venerdì 15 agosto 2014

Perché a nessuno piace il mio caffè? di Paolo Ganz.

Bon de fora ma col vermo dentro.
All’inizio, nel titolo Perché a nessuno piace il mio caffè? non ci trovavo nulla di male: è proprio di un caffè schifoso che si parla nell’incipit. Subito dopo il caffè, si parla di Denis, il protagonista: è al lavoro nel suo laboratorio di riparazioni, ed è lì che si pone la domanda del titolo, insomma il titolo non è un caso. A quel punto viene descritto il suo lavoro (riparare cellulari fuori garanzia) e anche il suo hobby (copiare sul suo computer le immagini di donne nude che trova nella memoria dei cellulari), ed è come in un normale primo capitolo di presentazione: ci sono soggetto, verbo e oggetto, niente di più semplice.

Ma prima che la presentazione della scena e del personaggio finisse mi sono dovuta fermare a rileggere con più attenzione, perché era già arrivato il colpo di scena: Denis infatti inserisce nel suo computer la scheda di memoria di un cellulare che deve riparare, alla ricerca di donne con le tette al vento, vi trova invece un video. Questo ritrovamento non è un semplice colpo di scena, infatti la sua descrizione sembra indicare che l'incipit era l'unica parte del romanzo pensata da tempo, o pensata e basta, e destinata ad un altro libro: c'è nella descrizione tutta la ridondanza di chi non sa come dirlo perché purtroppo non ha ancora letto il capitolo “Colpo di scena: l’aggettivo non è l’amico che credevi” del suo Manuale pratico di scrittura creativa.



Sul suo volto annichilito si rifletterono sequenze traballanti, riprese da mano mal ferma, talmente spietate e brutali che il dubbio a cui aveva cercato di aggrapparsi, cioè che potesse trattarsi di un brutto film, svanì all'istante. Era realtà, solo squallida e feroce realtà. Si scoprì scosso da un fremito, un brivido incontrollabile, quasi fosse in preda a un accesso di febbre; i testicoli artigliati da uno spasmo di pericolo”.



Denis ha il volto annichilito.

Questo aggettivo vorrebbe farci capire subito la portata dell'evento.

“Annichilito” significa “annientato” o, in senso figurato, “umiliato profondamente, togliendo ogni volontà e capacità di reazione”. È un video umiliante? E va bene, facciamo che Denis non abbia più “volontà o capacità di reazione”, in fondo sta solo guardando un video, non deve mica rispondere, allora: di che video si tratta?

Sono sequenze traballanti, che si riflettono sul viso di Denis - come diapositive su un lenzuolo, sequenze riprese da mano malferma - sappiamo già che sono riprese da un cellulare, e sono spietate e brutali - roba di guerra, insomma: saremo mica già dentro la Storia di cui parla il risvolto di copertina? E le scene sono così spietate e brutali che Denis non ha più dubbi: sono reali, non è un film brutto.

Bene.

No, non va affatto bene, perché questa realtà è feroce e squallida - come la legge di Darwin applicata alle mogli che tradiscono il marito per noia, perciò Denis si scopre scosso da un fremito. Poteva anche essere scosso da un fremito, senza scoprirsi tale, ma sarebbero state una o due parole in meno. E no, non è un fremito che lo scuote, è un brivido: incontrollabile. Un altro aggettivo che fa numero, possiamo dire. Non vi è ancora chiaro? È come se Denis avesse la febbre - che provoca anche brividi, in effetti.

Quindi abbiamo un fremito, che ci viene spiegato meglio con il “brivido incontrollato”, che ci viene spiegato meglio con il paragone a un “accesso di febbre”, così capiamo finalmente che Denis sta sudando freddo.

Che poi gli uomini avvertissero il pericolo con uno spasmo ai testicoli e non con il sesto senso come le donne, non lo sapevo.

Siamo diversi, è vero.

Mi sembra doloroso, però, non avere intuito.

Un consiglio a Denis: è meglio aggrapparsi a una speranza, che a un dubbio.



Dopo la scoperta del video annichilente seguono venti righe in cui Denis esce dal laboratorio con il cuore in gola, ignora gli amici cinesi che lo chiamano dal bazar, corre a perdifiato per i vicoli di Venezia fino a casa, fa di corsa anche i centoventuno scalini del palazzo, e a quel punto, alla ventunesima riga, “aveva lasciato il laboratorio soltanto pochi minuti prima” eppure, alla ventiseiesima riga, “aveva trangugiato due grappe strada facendo, al banco del solito bar, ma erano servite a poco”.

Cos'è successo tra la ventunesima e la ventiseiesima riga? È successo che “aveva lasciato il laboratorio soltanto pochi minuti prima”, appunto, “e già l'angoscia si era fatta strada dentro di lui come un cancro, l'aveva invaso e avvolto, allontanato inevitabilmente da chi gli stava attorno”.

Nient'altro.

Non ci sono bar, strada facendo, solo l'angoscia si è fatta strada dentro di lui. E in che modo?

Come un cancro, chiaro, no?

No, che non è chiaro! Infatti ci viene spiegato meglio che l’angoscia l'aveva “invaso e avvolto, allontanato inevitabilmente da chi gli stava attorno”.

Non voglio lamentarmi per la serie inutile di tre spiegazioni: lo sappiamo cosa fa il cancro, non serve dire che invade e avvolge, è un cancro, stop. Non voglio lamentarmi, però non capisco una cosa: perché questa angoscia che si è fatta strada dentro Denis come un cancro lo ha anche “allontanato inevitabilmente da chi gli stava attorno”?

E come?

E quando?

E lasciamo stare “inevitabilmente”, non voglio infierire anche sugli avverbi, ora.



Riflettiamo: succede qualcosa di inaspettato. E succede che questo qualcosa sia più grande di noi, e che sopraffacendoci ci impedisca di ragionare lucidamente, e che oltre alla ragione ci offuschi anche gli altri sensi: non vediamo altro all'infuori di noi stessi e del nostro problema, nemmeno ci accorgiamo che giorno dopo giorno questo problema lavora dentro di noi e in silenzio ci logora (agisce come un cancro, appunto), e quando finalmente ce ne accorgiamo è oramai troppo tardi: ci ha già allontanato da chi ci stava attorno. È inevitabile? Forse.

Ma Denis è molto precoce: in pochi minuti riflette sequenze traballanti, vede svanire il dubbio a cui aveva cercato di aggrapparsi, sembra scosso dalla febbre, ma è solo il pericolo che gli artiglia i testicoli, corre a perdifiato verso casa, beve pure due grappe al solito bar, si fa “di furia” centoventuno scalini, e prima ancora di sentire il “lamentoso 'sei arrivato finalmente' della madre” si è già “allontanato inevitabilmente da chi gli stava attorno”.



Io comunque ho proseguito la lettura fino alla fine del primo capitolo:

Si buttò sopra le coperte e piombò in un torpore febbricitante, in cui alle scene agghiaccianti a cui aveva assistito attraverso l'ignaro monitor del computer si sovrapposero quelle ormai familiari della sgangherata rapina che l'aveva portato in galera. Fu così che Denis, tra sonno e veglia, rivisse per l'ennesima volta il suo passato”.



Siete persone impressionabili? Vi spaventa il pensiero delle “scene agghiaccianti a cui aveva assistito attraverso l'ignaro monitor del computer” (ma cosa vuoi che ne sappia un monitor, suvvia, Denis!) e temete di iniziare il secondo capitolo? Non vi preoccupate: nel romanzo nulla viene approfondito così tanto da togliervi il sonno, a meno che non siate puristi della lingua italiana o lettori di lungo corso. Infatti, se avete iniziato a leggere a sei anni e non avete mai smesso, la vostra sensibilità di lettori rischia di venir scossa irrimediabilmente, perché i dettagli vaghi, le frasi fatte usate a caso, i tentativi poetici fuori luogo (vedi “ignaro monitor”) o aggettivi e avverbi che sembrano messi lì solo per raggiungere un numero di battute spazi compresi sufficiente a definire il malloppo “romanzo” ammorbano una storia che avrebbe potuto esser buona.

Ad esempio abbiamo qui a che fare con le scene “ormai familiari” della rapina che ha portato Denis in galera. Però una scena “ormai familiare” indica una scena che inizialmente era “non familiare” e che lo diventa a furia di guardarla e riguardarla o ascoltarla e riascoltarla. Le scene vissute personalmente invece sono già familiari indipendentemente da quante volte le si rivive nella mente.

Non mi soffermo sull'associazione di idee fra queste scene agghiaccianti e la sgangherata rapina, perché la psicologia umana è complessa, inoltre sarebbe una perdita di tempo, visto che il libro offre tutta una serie di passaggi bruschi da riflessioni serie sulla crudeltà del mondo, a scene da trattoria, a commenti inopportuni e offensivi, al ricordo doloroso di Simonetta, donna focosa purtroppo sposata che, dopo mesi di “vortici di lussuria” e “voglie oscene” (parole di Denis, che pure “non era un novellino”), sparisce senza spiegazioni: un ricordo spesso fuori luogo, ma io non darei la colpa alla psicologia da sfigato egocentrico del protagonista, anche se questa sarebbe una spiegazione plausibile a molte cose che accadono nel libro, purtroppo non a tutte.

Finito il flashback Denis si sveglia e riflette sull'accaduto: siete pronti a scoprire cosa ha visto? Rimarrete delusi. Denis infatti si chiede solo se sia il caso di denunciare “quei figli di puttana”, e da questo capiamo che l'hanno fatta proprio grossa, Denis ha paura, allo stesso tempo si chiede “come avrebbe tirato avanti con quel peso sulla coscienza, con l'eterno senso di colpa per non aver fatto quello che era umanamente possibile perché quegli individui finissero in prigione e non potessero più far del male? Quel male.” Ha detto “umanamente possibile”? Sicuramente Denis è ancora confuso per la sua notte delirante e intende dire “fare quello che qualsiasi persona dotata di un minimo di umanità avrebbe fatto”, ossia denunciare chi aveva commesso il male. Quel male, esatto, avete paura adesso? Preparatevi, perché tutto il romanzo è così. Denis decide di confidarsi col suo amico Duilio, spacciato per saggio, pertanto eccoci al dunque: Denis deve 1) ripetere più volte perché Duilio non capisce, 2) rivivere il racconto della sua scoperta e, come se non bastasse, 3) non è pratico di parole (in quest’ordine poco meno che inverso). Denis, proprio come l’autore del romanzo che ne racconta le gesta, non è pratico di parole “e ancor meno di metafore capaci di lenire la crudezza di quanto aveva visto scolpito in quell’ignara memoria elettronica (pensate anche voi che l’unico trauma di Denis sia stato scoprire che monitor e memory card non siano consapevoli del mondo che li circonda?), e così raccontò tutto per filo e per segno”. Di tutto questo racconto a noi non ce ne viene nemmeno mezza riga.

Come reagisce Duilio il saggio? “Davanti agli occhi del vecchio sfilarono agghiaccianti le immagini (ci siamo!) di due uomini di fronte a un esserino inerme (il gattino di una suoneria?), abbandonato alla loro violenza da chissà quale disgraziato destino (già, chissà quale); la stretta invincibile delle braccia di un adulto asservita al piacere del complice, l'urlo del piccolo nel momento in cui carne umana straziava altra carne umana, disperata e ormai perduta”.

Se vi state chiedendo che cazzo è successo, calmatevi: il caffè è venuto su e Duilio lo versa per sé e per Denis, il quale si abbandona alla fantasia di tornare bambino e di avere solo Duilio come papà, ma nessuna mamma piagnucolona e nessuna Simonetta stronza, ed è “il vecchio a scuotersi per primo” (peccato che Denis pensasse ad altro): prende dall'armadietto la bottiglia del Campari, e cosa fanno?

Bevvero in silenzio, si infilarono i cappotti, uscirono”.



Avete capito cosa è successo? No? La soluzione è a pagina 34: “Ho paura, Duilio, ho paura di morire – bisbigliò sottovoce – quella non è gente che scherza. Quelli mi ammazzano, è gente senza scrupoli! Se sono arrivati a fare quello che hanno fatto a un bambino...

E mentre noi speriamo che il bambino sia morto, visto che Denis non lo aiuterà perché ha paura di morire, Duilio come reagisce davanti a tutta questa codardia?

Così: “Ma quello che ha portato il cellulare a riparare chi era dei due?

Mi aspettavo che chiedesse anche: “Lo conosco?”



Si potrebbe dire che in questo romanzo non c’è analisi psicologica dei personaggi, i quali vengono presentati sommariamente e solo in termini vanagloriosi, e che non sembra scritto in terza persona, e non sembra neanche scritto in indiretto libero, e non sembra neanche che segua il punto di vista di Denis, e non sembra neanche avere un narratore onnisciente, e non sembra neanche troppo coerente. Eppure non è difficile seguire il filo del racconto (ci mancherebbe) e con calma si capisce anche che Denis è un vigliacco coglione, che Duilio è saggio neanche per sbaglio, che Simonetta sarà anche stronza ma se ne sbatte (non ha battute), che la matta croata si finge matta solo perché l’ha preteso l’autore, che altrimenti non sarebbe stato in grado di far fare un discorso così importante a una donna, e che i poliziotti e i delinquenti sono copiati male da una fiction di rai 1, esatto, da Don Matteo.

Ciò che invece troverete difficile è capire che genere di romanzo state leggendo, o anche solo continuare a leggerlo nel tentativo di scoprirlo, ma di questo parleremo nella prossima puntata.
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