martedì 7 ottobre 2014

Si dice? Non si dice? Dipende di Silverio Novelli.

Una soluzione all'attuale crisi (linguistica) degli italiani.

Quand'ero piccola, la mia più grande paura era legata al pensiero di non riuscire, quando fossi diventata grande, a rispondere correttamente a tutte le domande che mi avrebbe fatto mia figlia. Non immaginavo che avrei avuto tutto il tempo di imparare, che crescere fosse un percorso e non una magia.
Quand'ero piccola, infatti, facevo a mia mamma sempre tante domande e lei rispondeva puntualmente, finché un giorno non mi ha detto a chiare lettere “non lo so” e io, anziché rimanerci malissimo, come farei ora al pensiero che l'abbia detto solo per liquidarmi dopo l'ennesima domanda, mi tranquillizzai: allora si poteva essere mamma anche senza sapere tutto! Non immaginavo certo che sarei arrivata a superare mia mamma in fatto di conoscenze e competenze di vario genere, non immaginavo che il rapporto genitori figli si sarebbe modificato in questo modo, pensavo semmai che in proporzione alle mie nuove conoscenze sarebbero aumentate anche quelle dei miei genitori, mantenendo il divario di fatto incolmabile, e solo con la morte si sarebbero fermati, permettendomi di raggiungerli e superarli.
Quand'ero piccola pensavo che mia madre fosse più intelligente di mio padre, perché mio padre, che comprava un mucchio di libri enciclopedici e per la scuola, ad ogni mia domanda rispondeva andando a prendere un libro e ipotizzando che la risposta fosse lì; mia madre invece mi rispondeva a memoria senza andare a controllare da nessuna parte, non perdeva tempo ad aprire un libro sul tavolo e a convincermi a guardarlo con lei, anzi a guardarlo io soltanto, come faceva mio padre. Per me lui non sapeva nulla e soprattutto non capiva che se avevo chiesto a lui era perché non avevo voglia di cercare nel mio libro, che già ne parlava.
Non che mia madre fosse perfetta, lei ammetteva di aver imparato l'italiano facendo le parole crociate col vocabolario a portata di mano, e quella volta, non ricordo più per cosa, mi disse addirittura “non lo so”; ma soprattutto non lo era perché spesso, quando le chiedevo il significato di una parola, anziché dirmelo e basta, voleva sapere in quale frase l'avevo letta: mi diceva “dimmi la frase”, ma non c'era frase, o io non la volevo dire, e comunque volevo una risposta veloce, perché per perdermi negli esempi mi sarebbe bastato aprire il dizionario.
Smisi pertanto di fare domande a entrambi, perché mi facevano perdere tempo, a me che mi rivolgevo a loro, fonti di sapere immediato, per sbrigarmela.
Non immaginavo nulla di quello che sarebbe arrivato dopo: né che non avrei avuto figli (ma altre persone che si sarebbero rivolte a me con i loro dubbi), né che fra tutte le curiosità che avevo da piccola avrei scelto di approfondire proprio quelle sulla lingua italiana, né tanto meno che mia madre che mi dice “dipende” mi sarebbe tornata in mente tante volte negli anni, e che io stessa tante volte avrei risposto così a qualcuno. Soprattutto nell'ultima settimana ho ripensato a quel "dipende, dimmi la frase", perché ho letto Si dice? Non si dice? Dipende di Silverio Novelli.


Il libro di Novelli prende in esame gli aspetti della lingua italiana che più di altri generano dubbi, che si tratti di dubbi secolari o di novità dovute al diffondersi di modi di dire tormentone. Il “dipende” del titolo si riferisce proprio all'uso che si può fare della lingua, che varia da situazione a situazione (e infatti il sottotitolo del libro è L'italiano giusto per ogni situazione), ma non a casaccio. La grammatica di una lingua viene presentata come un'entità a tre dimensioni (sì, no, dipende), che nascono dall'unione della tradizione normativa (“di riferimento, condivisa, tendenzialmente stabile”), che fornisce da secoli i sì e i no di una lingua, con la norma rinvigoritasi con l'uso (in fondo “la lingua funziona perché comunichiamo”), che non va confusa con l'assoluta libertà di esprimersi, perché fondamentale rimane comunque comunicare in modo appropriato (ferme restando le libertà concesse a romanzieri e poeti), ma che non va nemmeno ostacolata con il continuo riferimento alla grammatica, perché “non di rado queste presunte norme sono vere e proprie impuntature […] radicatesi negli anni”, nonostante la lingua sia cresciuta in altra direzione. Come i genitori che credono ancora di avere un figlio già dottore, e invece lui ha lasciato l'università e fa il panettiere, ed è per questo che manda il pane a casa tutti i giorni.

Il libro risponde alle più banali domande di ogni giorno (famigliare o familiare?), ai dubbi di cui ci vergogniamo (dopo “gn” ci vuole la “i” sì o no?), a questioni di punteggiatura (quanti doppi punti sono concessi entro due punti fermi?), a problemi con le preposizioni (senza te o senza di te?), a inciampi sulla pronuncia (Ucràina o Ucraìna???), racconta pure quante cose può fare un semplice “ma”, e lo fa in maniera colloquiale, rilassata, anche quando la regola c'è punto e basta, a casa vostra davanti allo specchio mentre vi fate la barba o vi truccate parlate come vi pare, ma in questa e in quell'altra sede è meglio se vi attenete alle regole: “In molti casi si può dire che la correttezza equivale alla felicità della scelta, ovvero all'adeguatezza, pertinenza, efficacia della scelta fatta in una determinata situazione comunicativa.”

Anche io ho trovato risposta ad alcuni dei quesiti che mi tormentavano ultimamente.
Le risposte alle mie domande:
1) si scrive “ventuno anni” o ventun anni”, mai “ventun'anni” – pag. 85;
2) il punto esclamativo e il punto interrogativo si possono usare assieme per “dare voce a sorpresa, incredulità, irritazione” - pag. 42;
3) si può salutare con “salve”, che “viene a tappare un bel buco nero tra informalità totale e rispetto totale della forma” - pag. 182.

Ma ho anche scoperto cose che non sapevo, errori che non sapevo di fare!
I miei errori:
1) scrivere “sennò” e “vabbè” è molto informale: innanzitutto io scrivevo “vabbe'” con l'apostrofo, l'avevo pure corretto in tutti i miei scritti dal 2007 ad oggi, ora dovrò rifare il giro, e non sarà questione di un attimo, visto che io lo scrivo tantissimo (mi consola sapere che non l'ho mai usato in scritti formali, e neppure “sennò”, perché mi è sempre suonato meno elegante di “altrimenti”), ma il libro offre una lista di espressioni che si possono scrivere sia staccate che attaccate e altre che invece si scrivono solo staccate o solo attaccate, e se a “va bene” ci arrivavo da sola, non avevo mai pensato di poter rimanere elegante e formale scrivendo “se no”! - pag. 32-33.
2) credo di aver usato anche io “redarre” al posto di “redigere” e detto “dissuàdere anziché “dissuadére” e sicuramente dico “dèvio” al posto di “devìo” (oh me tapina!) – pag. 105-107.
3) con l'inglese sono in guerra, il francese lascia il tempo che trova, lo spagnolo non pensavo esistesse, eppure tutte e tre le lingue prestano parole all'italiano da secoli, e se ce l'ho con l'inglese e non con le altre due è solo perché è quella che sta provando a insidiare l'italiano sotto i miei occhi, e così mi irrito, mentre dovrei starei tranquilla, perché se non ce l'hanno fatta le altre (alla loro epoca molto in auge), non ce la farà nemmeno lui; le parole inglesi e francesi, in italiano, se plurali rimangono invariate (i gadget, i collant), ma se sono spagnole mantengono la loro -s del plurale (i murales, i nachos), che naturalmente al singolare non c'è, quindi io che dicevo “il murales” e “un nachos” sbagliavo! - pag. 78-79.

Di alcuni fenomeni viene data la colpa all'influenza dei dialetti, a volte genericamente del sud o del nord, altre volte di zone più precise, ad esempio:
- dei romani si dice che usino “ancora” all'inizio della frase, sbagliando, perché non è corretto scrivere “Il film? Ancora non l'ho visto”: la costruzione corretta è “Il film? Non l'ho visto ancora/Non l'ho ancora visto”; io uso tutte e tre le versioni, non pensavo che la prima fosse sbagliata, né che fosse una cosa romana, visto che io non sono romana - pag. 144.
- della Sicilia si dice che lì usino “sto tornando” anziché “torno subito”, ma vi assicuro che si dice anche in Sardegna, ed è solo uno degli abusi di gerundio che fanno i sardi parlando in italiano, voglio dire, quando parlano in italiano - pag. 112-113

Per rendere più veloce la consultazione del libro (che non è una grammatica), non solo alla fine c'è l'indice alfabetico delle parole e delle locuzioni, ma dopo ogni argomento ci sono delle icone che aiutano a identificare a colpo d'occhio i vari contesti d'uso (i cosiddetti registri linguistici) di una parola o espressione: uso tra amici, informale, sia nel parlato che nello scritto (sms e mail) e uso ufficiale, formale, anche in questo caso sia parlato (un discorso) che scritto (un articolo di giornale, una tesi), con un'icona in più per l'italiano a scuola, perché se è vero che fuori dalla scuola tutti possono decidere liberamente di fare la figura dello stolto, a scuola ne va del proprio andamento scolastico, se non si scrive bene un compito o se si blatera durante l'interrogazione. A queste icone segue la parola chiave: sì, tollerabile, no.
Per rendere la lettura piacevole e interessante, al di là dell'interesse che si può avere a “farsi capire e non fare brutte figure”, ci sono tanti esempi tratti da testi di canzoni o da discorsi dei politici, ci sono frasi usate dai giornalisti o titoli di film, e gli immancabili esempi letterari; soprattutto gli esempi musicali spaziano per genere e annata, così da mostrare che la lingua cambia, ma che si può parlar bene (e cantar bene) in qualsiasi epoca, se si riconoscono i “dipende”.
Per spiegare l'universo lingua, infine, Novelli sfrutta un libro e un film, che tornano per tutto il suo manuale. Il libro è Flatlandia, di Abbott, il film è Guida galattica per autostoppisti, di Jennings, dei quali racconta la trama nel dettaglio (ma non il finale), perché gli servono per descrivere meglio come funziona una lingua: la lingua è un universo, gli errori linguistici sono errori di rotta, la comunicazione è la navigazione nell'universo (dalla Guida galattica); la lingua è un mondo a più dimensioni (come le sfere), i tradizionalisti del sì/no sono le figure piatte, bidimensionali, l'errore vero (la cosiddetta agrammaticalità) è un punto idiota (da Flatlandia).

Come ha detto (a quanto pare, io non c'ero) Tullio De Mauro di recente: “Il problema vero è la dealfabetizzazione: una parte molto consistente dei nostri concittadini oggi appare disorientata, incapace di muoversi in modo consapevole nel mondo moderno”. Ebbene, una soluzione a questo problema è arrivata: leggere Si dice? Non si dice? Dipende di Silverio Novelli e imparare a navigare nell'universo lingua senza rischiare di essere ammazzati dagli alieni Vogon.

Ancora tre cose:
  • la matita blu per correggere gli errori: ho un vago ricordo delle elementari, di matite a due punte (blu e rossa), ma ho sempre pensato che quella degli errori fosse la rossa e che la blu fosse lì perché solo rossa non esisteva, chi era la maestra dalla penna rossa? Cosa faceva? Era nel libro Cuore? Perché io sono convinta che gli errori si segnalino con la penna rossa?
  • A me questa storia dei Vogon e del Quadrato bidimensionale un po' ha infastidito, ma non nego che a un novellino possa essere utile per capire come funziona una lingua.
  • Ho scoperto questo libro grazie al blog di Luisa Carrada che si occupa di “progettare la comunicazione scritta, scrivere, insegnare a farlo in maniera chiara ed efficace, sulla carta come sul web”, e che spesso consiglia libri che trovo interessanti anche per me.

7 commenti:

  1. Molto interessante, grazie!
    Come fanatica della Guida galattica ecc. non capisco però perché venga citato il film e non il libro.

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    1. All'inizio, a proposito del consiglio "don't panic" del libro Guida galattica, dice che nel film la scritta introduce "siparietti brillanti" che portano a istruzioni su come affrontare deviazioni dalla norma (galattica): forse nel film la selezione di "siparietti" fa più al caso della grammatica italiana? Può consultare il film più velocemente del libro? Non lo so immaginare, io non conoscevo questa guida.

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  2. Post e libro molto interessanti, perché credo di appartenere a quella schiera che si sta dealfabeatizzando (beatizzando? beah!), visto che con l'uso del pc, la correzione automatica, le abbreviazioni al cellulare e tutte queste bestialità, credo di aver peggiorato la mia scrittura, dai tempi della scuola, quando il pc era ancora una cosa per appassionati di matematica...questo mi va paura, anzi, non mi piace, sapendo che l'uomo è animale pigro, e io un grande animale. Be' lasciamo stare... Be', si scrive così? Pure io ho sempre scritto vabbe', considerandolo un abbreviazione/contrazione (come si dice), di va bene. Invece è vabbè?
    p.s. mai letto il libro Flatlandia e mai visto il film Guida galattica per autostoppisti anche se ne avevo sentito parlare...

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    1. Anche io scrivevo vabbe' con l'apostrofo per lo stesso motivo. E per lo stesso motivo scrivo be' con l'apostrofo, ma di questo non parla. Il libro ha proprio questo obiettivo: tanti modi sono segnati come "tollerabili" se usati in chat o sms, ma proprio perché ora scriviamo molto di più, ma in contesti così informali, quando poi dobbiamo scrivere "seriamente" abbiamo difficoltà. E il correttore corregge l'ortografia, non la coniugazione, o la scelta lessicale: a me sta antipatico perché mi segnala "agrammaticale" (non lo conosce? proprio lui), ma non quando manca una doppia (se la parola esiste anche senza doppia, es. potremo/potremmo): lì me ne devo accorgere io.
      ps. nemmeno io, ma Flatlandia mi incuriosisce molto!

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  3. bellissimo ed utilissimo post...per me che con la scrittura faccio a cazzotti
    è una buona dritta. Libro da comprare e blog da leggere.
    il vabbè, pensavo fosse dialettale e pure napoletano ah ah
    ed il bè lo scrivevo beh, chissà come mi è venuto, però voglio anche segnalare che scrivendo con Ipad o smartfone è difficile accentare in modo
    corretto e spesso ti sostituisce pure la parola mettendone una a caso...quindi brutte figure ne faccio tante.Non a caso qualdo scelsi il mio nome del blog
    Imperfetto, il concetto principale era quello, e poi ok anche altre cose non relative alla lingua.Brava Elle, bel post davvero. Flatlandia incuriosisce anche me. ciao :)

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    1. Anche io scrivevo beh, prima di passare a be'.. Abbiamo a disposizione così tante varianti, spesso inventate da noi per dare una risposta ai nostri dubbi, che libri come questo sono sempre i benvenuti, sopratutto se non usano troppi paroloni specifici ma si rivolgono proprio a noi mortali! Ce ne sono anche altri, che naturalmente mi sono segnata, un titolo fra tanti Ciliegie o ciliege?.
      In questo di Novelli si parla anche del problema delle accentazioni su iPad e iPhone, riferendosi ad una politica che aveva giustificato così i suoi tweet sballati in cui accentava parole che non hanno né accento né apostrofo ;)

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    2. interessante...ma vedi che tipo sto Novelli :D
      ok compro il libro, vuoi vedere che i twett di Matteo mi saranno più chiari? ;)
      ciao Elle

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