è ben poco di libresco, anche laddove me lo sarei aspettato. Io alcuni passi li ho trovati addirittura poetici. Si tratta di descrizioni, precise alla vecchia maniera, ma senza la pomposità dettagliata e pesante di un tempo, descrizioni come non se ne trovano più, o molto raramente. Nei romanzi moderni si preferisce descrivere il contenuto di una borsa o di un’auto, e dipende dall’ambientazione del romanzo, è vero, ma io riesco ad accettarle solo nei gialli, e solo se nella borsa o nell’auto, camuffata da oggetto di uso quotidiano, si nasconde l’arma del delitto. Ma la descrizione di un panorama dalla finestra, che ha come unico scopo quello di offrirci un panorama dalla finestra, quindi un panorama apparentemente non funzionale alla storia, non la si trova tanto facilmente, e quando c’è, è fatta male e incollata con lo sputo. Questi scorci descrittivi poetici accompagnano il lettore nella conoscenza intima dei luoghi fino a farlo sentire parte del tutto, oltre che amico intimo dei personaggi, e questi, quando vengono descritti, sono tratteggiati invece dall’occhio semplice di un bambino, cioè sono alti o bassi, grassi o magri, puliti o sporchi, onnipresenti o defilati. Le due voci, quella poetica e quella concreta, si mescolano senza stridere, e si potrebbe pensare che siano due persone diverse a parlare, sotto l’unico nome di Corradino, ma io non ci sono riuscita.
Solo più avanti, forse già nella seconda parte, il linguaggio di Corradino incomincia a subire delle trasformazioni. Diminuiscono i dialettismi e alcuni, inspiegabilmente, vengono tradotti e spiegati, e se la prima volta che spiega “se moa ‘l can” ho pensato ad un Corradino sapientino che vuol mostrare di saper tradurre un dialetto non suo, la seconda volta, dopo tante altre parole e espressioni mai spiegate che ciononostante non mi hanno obbligata a fermarmi nella lettura, ho pensato senti, se l’hai capito tu lo capiamo anche noi!

“Il loro dialetto mica lo parlavo, ma l’orecchiavo da anni. Porcudìghel. Abbastanza da avere ben chiara la differenza tra ‘Se moa ‘l can’ (l’eventualità, la minaccia) e ‘S’è moà ‘l can” – l’avverarsi urlato dei miei incubi”.

A me sembra chiaro, anche se non specifica di quale dialetto parla, si capisce subito dopo, quando dice “Se moa ‘l can”: parla del dialetto veneto, perché il cane è veneto, e il cane adesso lo conosciamo già. Poi di nuovo compare quel “porcudìghel” che per me era stato fino ad allora una sua espressione bambinesca per evitare una parolaccia grave, ma che a questo punto, incisa lì fra le frasi sul veneto, mi ha fatto pensare che sia un’espressione veneta sentita dai veneti come le altre. Un’espressione che Corradino ha ormai fatto sua. E se avesse detto solo che conosce bene la differenza tra “Se moa ‘l can” e “S’è moà ‘l can”, quanti non si sarebbero fermati per cercare di capire di quale differenza del put parla Corradino se la frase è la stessa? Io mi ci sarei fermata, per poi scoprire l'esistenza di apostrofi e accenti e proseguire gloriosa e curiosa verso la fine della storia, perché che quando s’è moà ‘l can son cazzi l’avevo ormai imparato pure io. Invece la gloria dell’intuizione se l’è tenuta tutta Corradino sapientino, porcudìghel.
Ci sono altri casi in cui Corradino mi fa il sapientino, ma ce ne sono alcuni in cui ha tutta la mia comprensione, perché certe cose sembrano considerazioni da grandi, eppure le imparano presto anche certi bambini, e riescono a spiegarle bene nonostante usino parole semplici da bambino.

“Guardai il pasticcino sul tavolo e fui vicino a sciogliermi in lacrime. Il mio nemico sotto sotto mi amava? Poi però pensai che non fosse giusto, confondermi così. Se mi vuoi male, devi volermi male sempre. Non che una sera mi picchi e la sera dopo mi regali un pasticcino e quella dopo mi picchi di nuovo. Non si fa. È molto peggio che picchiare sempre.”

Ogni tanto Corradino ci torna, a questa storia, sembrano ritorni buttati lì, per pura completezza del racconto, eppure delineano il Corradino bambino, quello che si scioglie in lacrime per un pasticcino ricevuto dal suo nemico, il regalo più bello, perché lo fa ben sperare di poter avere assieme al pasticcino un papà affettuoso, ma allo stesso tempo lo getta nello sconforto perché teme, sa, che non è così, che sarà solo un pasticcino. Il Corradino bisognoso d’affetto convive con il Corradino diffidente, che convive con il Corradino che fantastica, con il Corradino che gioca, con quello che ha paura di certi ragazzi più grandi che lo perseguitano, con il Corradino che sa descrivere così bene un’istituzione inscopabile come la De Ropp, con il Corradino che vorrebbe baciare la Cristina e con il Corradino che va all’avventura assieme a Gianni, per svelare quel mistero che li spaventa tanto.
Quel “sono un duro, io” è quindi un’altra cosa che Corradino poteva anche non specificare, perché nel corso del racconto si capisce che lui cerca di tenere duro, che ci riesce, e questo non significa mai essere rocce insensibili, e non significa nemmeno esserne consapevoli, significa più che altro desiderarlo, ed è questo che dà la forza, ma si pensa che per dimostrarlo lo si debba dire, ogni tanto.

Corradino riscrive la storia.

La De Ropp, un mito. Un’istituzione. Un incubo. Il personaggio più presente, anche quando non c’è. È peggio del Cane Nero. È un soprannome, ma di tutti, il nome che mi è piaciuto di più è Marilù del Bosco. Anche come Ammiraglio è fantastico. Nel libro ci sono anche altri racconti, infatti, c’è la storia in cui si trova l’Ammiraglio Marilù del Bosco, ma c’è anche la storia in cui si trova una De Ropp, che c’è anche nella realtà, e poi dalla realtà torna nella storia, e questa storia fa finire male, fra gli altri, pure la De Ropp quella vera, che però non si chiama davvero così perché è un soprannome. Entrambe queste due altre storie si intrecciano al racconto di quell’estate, talvolta sullo stesso piano, talvolta spuntando fuori come balconi su cui riposarsi, o da cui affacciarsi. Le due storie si distinguono per il linguaggio: in quella sui pianeti è quasi libresco, critico in maniera pedante, la critica è velata, ma si capisce che si riferisce al nostro sporco mondo sporcato da noi umani, e allo stesso tempo i nomi dei pianeti e alcuni svolgimenti sembrano fantasie fanciullesche; in quella in cui la De Ropp finisce male, invece, si parla di un altro Corradino, che attira Corradino quello della Valcuvia per il nome e per le sue sorti: “Anche io come lui ricevevo poco amore. Anch’io rimediavo ricorrendo all’alleanza con una bestiola”, perciò Corradino della Valcuvia decide di fare sua la storia di quest’altro Corradino, trascrive il libro sul suo taccuino rosso di Wolfsburg, e si fissa su un passo in particolare: qui il linguaggio è sempre quello del libro e Corradino cambia solo i nomi, una prassi che gli riesce bene, ma se nella realtà appioppa nomi fittizi, nella finzione del taccuino usa i nomi veri, e il finale della storia inventata si riflette poi nella realtà di Corradino. Di Corradino ce n’è un terzo, e di taccuini ce ne son a migliaia, nella terza parte del libro: su questi Corradino può leggere la sua storia dall’inizio alla fine, ma sarà realtà o finzione?

Uno dei quattro mezzi a motore?
Un altro personaggio importante di questo libro è la religione, argomento onnipresente, a partire dalle stazioni della via crucis usate per scandire il percorso dalla casa alla chiesa all’inizio della seconda parte del libro. Argomento così delicato che la voce di Corradino, ogni volta che ne parla, si modifica sempre più, fino ad assumere più avanti nel libro toni più adulti, critici, consapevoli. Qualche volta è il signor Venanzio che ne parla, altre volte Corradino adulto ricorda di non essere stato abbastanza adulto, quando era bambino, per capire certe cose, altre ancora potrebbe essere davvero il piccolo Corradino a parlare, ma non del tutto, non è chiaro, cosa vuole dire ‘sto bambino, cos’ha capito e cosa non ha capito di preciso?
Ma soprattutto facevo peccato (parla Corradino bambino) perché non seguivo l’insegnamento della Superiora e della De Ropp: che bisogna riprendere e rimbrottare coloro che sbagliano (queste sono la Superiora e la De Ropp che parlano), come dei veri capoclasse però all’aperto (questo è Corradino che prende per il culo la Superiora e la De Ropp). E che esiste un gravissimo peccato che si chiama Rispetto Umano (e questa chi gliel’ha detta?), ed è il peccato che tu ti vergogni (facciamo che io ero il peccato e tu il peccatore) di essere capoclasse religioso che rimbrotta e che riprende, oppure ti vergogni di farti il segno della croce in piazza davanti a tutti che ti prendono per scimunito (questo è Corradino a sedici anni che si ribella alle professoresse bigotte e tiene banco nell’ora di ricreazione). Questo Rispetto Umano era subdolo, perché dal nome sembrava più una qualità positiva (userà anche la voce di un bambino, ma non mi frega, questo è Corradino a quarant’anni che si lamenta della maestra di religione del figlio che insegna regole del put, tipo non fare la spia che Gesù piange, ma questa è omertà bell’e buona, porcudìghel), invece poteva menarti diritto all’inferno (e qui torna Corradino l’irrispettoso, difficile appurare l’età del soggetto, tra gli undici e i sedici anni, che poi a undici per certe intuizioni si è già pronti, e a sedici ci sono ancora tracce di certa ribellione dai modi infantili)". Pertanto, all’incirca verso la metà fisica di questo libro, Corradino affronta una lotta interna, linguistico-espressiva più che altro, dopo la quale il bambino lascia parte del posto all’adulto, ancora lungi dall’essere completo, ed è come se perdesse un briciolo d’innocenza quando parla: uso diverso del dialetto, maggior interesse per alcuni temi, più paroloni e discorsoni. Ma solo quando parla di religione: il bambino non sparisce del tutto, non può, è lui l’unico che può raccontarci in che modo se la caverà l’Ammiraglio Marilù del Bosco, chi morirà e chi no in questa storia (vi direi che muoiono tutti tranne uno, e come muoiono, se non avessi già scritto cinque pagine senza foto), chi è Kestenholz, se davvero Cristina e Gianni partiranno alla fine dell’estate, se il gatto torna, se la storia dell’altro Corradino riesce a districarsi dal vortice ripetitivo in cui lo caccia Corradino della Valcuvia e a mandare avanti la sua propria storia o se finisce così.
Infine, vorrei spendere due parole anche per la buonanima della spugnetta rosa, degna sostituta di una mano qualsiasi, che io avevo subito immaginato come una spugnetta per i piatti, e non perché quelle hanno il lato ruvido; e pensavo di conseguenza che ci fosse un'altra storia nella storia, in cui un personaggio della cucina entra nell'ambientazione del bagno, dove Corradino gli riscrive la storia col pirillino. Ma fortunatamente, prima che potessi addentrarmi in considerazioni igienico sanitarie, mi è venuto in mente che se Corradino era in bagno, la "spugnetta rosa" era quella per il corpo, che io però ho sempre chiamato "spugna" sia che fosse per adulti sia che fosse per bambini, rosa o di altro colore, col lato esfoliante oppure senza. Una semplice incomprensione linguistica presto risolta, quindi: igiene messa in salvo, posso concludere questa recensione del put.



Questa recensione è stata scritta con penna blu su un quaderno verde pisello nella sala d’attesa di F.D.I.R. per evitare un immarronimento.




Questa recensione partecipa all’evento Quattro soli a motore libro dell’autunno 2013.
Come?
Libro dell’estate?
In che senso? Qui è autunno, e poi un libro piace perché è bello, mica perché è estate.

7 commenti:

  1. Ah, ah, ah, geniale, piacerà un sacco allo Zio ...una recensione del Put? Nao, è grandissima, con le foto giuste e i termini analizzati da vera semiologa. Ma cos'è il F.D.I.R.?

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  2. Grazie Alli. Le foto sono adattabili quasi quanto il put. Il F.D.I.R. è il nome in codice di un Laboratorio Interstellare, non posso dire di più, altrimenti il Vice Ammiraglio De Ropp mi fa fare penitenza!

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  3. Ha ragione Ally, piace davvero un sacco allo Zio, questa recensione bella e onesta, che come molte recensioni belle e oneste parte con una dichiarazione d'iniziale diffidenza.
    Sono grato e commosso per questa attenzione intelligente dedicata al mio personaggio e alle sue Parole.
    Recensione del put? Le recensioni del put sono quelle che appaiono con scoraggiante (o scoreggiante?) puntualità su certe pagine italiose...
    (Dal dizionario dei neologismi corradineschi: "Italioso", aggettivo nato dalla fusione di "italiano" + "mafioso")...
    Grazie! :)

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  4. Ahah mi segno anche quest'altro neologismo, che al giorno d'oggi, purtroppo, potrebbe tornar comodo. Grazie a te, Zio, per aver messo nero su bianco Corradino :)


    Grazie Berlino ;)

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  5. Recensione davvero sontuosa, ricchissima, con una montagna di osservazioni, annotazioni e curiosità tutte interessanti - credo che ogni autore vorrebbe essere letto così.

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  6. Grazie Paolo. Credo che anche molti lettori vorrebbero leggere sempre libri che stimolano osservazioni curiose su più aspetti, e non storie sciacquette, che se interrompi un attimo per buttare la pasta le hai già perse senza rimpianti.

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